Recensioni

6.5

Col ritorno dei Godflesh (e quello prossimo dei Faith No More) è certificato che all’appello delle reunion mancano soltanto gruppi i cui componenti sono morti e/o spariti nel nulla. Justin Broadrick e G.C. Green sono piuttosto vivi stando a ciò che ascoltammo nell’EP Decline & Fall di qualche mese addietro e, nonostante le dichiarazioni all’indomani della reunion (Hellfest, a.d. 2010) sull’impossibilità di prevedere il futuro targato Godflesh, ecco ora il nuovo materiale.

Più di 10 anni dopo il tronfio commiato targato Hymns, dopo i progetti di Broadrick (spesso) in solitaria – Final, JK Flesh, Greymachine, Pale Sketcher e soprattutto Jesu – e la sparizione dalle scene del sodale Green (ritiratosi, nel frattempo, a vita privata), il marchio Godflesh ritorna tentando di annullare lo iato decennale e, soprattutto, l’avvenuto cambiamento delle dinamiche musicali e di contesto. Non che la musica dei due sia cambiata molto: sempre marziale e a battito lento, scandita dalla batteria elettronica e dal programming, con le corde dei due, distorte e futuristiche, a incrociarsi su passaggi doomy, ossessivi e sofferenti in cui le lentezze di certe musiche chitarristiche estreme si fondono con le pachidermie stranianti dell’industrial più vicino al rock. E proprio a quelle lande toccate nella prima parte della carriera a nome Godflesh, a quelle vette di rumore innovativo, fusione di estremi e lucida analisi del contemporaneo che furono Streetcleaner e Pure, rimanda questo A World Lit Only By Fire, non a caso definito da più parti come una sorta di “lost album”.

Ad animare, musicalmente e ideologicamente i due, è infatti sempre l’indagine sulla “new dark age”, non a caso anche titolo dell’opener e “primo estratto” dell’intero lavoro: nichilismo sonoro in dosi industriali, disillusione e consapevolezza della caducità dell’esistenza, totale assenza di speranza quasi d’origine meccanicistico-materialista, distribuite in nove tracce dal peso specifico al solito elevato per ciò che concerne ossessività e reiterazione, oltre che per la grana del suono prodotto dai due.

A mancare è ovviamente l’effetto sorpresa, derivante da una rigida osservanza al verbo sonoro e vanificato da una produzione eccessivamente “pulita” e “aperta”, così come a mancare è un’illuminazione – apparente controsenso in un lavoro che fa della cupezza la sua pietra angolare – che non faccia scattare il cliché trito e ritrito dell’effetto nostalgia, arroccando il die-hard fan su posizioni da guelfi o ghibellini. Fatto non totalmente imputabile al duo Broadrick-Green, tornato a cantare la disgregazione della contemporaneità oggi come allora, quanto alle aspettative di chi ascolta e al peso specifico del passato della band, oltre che all’oceano di rumore passatoci nelle orecchie durante la sua assenza. Della serie, ad averne gruppi che suonino monolitici e crudeli come i Godflesh 2014 ma anche, rovesciando la medaglia, quel senso di amaro in bocca che proviene dalla consapevolezza del pressante senso di dejà vu, di minimo sindacale, di “passaggio alla cassa”, che ci fa rimanere sospesi col giudizio.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette