Recensioni

6.5

A pochi mesi di distanza dal mini LP Never, ma soprattutto a oltre sette anni da Every Day I Get Closer to the Light From Which I Came, ultimo album pubblicato a nome Jesu, il fondatore dei GodfleshJustin K. Broadrick (che negli anni Ottanta fu anche membro per un breve periodo della storica band grindcore Napalm Death), torna con un lavoro molto più stringato nel nome e che – dato il titolo, appunto – chissà, potrebbe anche far pensare a un fine corsa imminente per il moniker da lui fondato a metà 00s. Il che comunque sarebbe un peccato.

Anticipato dai singoli Alone, epico trip di chiara impronta dream/shoegaze che rimanda direttamente ai Ride di Nowhere, e When I Was Small, che tiene maggiormente fede all’ombrello alt-metal che il Nostro si tiene comunque sempre aperto sulla testa in caso di minaccia meteorologica, Terminus è la portata principale del pranzo solo anticipato dall’antipasto dello scorso luglio e non se ne discosta in quanto a sapori.

Jesu non fa miracoli ma – a dispetto del suo proverbiale piglio pessimista – in cucina se la cava, e così fa questo lavoro, una certezza in tempi d’incertezza, a conferma di una discografia dall’impronta chiara, definita, senza balzi particolari ma neanche clamorose battute a vuoto. Nella arie fosche e crepuscolari di questi otto brani, gli amanti del genere troveranno ristoro e conforto. Detto dei due estratti, le restanti sei tracce accompagnano in lunghe camminate attraverso panorami desolati, post atomici. Dalle cavità doom dell’interminabile title-track, che riserva anche strettissimi tornanti slowcore/lo-fi, a quelle post-rock di Sleeping In, che ci sveglia dall’intorpidimento col suo sferragliante incedere scandito da possenti schitarrate in stile Swans. Ma si passa anche per sentieri meno irti. Don’t Wake Me Up invita a poltrire, e gentile è pure Disintegrating Wings, che si libra nell’aria su rintocchi di piano che intarsiano una graziosa melodia addolcita da un cantato angelico ed etereo. Così come Consciousness è intessuta di umanità benché sia inzeppata di vocoder, e la strumentale Give Up – pure qui, il titolo e la collocazione del brano in conclusione di tracklist sembrerebbero suggerire la resa del progetto alla fine del suo ciclo – rispolvera frontalità quasi brianeniane a chiudere una corsa che, in ogni caso, ci dispiacerebbe se fosse l’ultima. Siamo giunti al Capolinea, sembra dirci Broadrick, ma sarebbero altre le linee da sopprimere.

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