Recensioni

TOP

Benedetta sia la burocrazia, le carte bollate, i documenti soggetti a data di scadenza. L’intransigenza dei funzionari stolidi e incorruttibili. “Lo scriba è impazzito oppure ha bevuto”, adatterebbe, casomai, il suo popolarissimo verso un decano della nostrana intellighenzia cantautoriale dotato di inseparabile panama e prefisso nobiliare a impreziosirne l’anagrafe. Sì, perché se non fosse stato per un permesso di soggiorno scaduto, i Gong non sarebbero mai esistiti.

Tutto parte da lontano, nel tempo e nello spazio. Da Daevid Allen (ah, quel terribile dittongo che sa tanto di refuso!), australiano, libraio dell’università di Melbourne con chitarra e poi giramondo affascinato dai Beat (i letterati americani) che all’inizio dei ’60s si trasferisce a Parigi e diventa un seguace del compositore avanguardista americano Terry Riley. “Quello che aveva fatto con i tape loop mi affascinava – dice Allen –, grazie a lui ho conosciuto Chet Baker, Bud Powell, musicisti jazz che adoravo”. Inoltre collabora con William Burroughs, il cui romanzo The Soft Machine gli fornisce il nome per la band che formerà qualche anno dopo: “Con Burroughs facevo cut-up, proiezioni, era l’inizio della multimedialità. La rivoluzione degli anni Sessanta è stata probabilmente importante quanto i movimenti Dada e Surrealista negli anni Venti”.

Spirito irrequieto, apolide, dopo avere fatto la spola tra Francia e Inghilterra, Allen trova una sistemazione alla Wellington House di Canterbury che appartiene alla famiglia del sedicenne batterista Robert Wyatt, col quale fonda, completato dal bassista Hugh Hupper, il Daevid Alled Trio, il primo tentativo di mettersi in scia ai suoi eroi, Sun Ra dal lato musicale, Allen Ginsberg e William S. Burroughs, da quello lirico.

La band dura pochi mesi. Dopo avere divorziato dalla moglie inglese sposata solo un anno prima, Allen si lega sentimentalmente alla poetessa Gilli Smyth, spirito anarchico e proto-femminista, espulsa a 12 anni da una scuola conventuale cattolica per avere imbastito poesie erotiche; figura che darà una impronta ai Gong per effetto del suo (in)equivocabile sospirare/ansimare/sussurrare che lei stessa ha definito “musical landscaping”. La coppia inizia a rimbalzare tra UK, continente e l’isola di Maiorca, dove l’australiano entra in contatto e perfetta sintonia con Kevin Ayers.

Altra inversione di marcia, altro premio: questa volta la meta è Canterbury, dove ai due – chitarra e basso – nell’autunno del 1966 si aggiungono Robert Wyatt alla batteria e voce (alternandosi ad Ayers) e Mike Ratledge alle tastiere: nome di battaglia Soft Machine. Questa volta il veliero ha il vento in poppa e i Softs diventano – insieme ai Pink Floyd – l’attrazione londinese underground del momento. Il produttore Giorgio Gomelsky li scrittura e organizza un tour francese al cui ritorno, il 24 agosto 1967, a Dover, Allen viene respinto perché il permesso di soggiorno in Gran Bretagna è scaduto. Non gli resta che rifugiarsi a Parigi. Da qui la Bananamoon Band (insieme a Patrick Fontaine e Marc Blanc) che gestita da Jérôme Laperrousaz, impiegato della TV di stato ORTF, si esibisce nei piccoli locali della capitale francese.

