Recensioni
George Harrison
All Things Must Pass (50th Anniversary Deluxe Edition)
-
Antonio Pancamo Puglia
- 13 Settembre 2021

And I know how sweet life can be / if keep myself free
Wah Wah
Nel 2001, in occasione del trentennale del suo capolavoro e a pochi mesi dalla sua prematura scomparsa, era stato lo stesso George Harrison ad esprimere nelle liner notes di quella prima ristampa il desiderio, allora inesaudito, di un nuovo mix. La storia, si sa, è controversa: nel 1970 Phil Spector salì a bordo dell’astronave Beatles proprio al momento dello schianto. In pochi mesi si trovò a produrre il singolo lennoniano Instant Karma (e, a fine anno, Plastic Ono Band), a rendere pubblicabile – con tutto ciò che, polemicamente, ne conseguì – Let It Be e a guidare nella sua prima vera avventura in solitaria il quiet Beatle, che nel frattempo aveva accumulato una mole impressionante di canzoni.
I due dischi di demo oggi presentati come bonus in questa nuova edizione ci danno un’idea definitiva: una trentina di brani fatti e finiti, spesso di caratura eccelsa, che fossero rimasti i Beatles in attività avrebbero assicurato la quota Harrison per almeno altri dieci dischi. Di suo, George era un tale ammiratore dello stile di Spector che in breve tempo l’impresa assunse proporzioni titaniche, in una lotta/inseguimento reciproco a chi dei due riuscisse ad alzare più in alto il proverbiale wall of sound. Se in un primo momento Harrison era rimasto inorridito ascoltando il risultato della prima incisione, Wah Wah (al punto che disse al sodale Eric Clapton, cui il risultato non dispiaceva, «se vuoi puoi usarla per il tuo disco»), nel corso delle session era stato addirittura Phil, attraverso alcune lettere in seguito pubblicate, a cercare di provare a dare una direzione e mettere un freno allo stesso Beatle, ormai perso in un’infinità di take alternative e mix estremamente impegnativi.
Tra gli oceani di riverbero profusi dal – non sempre lucidissimo, anzi – americano e l’ambizione del chitarrista, venne infine fuori un triplo mastodonte che trovava nell’eccesso di produzione e nella sfrenata autoindulgenza (chi, di grazia, ascolta il terzo LP di jam strumentali?) la sua caratteristica primaria, croce e delizia al tempo stesso. Ma così è sempre stato: prendere o lasciare; e per una larga fetta di pubblico e appassionati si tratta, comunque, del migliore album solista mai realizzato da un Beatle. Per come è uscito e per come è stato ascoltato negli ultimi cinquanta anni, All Things Must Pass – al netto della qualità eccezionale del materiale in esso contenuto – ha comunque sempre diviso ascoltatori e critici a causa del suo suono eccessivamente pieno e confuso.
Se è pur vero che la storia non può – e non deve – essere riscritta, l’ascolto del nuovo remix da parte di Paul Hicks e supervisionato dallo stesso Dhani Harrison – figlio di cotanto padre, a prima vista ma soprattutto nella sostanza – ci restituisce un classico sotto una nuova luce, migliorato dal punto di vista della qualità sonora e miracolosamente non snaturato né sostanzialmente alterato. Considerando la grande quantità di tracce incise su nastro dal vivo – l’elenco dei musicisti coinvolti, è noto, è impressionante – e l’uso del riverbero in presa diretta (difficilissimo se non impossibile da eliminare), che si sia riusciti nell’impresa di rendere il suono più chiaro senza “despectorizzarlo” ma mantenendo le incisioni originali, ha davvero del prodigioso.
Basti sentire come emerge limpida e chiara sin dai primi secondi la chitarra di I’d Have You Anytime che apre l’album: tutto resta lì dove era, soltanto finalmente è più nitido e presente, come voleva George. La magia è intatta, e se possibile il crescendo orchestrale di Isn’t It A Pity è ancora più emozionante; ma basti il solo esempio della citata Wah Wah: pur nell’ipertrofia dell’arrangiamento (quello, appunto, non è stato scalfito di una nota), la voce di George che si staglia cristallina sul muro di suono a proclamare il suo canto di libertà anti-Beatles/McCartney («And I know how sweet life can be / if I keep myself free») è davvero un bel sentire. Senza contare le tante parti di slide, la vera e propria “voce” di George a partire da questo disco e per tutta la sua carriera (su quanto sia stato un chitarrista innovativo e personale anche nell’uso di questa tecnica, non si è ancora scritto e detto abbastanza).
