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Passati i pochi secondi iniziali di scroscio noise, appena attaccano basso, chitarra e batteria elettronica il mondo si ferma, il tempo si ritorce su se stesso e lo spazio si modifica rispendendoci direttamente nella più grigia periferia inglese ai tempi della lady di ferro: Birmingham, fine anni ’80. Ossessione e ripetitività, malessere e heavyness, zona grigia revisited e alienazione socio-culturale di un Paese – microcosmo di un sistema più ampio ma lo stesso destinato alla consunzione – in totale abbandono e sfacelo.

Quattro soli pezzi in formazione classica con Justin Broadrick e GC Green, questi ultimi mai come ora ringiovaniti e determinati a cristallizzare il tempo mettendo in scena il meglio del proprio repertorio in un tentativo (riuscito) di esorcizzare quella parentesi decennale che li ha tenuti lontani dalle scene e, soprattutto, le ultime uscite – ad esser buoni, almeno Us And Them e Hymns – non propriamente a fuoco. Quattro monoliti straight in your face che non si allontanano dal canovaccio di Streetcleaner o dell’omonimo EP d’esordio: riff monumentali di chitarra e basso all’unisono, batteria elettronica pestona sul solito midtempo, voce cavernosa che vomita testi iconoclasti e privi di ogni apparente barlume di speranza, ritmi marziali e ossessivamente circolari e atmosfere claustrofobiche d’ordinanza.

Se state pensando dubbiosi all’ennesima reunion fuori tempo massimo escogitata solo per “monetizzare” un passato glorioso, siete fuori strada: i Godflesh sono tornati proprio in tempo per cantare un’altra decadenza, forse definitiva.

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