Laperrousaz, anche regista e documentarista, spinge la band a esibirsi in strada nel quartiere latino per trarne un video. C’è solo un problema: è il “maggio francese”, il periodo più caldo dell’anno nonostante sia ancora primavera: bollente perché gravido di manganellate e sassaiole tra polizia e manifestanti. La band e Laperrousaz non passano inosservati: quando il girato viene sequestrato dalle autorità e visionato, la scena dove la band sventola orsacchiotti di pezza in faccia ai tutori dell’ordine costa il licenziamento al regista e spinge Allen e la Smyth alla fuga perché in odore di arresto. Evidentemente in Francia si registrano tra i poliziotti più ferite da lancio di peluche che da arma da fuoco. I “Bonnie e Clyde del pupazzetto peloso” si rifugiano dunque a Deià, sull’isola di Maiorca. A pensare ai capimafia che si nascondono in una botola, poteva andare peggio.

Ma Allen, oltre ad avere scarpe buone dato tutta la strada che sta facendo, ha sette vite: e dalle ceneri della Bananamoon Band fa levare in volo la fenice Gong. A Deià stringe amicizia con Didier Malherbe, sassofonista e flautista che vive in ritiro dalle mollezze della vita moderna dentro una caverna che si trova sulla proprietà dello scrittore beat Robert Graves, e nell’autunno del 1969 si accorda con la BYG Records – label parigina specializzata in Free-Jazz fondata nel 1967 da Fernand Boruso, Jean-Luc Young e Jean Georgakarakos, dalle cui iniziali l’acronimo BYG – per un disco, Magick Brother (noto anche come Magick Brother/Mystic Sister), che nonostante i discografici vogliano a nome di Allen diventa il primo album accreditato ai Gong, pubblicato nel marzo 1970.

Si tratta, come si direbbe in ambito pediatrico, della registrazione dei primi vagiti. Per acquisire la loro vera voce, da adulto, i Gong dovranno attendere ancora un po’. Il tempo di fare di Pavillon du Hay, un rifugio di caccia nei pressi di Sens, un centinaio di chilometri a sud-est di Parigi, la base stabile della band, battezzato Bananamoon Observatory, e di piantare nella florida terra circostante i semi dai quali svilupperà rigogliosa, in forma di triplice fusto, la cosmogonia di Radio Gnome Invisible. Allen ha raccontato di una epifania avuta per effetto di una out-of-body experience avvenuta in una notte di luna piena di aprile del 1970, ma i Pot Head Pixies, gli ometti dalla testa appuntita che usano teiere a elica per solcare lo Spazio, apparirono per la prima volta su una rivista letteraria, Residue 2, quattro anni prima. Ma ora che tutto all’Osservatorio si mischiava rigenerando sotto nuove forme, dalla vita comunitaria alla filosofia esistenziale, dall’uso di droghe alla musica, da Pavillon du Hay quel “tutto” stava levitando per assumere i contorni di qualcosa di più grande della somma delle parti, che nel giro di un paio di anni sarebbe diventato enorme come un pianeta. Planet Gong, appunto.

Nei due moti di rivoluzione del pianeta Terra, invece, sarebbero venuti Banana Moon, il primo disco a nome di Allen tanto voluto dalla BYG Records; e come Gong ben tre lavori: la colonna sonora di Continental Circus, film/documentario del 1971 diretto dal vecchio amico Jérôme Laperrousaz; Obsolete a fianco del poeta Dashiell Hedayat, e infine Camembert Electrique.

Secondo album di studio della discografia Gong, differentemente da quanto uscito in precedenza sotto la guida di Allen, in gran parte space-rock jam o esito di canzoni assemblate senza troppa attenzione all’architettura compositiva anche per questioni logistiche, Camembert Electrique è il prodotto di dieci giorni di permanenza allo Chateau d’Hérouville, studio di registrazione ricavato all’interno di un castello del XVIII° secolo poco fuori Parigi, soprannominato dal texano Rex Foster, il primo a registrare lì (Roads Of Tomorrow, 1971) dove aveva vissuto anche Fryderyk Chopin, Honky Château; nickname reso celeberrimo da Elton John grazie all’omonimo album del 1972, quello che contiene Rocket Man.

Finalmente nelle condizioni ideali, la visione di Allen prende forma con la dovuta nettezza. Benché in Magik Brother, nella prima strofa di Gong Song, compare il primo accenno: “C’era una volta in un lontano pianeta / C’era un omino verde sceso da una cometa / Lo incontrai per la prima volta in un taxi di Londra / Mi disse che il suo nome era Mr. Pot Head Pixie / Mi disse che veniva da un pianeta chiamato Gong”, è Camembert Electrique a disseminare tracce concrete, e rappresentare la miccia che innesca la piena esplosione. I Pot Head Pixies che compaiono in copertina, i primi 26 secondi di delirante introduzione intitolati Radio Gnome Prediction, il finale della stessa durata e altrettanto imprendibili momenti di Gnome The Second, ma soprattutto il coagularsi delle forme sulla tela sonora, i tre colpi di bacchetta del direttore sul leggio – è Camembert Electrique – che annuncia l’inizio della sinfonia in tre movimenti di Radio Gnome Invisible.

“Abbiamo parlato seriamente dell’esistenza di un pianeta chiamato Gong, ma in realtà non ha una presenza fisica. Opera su una nota più alta, su una vibrazione più elevata. Quando suoniamo come Gong accadono cose ultraterrene, a livello emotivo, mentale, fisico e spirituale, l’energia e le sensazioni fanno sembrare le cose un po’ più belle”, dice Allen.

In seguito alla nascita del primogenito Taliesyn, Allen e la Smyth si prendono una breve vacanza al vecchio e caro rifugio di Deià, dopodiché, ricaricate le batterie, sono pronti a posare la prima pietra di Radio Gnome Invisible. Lo fanno al Manor, lo studio che quel volpone di Richard Branson ha fatto costruire nel 1971 nel campo da squash di una palazzina dallo stesso nome – classificata di Grado II, dunque di interesse storico – nel villaggio di Shipton-On-Cherwell, poco a nord di Oxford. L’attuale magnate aveva allora 21 anni. Al Manor nello stesso periodo stava registrando Mike Oldfield: Tubular Bells, che altro. Un giochino sonoro a incastri che rifiutato da tutte le altre label sarebbe stato il primo lavoro pubblicato dalla Virgin, la leggendaria label nata nel retro bottega Virgin Records And Tapes, il negozio di dischi specializzato in importazione di vinili di Krautrock aperto da Branson e Nik Powell. Risultato di Tubular Bells: 15 milioni di copie vendute e ulcere a go-go per la metà degli A&R men del Regno Unito.

Ecco dunque il quadro completo: i Gong sono in primo piano, in una formazione allargata come una comune che ha aggiunto, soprattutto, Steve Hillage, giovane chitarrista che oltre a condividere in toto la filosofia della band porta in dote un’abilità che Allen allo strumento non ha (“ho sempre avuto una pessima opinione del mio modo di suonare da solista – ha detto l’australiano –, ma la cosa strana è che c’è stato un gruppo di persone a cui è piaciuto fin dall’inizio”). Sullo sfondo, invece, Jean-Luc Young (BYG) che stringe la mano a Richard Branson, e insieme premono il bottone per fare decollare, su una colorita e improbabile teiera volante, una band che ha intenzione di fare del rock – per tradizione lambiccato, se non tutto impegno e profondità almeno duro come la roccia e muscoloso e mascolino – territorio di fantasia sfrenata, follia benevola, isola – anzi pianeta, Planet Gong – che al pari della paradisiaca Maiorca si staglia come riserva per una tribù di sopravvissuti, Walhalla dello spirito hippy esalato dal corpo dell’Utopia accecata dai fumi delle bottiglie molotov, poi sprangata a morte, tra i tafferugli del maggio ’68.

I Gong nel 1974
I Gong nel 1974

“Probabilmente la gente ha dimenticato quali enormi cambiamenti culturali stavano avvenendo, soprattutto con la minaccia del nucleare, e che musicisti come noi erano in pericolo permanente da parte dell’establishment e delle istituzioni conservatrici. Il miglior rimedio contro un establishment conservatore è l’assurdità e l’immaginazione di ampio respiro”, ha dichiarato Gilli Smyth al magazine indie Ptolemaic Terrascope nel 2007. E più tardi Steve Hillage ha ribadito come i Gong fossero “gli unici portatori di una torcia che sembrava essersi spenta praticamente ovunque intorno al 1968”.

