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La sensazione tattile del titolo del nuovo album di Joan Thiele – il primo LP che arriva a tre anni di distanza dall’EP col quale si è fatta conoscere – si ritrova nella seduzione emotiva e ammaliante dell’eterogeneità dei suoi brani. Le undici tracce di Tango, che qui si allontanano dalla danza facendo proprio il significato del verbo latino, tangere, toccare, fanno convivere mondi lontani e profumi sconosciuti – il Sudamerica, l’Europa elettronica, l’Africa dei simboli e delle tradizioni. Un pop dal respiro internazionale, quello della giovane cantautrice cosmopolita nata da madre italiana e padre svizzero-colombiano, che riveste il disco con una buona padronanza della forma canzone. Un album personalissimo che narra di passato, viaggi, dolori e speranze con piglio maturo e disinvolta grazia. Volutamente eterogeneo, Tango condensa le anime della giovane cantautrice, una più acustica e l’altra più elettronica, nel tentativo di tracciare una nuova rotta attraverso influenze e sonorità che hanno segnato il percorso musicale della giovane cantautrice. La sinuosità fresca e colorata della struttura di Tango filtra un sound internazionale e studiatissimo – la produzione è frutto della collaborazione con gli Etna mentre gli ingegneri del suono Donato Romano, Carlo Zollo e Chris Tabron – che non si risparmia in cori, fiati, percussioni e momenti electro-soul.

Dalle tessiture tribali che si tuffano in un suono quasi dance di Blue Tiger al tepore intimo e notturno di Mountain Of Love passando per la title track, ruvida fotografia tra hip hop e soul di scuola americana, la costante di questo Tango è quella percezione di imperscrutabilità che arriva alla fine di ogni brano. Il mistero non si svela, lasciando spazio a una liquidità sonora lontana da semplicistiche categorizzazioni. Il Sudamerica che trasuda Azul, cantata in spagnolo, si veste di morbidi synth sfidando un sentimentalismo altrimenti scontato. Non è la madeleine di Proust né un suono emozionale: si va avanti per immagini affascinanti che ammaliano una doppia anima, vicina e lontana nel tempo e nello spazio.

Joan si muove fluida in mezzo a un groove contagioso, sfumature delicate e acustiche dal potenziale radiofonico altissimo, mentre l’elettronica glaciale di Ways e quella più selvaggia di Lampoon chiude un capitolo riuscito. Il bel-pop della Thiele cui forse si potrebbe contrapporre l’it-pop in recentissima ascesa, gioca con timbriche liquide, nuance esotiche, ritmiche più o meno tribali, dancefloor estivi e reminescenze hip-hop che si fanno influenze quasi indistinguibili, capaci dar vita a un genere che respira la città, l’Europa, il mondo esotico di Bogotà, i tamburi africani. Un talento – a tratti ancora immaturo e per questo privo di paure – senza fissa dimora, nessuna fortuna più grande al momento.

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