Dunque, è possibile rendere ancora più godibile un capolavoro senza intaccarne il lascito e snaturarne il significato? Sì, come vediamo. Ha senso? Per noi sì, se si tratta – come in questo caso – di un atto artistico postumo fondato su un desiderio. E anche non fosse stato così, l’orecchio dell’audiofilo e dell’esegeta ne ha solo da godere, nello scoprire fraseggi strumentali e parti vocali seppellite nel pur affascinante magmatico mix originale.
Archiviato il remix dell’album principale, il piatto forte per chi scrive non può che consistere nei tre dischi aggiuntivi di demo, outtakes e jam. Sì, perché oltre alle tracce poi lavorate per l’album sono qui presenti ben tredici inediti, alcuni dei quali ripresi negli anni per uscite successive (Beautiful Girl e Woman Don’t You Cry For Me in 33 & 1/3, la splendida I Don’t Want To Do It per la colonna sonora di – ehm – Porky’s 2 del 1985), altri conosciuti per collaterali vie beatlesiane (Dehra Dun, accennata nell’Anthology, così come Sour Milk Sea, risalente al periodo del White Album e poi regalata a Jackie Lomax, a quanto pare brevemente considerata anche dal George solista), altri mai sentiti come Om Hare Om (Gopala Krishna) – i Kula Shaker prima dei Kula Shaker – o Everybody/Nobody.
Delle tracce note risultano curiose, tra le demo, versioni embrionali di My Sweet Lord, con Ringo che imprime un andamento differente, una Hear Me Lord solo voce ed elettrica, delle What Is Life e I Dig Love prive di fronzoli e una Art Of Dying che svela la sua parentela stretta armonico-melodica con Think For Yourself (fu composta nel 1966 – e si sente. Immaginatela su Revolver…). Tra le jam in studio, spassosa è una take abortita di Isn’t It A Pity («Isn’t it so shitty / Oh isn’t it a pain / how we do so many takes / now we’re doing it again»…), illuminante una Hear Me Lord grezza e floydiana con lungo assolo conclusivo del Nostro (abbiamo già detto di quanto sia sottovalutato come chitarrista?), interessante un arrangiamento alternativo di Run Of The Mill (take 36) con frasi discendenti di chitarra a scandire e accompagnare la melodia, da strappacuore l’omaggio affettuoso a Get Back, suonata nello stile di Delaney & Bonnie, a testimonianza nonostante tutto dell’attaccamento e dell’affetto verso la band madre e il suo repertorio.
Tra gli inediti assoluti, i migliori sono senz’altro le gemme acustiche Mother Divine e Cosmic Empire, o una Window Window che mostra tutta la sua devozione all’amico e collega Dylan; e anche se il materiale non è sempre di prima scelta – lo spoof elvisiano Going Down To Golders Green o la pur interessante Tell Me What Has Happened To You, tutta costruita su accordi diminuiti… ma cosa non è quel ritornello lennoniano quando si apre? – è comunque sufficiente a rendere All Things Must Pass un vero triplo, che completa il quadro dello stato di grazia assoluta in cui si trovava Harrison “liberato” dalle catene dei Beatles.
Non è un caso se in uno di questi inediti, Nowhere To Go, si lamenti di essere stanco di essere uno di quei Quattro («I get tired of being Beatle Jeff / Talking to the deaf / Every time some whistle’s gеtting blown»). Nel loro complesso, tutte queste canzoni, messe in fila e nel loro contesto originario, suonano come un lungo e glorioso urlo di liberazione, un vero e proprio atto liberatorio. (Molto prosaicamente e con il suo consueto humour dissacrante, Harrison definì in un’intervista All Things Must Pass come la fine di una lunga costipazione. Fossero tutti così, gli atti liberatori…).
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