Se l’immaginazione non è più al potere, il potere dell’immaginazione è l’alimento che sostiene i Gong, il carburante che spara in volo la flotta delle teiere, uniche nell’universo, dotate di caratteristica elica. Al Manor i Gong trovano la quadra del cerchio oltre Steve Hillage: Laurie Allan occupa lo sgabello del batterista che dopo l’abbandono di Pip Pyle aveva visto diversi nomi ruotare, Francis Moze al basso che Giorgio Gomelsky aveva sottratto momentaneamente ai Magma, ma anche più importante è l’integrazione ufficiale del tastierista Tim Blake, entrato nella comune di Pavillon du Hay dopo avere fatto parte del personale che aveva registrato Banana Moon.

Quella che era stata provvisoriamente intitolata come Flying Teapot Trilogy prende dunque il via allo studio della Virgin. Allen ha già le idee ben chiare: il libretto di 16 pagine allegato a Flying Teapot, pubblicato il 25 maggio 1973, la copertina gatefold illustrata dallo stesso chitarrista, anticipa che quello è il primo di una serie di “registrazioni gnomofone”, con i prossimi capitoli già intitolati Angels Egg e You. Come per quelli che si definiscono romanzi di formazione, al centro della trilogia c’è la presa di coscienza, e la sua crescita spirituale, del terrestre a cui nome più modesto non si poteva dare: Zero The Hero. Che una volta “sintonizzato” sarà trasportato via, in cielo.

Va sottolineato come l’idea della teiera volante non sia una boutade psichedelica maturata sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, o un semplice cartoon. Lo rivela lo stesso Daevid Allen nel secondo capitolo della sua autobiografia, Gong Dreaming 2: The Histories & Mysteries of Gong from 1969-1975 (SAF Publishing Ltd, 2009). Le sue basi poggiano su una analogia di Bertrand Russell, uno dei più importanti filosofi britannici del Novecento, nota appunto come “La teiera di Russell”, che in un articolo intitolato “C’è un dio?”, commissionato dalla rivista Illustrated ma mai pubblicato, nel 1952 scriveva: “Se dovessi suggerire che tra la Terra e Marte ci sia una teiera di porcellana che ruota attorno al sole su un’orbita ellittica, nessuno potrebbe confutare la mia affermazione, purché fossi attento ad aggiungere che la teiera è troppo piccola per essere rivelata anche da i nostri telescopi più potenti. Ma se continuassi a dire che, poiché la mia affermazione non può essere confutata, è un’intollerabile presunzione da parte della ragione umana dubitarne, si penserebbe giustamente che dica una sciocchezza”.

Russell con questo intendeva mettere in dubbio tutto ciò che afferma l’esistenza di Dio: “Se tuttavia – continuava il filosofo – l’esistenza di una tale teiera fosse affermata in libri antichi, insegnata come la sacra verità ogni domenica e instillata nella mente dei bambini a scuola, l’esitazione a credere nella sua esistenza diventerebbe un segno di eccentricità e darebbe diritto a chi ne dubita alle attenzioni dello psichiatra in un’epoca illuminata, o dell’Inquisitore in un’epoca precedente”. E riprendendo il concetto nel 1958, in modo definitivo Russell sanciva: “Nessuno può dimostrare che tra la Terra e Marte non vi sia una teiera di porcellana che ruota su un’orbita ellittica, ma nessuno ritiene che ciò sia sufficientemente probabile da poter essere preso in considerazione nella pratica. Penso che il Dio cristiano sia altrettanto improbabile”.

