In equilibrio tra forza e fragilità. Intervista a Joan Thiele
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Eleonora Bruno
- 21 Maggio 2021
Mezza italiana e mezza svizzero-colombiana, Joan Thiele ha sviluppato un gusto musicale distintivo che assorbe tanto da artisti del passato quanto del presente, un fil rouge governato da eleganza e raffinatezza, dalle sonorità pop intime e r’n’b, che incorporano elementi folk (Joni Mitchell), soul (Lauryn Hill) e della canzone italiana (Ornella Vanoni).
Il suo percorso musicale prende il via in Inghilterra quando ha 19 anni, quasi dieci anni fa. Solo in seguito sceglie di cantare in italiano: all’inizio 2020, durante il lockdown, esce Operazione Oro, progetto discografico che ne testimonia la crescita artistica in una direzione magica e onirica senza che però questa ponga l’ascoltatore su un piano asimmetrico; Thiele mette infatti l’ascoltatore al centro facendolo e facendoci sentire parte di qualcosa, all’interno del suo perimetro emotivo oltre che estetico.
Nel nuovo progetto, suddiviso in atti, i brani vanno a braccetto, a due a due: il primo, Memoria del futuro, uscito a febbraio, è fortemente incentrato sul dualismo legato al tempo tra passato e futuro, con una forte impronta R’n’B. Il secondo, Disordinato spazio, uscito il 30 aprile, rappresenta il caos tra forza e fragilità, con atmosfere soul e sensibilità jazz.
Joan Thiele è proiettata nel futuro e il suo è un cantautorato in costante crescita, come possiamo notare dai suoi lavori precedenti, e soprattutto, è un’artista che sa mettersi in gioco. Noi di Futura 1993 l’abbiamo incontrata virtualmente e abbiamo scambiato quattro chiacchiere sul suo ultimo atto, Disordinato Spazio. Ecco cosa ci ha raccontato.
Ciao Joan! Quando e com’è nata l’idea di pubblicare i nuovi singoli in diversi atti?
Un anno fa ho iniziato un diario e mi sono resa conto che tornavano temi ricorrenti in quello che scrivevo. Ho deciso così di condividere quei pensieri fissi nella mia mente attraverso le mie canzoni, dividendole in Atti, come se fossimo al cinema o a teatro. Ogni Atto è dedicato a uno di quei temi ricorrenti.
«Disordinato spazio è la mia testa, la dimensione dei miei sogni. Quel luogo in cui nascono le idee e si trasformano in musica»: in questo caso quali sono state le idee alla base della creazione dei due brani? Ci dipingi a voce il quadro Atto II – Disordinato Spazio?
Partiamo dal presupposto che io sono un casino. Faccio mille cose insieme, contemporaneamente, sono piuttosto iperattiva. E a volte ho proprio la sensazione di vedere i miei pensieri propagarsi dalla testa come se fossero dei cavi. In questo caso con una presa jack per l’amplificatore. Ho capito che questo disordinato spazio è la mia mente, si meritava anche lui un capitolo. Come in memoria del futuro, dove c’era un dualismo legato al tempo, tra passato e futuro, qui continua il mio viaggio, tra fragilità e forza. Entrambi i pezzi li ho scritti nello stesso periodo, ma rappresentano due diversi modi di essere. Tuta blu parla di una bellissima fragilità, è una canzone che ho scritto per una mia amica, una canzone d’amore. Scilla invece è una sorta di mantra per me. Scritta in camera mia nel primo lockdown, guardavo fuori dalla finestra e sognavo il sole. Mi dava forza. Scilla è forte, come una dea. Sono due canzoni opposte, ma è come se si completassero l’una con l’altra.
Hai raccontato che Tuta Blu è per un’amica: «Sei bella anche con la tuta blu / perché non sorridi baby / Hai gli occhi pieni d’acqua / raccontami tutto che passa». Cosa ne pensa la diretta interessata?
Si è molto emozionata. Ho voluto fotografare quel momento in cui la passo a prendere sotto casa, con gli occhi pieni di lacrime, e ho immaginato di farla sorridere. Darei la voce per le persone che amo. Senza di loro sarei persa.

