Recensioni

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E’ innegabile che l’importanza del Pop Group fu capitale quanto il lascito dei progetti paralleli, così che parlare del dopo Napalm Death comporta ragionamenti non troppo dissimili. Il triumvirato Harris, Dorian e Broadrick forgiò nomi il cui peso non fu meno rilevante di Pigbag, Rip Rig & Panic o del più famoso Mark Stewart & Maffia. Scorn fu la creatura horror dub del primo, Cathedral la bestia nera del secondo e Godflesh l’incubo del terzo, Justin Broadrick, un ragazzo che dopo la presenza nei fondamentali Head of David di Dustbowl fondò la band nel 1988 chiamando a sé l’amico G. C. Green, compagnone ultra navigato e conosciuto ai tempi dei Fall Of Because (epiteto di Killing Joke-iana memoria).

A pigliarli fu la fida Earache che già aveva nelle sue fila gli stessi Napalm e maturava direzioni innovative. In particolare, il manager Digby Pearson voleva scollarsi di dosso la nomea di uomo del grind (o del death) e Streetcleaner era la risposta. Con iconografia raffigurante delle crocifissioni su di uno sfondo in fiamme, ovvero una delle prime allucinazioni del professore Eddie Jessup (William Hurt) protagonista di Stati Di Allucinazione di Ken Russell; e still di Eraserhead di David Lynch e un altro cut up preso dal corto Hold Me While I’m Naked di George Kuchar, la creatura Godflesh si apre con cadenze marziali e muri malsani di chitarre di Broadrick sorrette dal basso perfido di Green (Like Rats).

Entrambi alle macchine, i due subiscono il mood plumbeo di Birmingham come vent’anni prima fu per i Black Sabbath, eppure nei Godflesh il doom si fa white noise monocorde e disperato e Swans-iano (Devastator), tra vedute Killing Joke (Christbait Rising) e rimandi ad una formazione che sottotraccia stava, nello stesso periodo, ridisegnando le geografie rock albioniche: i Loop di Robert Hampson (seppur meccaniche e chirurgiche, Dream Long Dead e Pulp lì vanno a parare). Dialettica wave, asperità noise, la cifra dei Godflesh scorre come un intenso e martellante stream of consciousness che annulla la distinzione tra i singoli episodi: è l’insieme a spaventare, come il ritrovarsi spalle al muro mentre un magma lavico si avvicina.

Come la Title Track, episodio claustrofobico dove il growl di Broadrick, storpiato e assistito dalla chitarra del guest Paul Neville, pare proferito da una creatura Lovercraft-iana. Corre l’anno 1989, e per la prima volta la parola metal viene accostata al suffisso industrial. Tutto quello che verrà dopo in ambiti heavy – Fear Factory in testa – acuirà la componente cyber lasciando spazio ad una facciata tanto perfetta da risultare artefatta. Semmai occorrano eredi, li si cerchi nei Neurosis di Through Silver in Blood.

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