A differenza degli astronomi, e dotato di mezzi di comunicazione e – soprattutto – sostanze che amplificavano i sensi o li moltiplicavano (la telepatia), Allen aveva avvistato una intera flottiglia di teiere fluttuante nel cosmo, e cosa anche più importante era entrato in contatto – telepatico, come era proprio di Zero the Hero – con i Pot Head Pixies, autori e fautori della prodigiosa tecnologia. Contatto che apre una porta su un mondo; una storia talmente articolata, così follemente rutilante, che riassumerla in poche parole è quasi impossibile.

Prendete alieni che trasmettono via radio da teiere volanti, una fantomatica Compagnia dell’Opera Invisibile del Tibet, l’invito al consumo compulsivo di tè (misto a sostanze), streghe seduttrici che sussurrano “I am your pussy” con doppio senso felino-sessuale nemmeno così velato. Tra Alice nel paese delle meraviglie versione vietata ai minori e la trasposizione per adulti di Circe (dell’Odissea) nello Spazio, un guazzabuglio tanto più affascinante quanto picarescamente nebuloso era l’ultima delle invenzioni possibili da prendere… sul serio… per farne un disco. E soprattutto, cosa raramente associata e associabile al rock tout-court, dall’alto tasso di divertimento, di pure joy: non solo in relazione alla musica prodotta dalla band, ma intrinseco allo stile di vita dell’intera cricca Gong. It’s only rock and roll but… I’m having a good time. Perché la “ leggerezza” può essere della Disco, del easy listening, del Pop; ma il Rock – vuole il fruitore intransigente – è “growl”, urlo primordiale di rabbia, prodotto di budella o cervello non importa, ma deve essere “blood, sweat and tears”, non certo “have a cuppa tea”.

Sul piano sonoro non poteva andare diversamente. Rock-cabaret (Radio Gnome Invisible), space-rock e psichedelia (Flying Teapot), krautrock (The Octave Doctors & the Crystal Machine), jazz-rock (Zero The Hero & the Witch’s Spell), pura Gong-folie (Witch’s Song/I Am Your Pussy), riverberi di Canterbury che rimbalzano un po’ da ogni dove. Un helzapoppin. Che per questioni di comodo viene fatto accomodare sotto la pensilina onnicomprensiva e accogliente del Prog rock. Ma sebbene quest’ultima etichettatura non stoni, i Gong – a ben guardare le argomentazioni, il modo di esprimersi tra testi & musica, l’interpretazione dello stile di vita rilassato e colorito, che non si discosta dal modo di fare dischi – sono qualcosa di unico, definibile in nessun altro modo che come Gong. Se non fosse che per vendere dischi, o qualunque altro prodotto, una etichetta, dicono le inflessibili leggi di marketing, non può mancare. E la bollatura ha funzionato.

I resoconti della Virgin attestano che Flying Teapot ha venduto 10.000 copie e Camembert Electrique – ristampato nel 1974 per tirare la volata a You, e venduto per soli 59p – raggiunge le 50.000 unità smerciate, contribuendo ad allargare la popolarità della band in modo consistente. Se le teiere volano a gran velocità nello spazio – e sta a vedere che in quel momento pure Dio, benché invisibile ai telescopi, appare più credibile – i Gong navigano a vele spiegate il favorevole mare della discografia, ma in direzione di un orizzonte che si sta facendo minaccioso. Nel 1974, benché sia contrattualmente legata ai francesi della BYG, su spinta del produttore Giorgio Gomelsky la Virgin prova ad accaparrarsi l’esclusiva della band e delle registrazioni. La disputa finisce in tribunale, ma nonostante l’esito salomonico per le label, che permetterà ai contendenti lo sfruttamento del catalogo separatamente, saranno Allen e soci a farne le spese, le cui royalty saranno congelate per quasi 40 anni.

