Recensioni

Punti di partenza, punti di arrivo e punti di non ritorno. La carriera degli Arctic Monkeys sembra fluttuare fra questi cardini, distribuiti nella loro produzione artistica in maniera non lineare. Se l’indie-rock ha assunto le sembianze che conosciamo oggi, è stato anche e soprattutto grazie al contributo di Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not (2006); se si è saputo ritrovare, ringiovanire, innovare lo dobbiamo al gigantesco AM (2013). Ma dove si va da un album come Tranquility Base Hotel & Casino? Il loro Pet Sound, qualcuno ha detto… Un punto di arrivo, di partenza, di non ritorno? Con il suo approccio cinematico e sensuale, l’album del 2018 ha rivoluzionato l’ideologia artistica della band dello Yorkshire, traghettandola verso territori inesplorati e affascinanti. Con le distorsioni in cantina, la band più appiccicosa dell’indie inglese si era data all’astrattismo sonoro, alle architetture retro-futuriste di un album che si faceva apprezzare anche per l’effetto sorpresa sui fan. Insomma, se ne era attratti come da una creatura misteriosa ed elegante che non è ancora pronta a farsi avvicinare.
Quattro anni dopo, ora sappiamo che quella non era un’esperienza estemporanea o una crisi di mezza età. A 36 anni, Alex Turner sta ancora cercando di trasformare una delle più affermate indie-band mondiali in un prodotto di classe, raffinato, signorile, di quelli che si farebbero degustare nei club più esclusivi dello showbiz degli anni Settanta. Ma guai a dire che non c’è continuità con il passato. Il nuovissimo The Car, in fin dei conti, riassume magistralmente la storia degli Arctic Monkeys fino a oggi: imprevedibile rinnovamento, songrwriting tagliente e un instancabile lavorío degli arrangiamenti. Il tutto confezionato in un involucro sinuoso e ipnotico che descrive il decadente e malinconico mondo dello show business, un po’ indossando la maschera del viveur annoiato alla Jay Gatsby, un po’ affilando ulteriormente i propri criptici riferimenti autobiografici.
Musicalmente, il cuore pulsante di The Car sono gli arrangiamenti orchestrali, protagonisti, insieme alla performance vocale di Turner, di un salto di qualità rispetto al passato. Dopo aver costruito lo scheletro del disco in un monastero del quattordicesimo secolo nel Suffolk e aver aggiunto i preziosissimi innesti vocali allo studio La Frette di Parigi, la band si è spostata ai RAK di Londra. Qui ha lavorato con un’orchestra di 18 archi per dare vita agli arrangiamenti scritti da Turner e prodotti da James Ford e Bridget Samuels. Nome, quest’ultimo, non scelto a caso, visto il suo curriculum pieno di collaborazioni con il mondo del cinema, segnatamente per la sci-fi esistenzialista di Under The Skin e l’horror psichico di Midsommar.
L’aspetto cinematico non è naturalmente da sottovalutare. La band compone e arrangia tutti e dieci i brani di The Car come se fossero la colonna sonora di un’elegante spy story hollywoodiana. Ma l’orchestrazione del disco non è la solita miscela inconsistente e sconnessa che viene fuori spesso dalle collaborazioni di complessi rock con ambienti orchestrali. Al contrario, nelle stratificazioni sonore dell’opera, troviamo un piccolo manuale di composizione musicale. C’è David Axelrod, il soul carnale anni 60/70 di Isaac Hayes, il romanticismo decadente di Burt Bacharach, gli ampi arrangiamenti creativi di Jean-Claude Vannier, quelli poliziotteschi all’italiana, lo spaghetti western di Morricone, con il consueto santino di Scott Walker sul comodino. Accanto a ciò, c’è naturalmente la cultura (più) pop, che viene fuori dal crooning di Turner a metà fra David Bowie e Jarvis Cocker, dai ritornelli alla Paul McCartney, dagli stacchi alla Elton John. Insomma, come prevedibile, un lavoro studiato che, grazie all’abilità dei suoi autori, non risulta quasi mai manierista.
L’opener There’d Better Be A Mirrorball fa registrare il brano più romantico della band dai tempi di Cornerstone. Nel silenzio che segue l’elegantissimo intro, gli accordi di piano fanno pensare a un attacco alla Bennie And The Jets. Invece la canzone scivola via raffinata e rétro, su un’impalcatura che sembra provenire da un noir francese degli anni 60. Poco dopo, il funk a colori di I Ain’t Quite Where I Think I Am viaggia nel tempo di un altro decennio, offrendo interferenze degne del Duca Bianco e, soprattutto, un groove plasticoso e uptempo che rimane unico all’interno del disco. Un po’ fuori posto, ma si lascia apprezzare.
Si passeggia, nel cuore della notte, su questo viale decadente in cui, come in Midnight in Paris, si è rapiti e portati in una diversa epoca storica. L’importante è che ci sia l’avventura, lo slancio funambolico e bohémien che, se nel passato riguardava i pavimenti appiccicosi di qualche indie club, ora si fa più introspettivo e criptico, adattato agli ambienti più altolocati dei nostri protagonisti. C’è l’avventura che odora di primo bacio nell’R’n’B di Jet Skis on the Moat, che flirta con Curtis Mayfield, Sly & the Family Stone e la Motown più distesa. C’è il pop barocco di Body Paint, che riflette nitidamente sul pop-rock anni Settanta e tira fuori un ritornello (l’unico dell’intero disco) che sa tanto del binomio Lennon–McCartney. Altrove si fa apprezzare il mid-tempo giocoso di Hello You, che sembra esplorare il lato più arguto del jazz-rock con testi oscuri e una struttura complicata che fa pensare a certi lavori di Donald Fagen e Walter Carl Becker. Il binomio The Car–Big Ideas tira in ballo rispettivamente l’incedere western alla Morricone e il più classico dei Bond–theme. Stiamo ancora passeggiando su questo viale crepuscolare in cui il patchwork di scenette e immagini suggestive non ha più il gusto del B-Movie a colori di Tranquility Base, ma si staglia in malinconici piani sequenza in bianco e nero, riflessioni esistenzialiste sull’identità e il ruolo del musicista oggi, così come nel 1970.
The Car è un album sospeso che, a un primo ascolto, corre il rischio di suonare monotematico, a volta brillante, altre dannatamente piatto. Non è immediato, ça va sans dire, ma cresce vertiginosamente a ogni ascolto. Gli Arctic Monkeys giocano con una tavolozza di colori spenti, estremamente delicati, che non evolvono particolarmente durante la durata dei dieci brani. Aggiungiamoci pure che, una volta sparito l’effetto sorpresa di Tranquility Base…, questo album rischiava di venire etichettato come continuazione meno ispirata del precedente. E invece gli elementi sono al loro posto, la tematica è originale e interessante, il songwriting, come al solito, ispirato ed elegante. C’è chi poi non digerisce proprio il cambio di rotta dei quattro di Sheffield, ma è bene ribadire che il percorso e l’evoluzione della band sono sacri e vanno protetti. Rimane, per qualcuno, la curiosità di sapere come sarebbe oggi l’indie rock suonato dalla band che lo sapeva fare meglio di tutti. Ma è un rimpianto velleitario, da feticisti. Non da ascoltatori attenti. The Car, invece, è un album da ascoltatori attenti, che lo troveranno certamente ottimo.
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