In Scilla canti: «Sai mi son detta questa volta non vado / non vado sul fondo / In fondo un po’ mi amo». Ti va di raccontarci qualcosa del background di questo brano?
Stavo certamente attraversando un periodo difficile, cosa piuttosto universale credo. Era appena uscito il mio promo Ep in italiano Operazione Oro ed eravamo chiusi in casa. Sentivo il caos. Ero in camera mia, mi ero creata un piccolo studio per fare musica e improvvisamente guardando fuori dalla finestra ho iniziato a vedere le parole di Scilla. Così ho aperto Ableton e ho iniziato a suonare gli accordi iniziali e a registrali, in pochissimo tempo la canzone ha preso forma, un po’ come se avesse deciso lei chi essere. E così è stato: a volte le canzoni nascono perché già erano nello spazio circostante.
Una menzione speciale la merita la copertina di questo singolo. L’ho trovata davvero preziosa ed evocativa. Hai dei capelli lunghissimi che si diramano dalla tua testa come cavi, che immagino stiano a rappresentare i tuoi pensieri disordinati. Noto sempre un grande interesse nei tuoi lavori per la parte estetica, è così?
Sì sono molto fortunata perché ho un team di lavoro speciale, che mi segue e mi supporta. Analizziamo insieme le canzoni, cerco sempre di collegare la musica a degli immaginari, per me è importante dare un messaggio anche attraverso una fotografia. In questo artwork abbiamo voluto rappresentare i miei pensieri si propagano come cavi nella terra e prendono forma nell’universo che mi circonda. Io sono l’insieme di questo caos, in equilibrio tra forza e fragilità.
La cosa che più apprezzo della tua musica è che si nota molto la sperimentazione continua, sei un’artista poliedrica, tra pop, atmosfere urban contemporanee e sonorità vintage. C’è però un gusto che ti ha accompagnato più di altri o un artista a cui sei affezionata?
Ho riscoperto la magia della semplicità di una chitarra e una voce. A volte basta poco. Voglio che si senta il cuore quando canto, voglio dare meno attenzione all’estetica sonora e più a quella emotiva. Impazzisco, da quando sono piccola, per Joni Mitchell, Lauryn Hill, la Vanoni. Vorrei tanto aver scritto lo so che ti amerò di Ornella Vanoni e Toquinho. Arte pura.
Italiana, svizzero-colombiana, studi passati a Londra. Fin dall’infanzia hai trascorso una vita nomade, tant’è che i tuoi primi progetti sono in lingua inglese. È in qualche modo cambiato il rapporto con la tua arte quando hai cominciato a scrivere in italiano o fa parte di un’esigenza personale?
È stato molto bello attraversare queste fasi e viaggiare tanto. Mi sono data la possibilità di sbagliare, crescere e conoscermi. Sento che il rapporto con lo scrivere è mutevole, come lo sono io d’altronde. La musica cambia con me.
In passato hai raccontato che le donne sono sempre state il tuo punto di riferimento più solido, e ci tengo particolarmente a chiederti questo: cosa pensi delle donne oggi nell’industria musicale? D’altronde hai anche lavorato insieme ad altre artiste al brano Le ragazze di Porta Venezia di M¥SS KETA, inno della sorellanza, girl power, queer culture e libertà…
Vedo tanta freschezza e coraggio. Ci sono molte artiste talentuose. Credo che le donne stiano prendendo il loro meritato spazio. Ho sempre più speranza!
Ti saluto con l’ultima domanda, quasi obbligatoria. Operazione Oro, Atto I e Atto II: tre progetti di enorme potenziale, tutti e tre usciti in un periodo molto particolare. Con che stato d’animo si pubblica musica in un periodo simile?
All’inizio l’avevo presa male, perché aveva in qualche modo “sconvolto i miei piani”. Ma è proprio lì che la mia mente è switchata in qualcosa di molto positivo. Onestamente sono arrivata a questa conclusione: la musica si deve fare per far star bene / male. Per trasmettere. E quindi a un certo punto le logiche discografiche vanno ribaltate in qualche modo. Io credo che si debba metterci il cuore, poi il resto arriva di conseguenza.
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