Le buone notizie sono più veloci e arrivano dal fronte artistico. Il percussionista francese Pierre Moerlen, introdotto alla batteria al Conservatorio di Colmar, poi studente di batteria jazz e percussioni classiche al Conservatorio di Strasburgo sotto la guida di Jean Batigne fondatore di Le Percussions de Strasbourg, e Mike Howlett al basso, sostituiscono e potenziano la coppia ritmica formata da Christian Tritsch e Rob Tait. Ricompattati a Pavillon du Hay, e supportati dalla BYG che fornisce uno studio mobile a 24 tracce, i Gong passano l’estate a comporre e registrare il secondo capitolo della trilogia Radio Gnome Invisible. E sul finire dell’agosto 1973 si recano al Manor per le sovraincisioni e il missaggio.

Il titolo tratto da Jodelling Song di Edith Sitwell – poetessa inglese, nobile, estrema, bohemien, nata alla fine del ‘800 ma amica di Marylin Monroe –, Angels Egg (Ancora il dolce uccello implora / e cerca di convincerli: “Comprate le uova degli angeli / Vendute a dozzine”, recita la poesia) musicalmente è un salto in avanti. Avendo contribuito a Flying Teapot in modo sporadico poiché giunto in fase di realizzazione avanzata, in questo caso il lavoro di Steve Hillage fiorisce in tutta la sua brillante coloritura, non solo aggiungendo sapienza strumentale ma firmando/co-firmando quattro brani. Pierre Moerlen, oltre ad arricchire lo slancio e l’armamentario ritmico (vibrafono, marimba), firma Love Is How U Make It, aumentando il ventaglio dei compositori – Mike Howlett firma insieme ad Allen, Sold to the Highest Buddha – e rendendo le trame delle cosmiche avventure di Zero the Hero, una volta raggiunto il Pianeta Gong, sempre più effervescenti.

Tutto è più strutturato, provato e portato in studio ben rodato, l’improvvisazione messa da parte per farne il punto di forza dei concerti. Anche la produzione ha alzato l’asticella, la resa sonora diventata di prima qualità. Il suono è più pulito, cosa che vale per la visione d’insieme, più nitida, più articolata. Verrebbe da dire, professionale, o matura. Ma si può parlare di “maturità” per un gruppo di irriducibili hippie? (Senza essere offensivi). Di “professionalità” o “professione” per una congrega di artisti, dei quasi circensi sonori, “alieni” al sordido mondo delle logiche di mercato discografiche?

Forse no, ma imbrigliare la crepitante eccentricità sbandierata con orgoglio in passato (I am/You are/We are/Crazy) – non certo soffocarla – ha giovato. Ne sono esempio la generosa ma non caotica Other Side of the Sky, Sold To The Highest Buddha di matrice space-jazz-rock, la blandizie cosmica di Selene, gli intermezzi strumentali calibrati, Oily Way e I Never Glid Before vitalizzate da sgasate funky-jazz.

Eat That Book Phone Coda è del tutto fedele al canone Gong “fase I”, i cui bagliori si accendono a più riprese, ma i Gong del secondo episodio di Radio Gnome Invisible hanno svoltato.

Angels Egg (sulla copertina non compare l’apostrofo; nella poesia della Sitwell è: Angels’ Egg) ha innestato una marcia superiore sin dall’art work, ancora naif ma molto più composito e ricercato di quello di Flying Teapot. Alcune copie ferite dalla censura con un adesivo che andava a coprire le parti intime di una donna nuda a gambe divaricate piazzata in alto a sinistra, sullo sfondo della Luna. Una confezione gatefold arricchita di un booklet che dà le dritte sulle diramazioni delle avventure di Zero: ingurgitata la pozione magica offertagli dalla strega Yoni, the Hero perde la testa e vola via, raggiungendo attraverso la “quim” della Luna (in slang, la versione più volgare di “vagina”) il Settimo Cielo, dove è tutto orgasmo perpetuo, e infine il Pianeta Gong. Ma è solo l’inizio. Di una avventura talmente sfrenata che necessita di una mappa, di istruzioni, perfino un glossario, che vi fanno da guida verso l’uscita di una labirinto che sembra inesplicabile. Se dal lato musicale i Gong hanno cercato e trovato un equilibro tra la natura anarchica e l’esigenza di avvicinare gli standard della discografia per allargare il proprio culto, dal punto di vista dello storytelling – tra erotismo grossolano, nonsense, fantasy, slang, brandelli di filosofia – non hanno ceduto di un palmo, anzi aumentato il ritmo e la portata della fantasmagorica sarabanda di Zero the Hero.

