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7.3

Capita di avere tra gli amici quello o quella che non riesce a fare a meno di continuare a parlare di sé, di mettere sempre tutto in relazione alla propria esperienza. In alcuni momenti siamo stati proprio noi a non riuscire a raccontare le nostre grandi e piccole disgrazie al primo che passa, magari in coda alla posta o sul sedile di un treno. I dischi di John Grant sono un po’ come quelle occasioni: lui si siede (metaforicamente) accanto a te, magari con il trucco sfatto, lo sguardo un po’ perso oltre l’orizzonte e comincia a raccontare, ovviamente di sé, del suo essere troppo intelligente per avere davvero successo, o avere troppo successo per essere considerato davvero intelligente, della difficoltà di capire che cosa veramente vuole, mentre attorno tutto gli sembra dire che cosa dovrebbe desiderare. Non fa eccezione anche questo quinto disco, il primo prodotto dalla grande amica Cate Le Bon, in cui il racconto, fin dal titolo, si incanala nel sentiero che porta all’infanzia in Michigan e alle esperienze che da lì lo hanno portato a quello che è oggi, un caustico crooner del sogno americano infranto e contemporaneamente un autore synth pop che vorrebbe solo far muovere anche e piedi al ritmo della cassa.

Più che negli episodi precedenti, fossero il sorprendete e folky esordio Queen of Denmark, o la mezza delusione dell’ultimo Love is Magic, l’ex Czars ha messo in scena – è il caso di dirlo – uno dei suoi cast di personaggi più riusciti. C’è Cindy che in The County Fair prende la mano a un piccolo Grant che piange quando si rende conto di essere troppo piccolo per salire sulla giostra. E c’è Mike che in Mike & Julie passerebbe volentieri dalla ragazza al cantautore se quest’ultimo si decidesse ad accettare la propria omosessualità. Ma c’è anche l’anonimo nostalgico triste di The Cruise Room che si rifugia in uno speakeasy di Denver, dove Grant ha passato parte dell’adolescenza, rapito dall’art deco che “abbaglia”.

Musicalmente, Grant non ha diviso il disco tra songwriting in senso stretto, in quella declinazione che lo mette vicino all’ironico songbook di Randy Newman senza sfigurare (Just So You Know, The Cruise Room), e la dance (Best in Me), numeri da wave isterica (Rethorical Figure) o da Depeche Mode (The Rusty Bull). Per questo quinto disco, cominciato a registrare proprio all’inizio della pandemia (è entrato in studio il primo marzo del 2020), John Grant ha forse trovato l’amalgama e l’equilibrio migliori, che ti fanno dire che non c’è un tono che sfiguri.

Certo, in 75 minuti suddivisi in dodici brani, non tutto è perfetto. Si ritorna all’immagine del tizio prolisso dell’inizio, quello che ti si siede accanto e attacca il proprio racconto. La trilogia iniziale dedicata all’infanzia poteva essere asciugata di alcuni minuti (tre brani fanno insieme oltre 20 minuti di musica) senza che se ne perdesse troppo in efficacia. Ma Grant è un po’ così e bisogna prenderlo per come viene. Di sicuro quando le cose girano, come succedeva anche negli altri dischi, vanno davvero alla grande. Qui è il caso di The County Fair, che si iscrive già tra i brani da heavy rotation anche in live version, o l’esplorazione del machismo nella melodicissima Billy. Funzionano meno quando dal racconto personale Grant sceglie la retorica, come nel caso di The Only Babe: nove minuti e passa di surreale incazzature contro l’amministrazione Trump. Nel complesso, però, forse Grant è per la prima volta completamente convinto e sicuro dei propri mezzi. E si sente.

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