Pubblicato il 7 dicembre 1973, accolto da recensioni positive, e grazie a un tour che impegna la band da ottobre al maggio seguente, Angels Egg diventa il disco più venduto dei Gong. Nel frattempo sono cambiate diverse cose. Obbligata a lasciare la base francese, il Bananamoon Observatory a Pavillon du Hay, la band si trasferisce nel Regno Unito, in una fattoria nelle vicinanze di Witney, Oxfordshire. Il luogo è strategico perché i Gong possono mettere in pratica il loro stile di vita anticonvenzionale e allo stesso tempo sono prossimi al Manor, dove registrano il nuovo disco prodotto da Simon Heyworth – che aveva registrato Tubular Bells – e dalla band “sotto l’influenza universale della C.O.I.T., la Compagnie d’Opera Invisible de Thibet”.

Ma non si tratta di soli mutamenti logistici. Qualcosa è evoluto anche sul piano personale e psichico. Nascono attriti tra Allen e Hillage. L’uso delle droghe comincia a diventare insostenibile. Da una parte Tim Blake diventa fuori controllo, dall’altra Allen capisce che è giunto il momento, personalmente, di mettere un freno all’abuso: “Tim era in uno stato piuttosto brutto, con allucinazioni di demoni e strane cose che accadevano ovunque. Ero in riunione con i dirigenti della casa discografica, uomini in giacca e cravatta (…), Tim è apparso all’improvviso con un coltello e lo ha lanciato verso la mia testa. Tam, il roadie scozzese, lo ha afferrato da dietro, preso in braccio e messo a testa in giù. La sua faccia è diventata di uno strano colore verde e ha schiumato dalla bocca. È stata una specie di strana possessione”. Pierre Moerlen, dal canto suo, palesava riserve sui testi.

Ciononostante, preda di una situazione agli antipodi della comune come sono sempre stati, cioè a miccia accesa, pronti a esplodere e polverizzarsi da un momento all’altro, i Gong riescono ad allestire un altro album solidissimo.

Se Angels Egg rappresenta un passo in avanti rispetto a Flying Teapot, You sale di un altro gradino la scala della perizia tecnica. Ma allo stesso tempo sposta l’asse sonoro della band. La “sensazione” del momento, più tra i musicisti che il pubblico, è il jazz-rock: i Weather Report ma soprattutto la Mahavishnu Orchestra stanno inanellando una lunga lista di ammiratori che in suolo britannico si paleseranno di lì a breve sotto forma di nuove band. Si discute di questo anche all’interno dei Gong, Moerlen che spinge più di tutti. E il jazz-rock è il fulcro di You.

L’elettronica à la Tangerine Dream/Klaus Schulze dei synth di Tim Blake si insinua come un serpente e fagocita ogni residuo di psichedelia (i quasi 9 minuti di A Sprinklimg of Clouds sono in gran parte cosa del tastierita; lo stesso per Mother Magik Invocation); le fanta-picaresche avventure di Zero The Hero compresse nei siparietti di Thought for Naught, A P.H.P.’s Advice, Perfect Mistery, e nel lungo congedo di You Never Blow Your Trip Forever. Il resto, il corposo e per certi versi sorprendente resto, è arrembante, voluttuoso, pirotecnico, jazz-rock: Master Builder, soprattutto l’ipnotico crescendo di The Isle Of Everywhere, due brani che messi in sequenza coprirebbero un lato.

Una miscela turbinosa, rovente, di chitarre fiati e percussioni indissolubilmente, lucidamente, aggrovigliate: largo spazio alle trame sonore e la voce di Allen, la sua narrativa, diventata quasi marginale. Il segnale del completamento della missione Radio Gnome Invisible. La fine di una stagione.

“Brani musicali geometricamente e matematicamente perfetti, ma sembravano totalmente improvvisati”, come li ha definiti Daevid Allen. Parole che il musicista pronuncia con soddisfazione, ma sembrano la pietra tombale sul cadavere dei Gong prima maniera, che di geometrico e matematicamente perfetto non avevano nulla. Un gergo da contabile, caro ai discografici, sul quale in seguito rimuginerà lo stesso Allen quando racconta che “Branson stava cercando di trasformarci in celebrità. Sapevo che se fossi andato oltre, saremmo diventati vittime del sistema”.

Nell’ultimo brano di You, You Never Blow Yr Trip Forever, Allen canta: “Dovete solo essere ciò che siete, amici miei / Oggi / Questo è ciò che dice il Dottore Octave / Quindi ecco che Zero l’Eroe / che continua a girare intorno alla ruota delle nascite e delle morti / E nel frattempo i Dottori Octave / E i Pot Head Pixies e / Tutti gli altri personaggi di Il Pianeta Gong devono lasciarvi adesso / Con un’ultima piccola canzone / Perché non provi / Tu sei io o io sono te / Tu sono io o io sono te / Tu sei io o io sono tu / Tu sei Maya Ram sei tu / Tu sei il mio Hiram sei tu / Tu sei io o io sono tu / Tu sei Maya io sono tu / Tu sei io o io sono tu / Tu sei l’occhio di Maya sei tu / Tu sei io o io sono tu”. Dovete essere solo ciò che siete.

Spirito incorrotto e musicista coerente, Allen se ne va per la sua strada, compiendo un atto che soddisfa i crismi della comune Gong originaria, dando corpo a Zero The Hero: nell’aprile del 1975, alla Cheltenham Town Hall, mentre la band suona il primo brano, il vecchio leader si rifiuta di salire sul palco. Con il viso truccato e gli abiti di scena, una calza rossa e una verde, esce in strada e prende un passaggio in autostop per tornare nell’Oxfordshire. “In realtà non potevo continuare. C’era una porta vuota che non potevo attraversare perché rimbalzavo nel vuoto. Sono uno spirito inquieto: salto sempre fuori quando le cose hanno troppo successo”.

Suo malgrado Steve Hillage divenne il frontman dei Gong. Pubblicato il 4 ottobre 1974, You fu addirittura pubblicizzato sulla stampa usando la sua foto. Ma era un ruolo che non amava, si sentiva in qualche modo un usurpatore “forzato”. Hillage e la compagna Miquette Giraudy lasciano la band l’anno seguente, dopo avere registrato Shamal. La bacchetta, meglio le bacchette del comando, passano nelle mani del batterista che ribattezza il gruppo Pierre Moerlen’s Gong: 10 album in tutto, e un pianeta – Gong – di distanza dal sentore musicale dei Daevid Allen’s Gong.

Nella sua irrisolvibile natura hippie, Allen non ha mai smesso di produrre musica trippy-anarcoide. Organizzando molteplici versioni “alternative” dei Gong, lanciandosi in imprese soliste, azzardando fantasiose band parallele, in una vera orgia di produzioni e idee tra il brillante e il balzano. Però mai banali. Così come Zero the Hero ha continuato a fluttuare da qualche parte, invisibile agli occhi degli astronomi. L’eterno eroe è infatti comparso come Zerox, su Shapeshifter dei Gong nel 1992, poi su Zero To Infinity del 2000, dove prova a dissolvere le spoglie umane per consegnarle, come suggerisce il titolo del disco, all’Infinito.

Quell’Infinito dove potrebbe trovarsi insieme a Daevid Allen, scomparso nel 2015. Insieme itineranti, avventurosamente, su una teiera verde a elica pilotata da un equipaggio formato da Pot Head Pixie. E tutti insieme, alle 5 del pomeriggio naturalmente, innestato il pilota automatico, have a lotta cuppa tea!

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette