Recensioni

Abbiamo amato, e continuiamo ad amare, la densa proposta musicale di Jenny Hval. La amiamo per la sua facilità nel costruire oggetti sonori complessi che però si riescono a fruire con la leggerezza del pop (per quanto arty e storto). La amiamo per il suo essere attenta alle problematiche sociali e culturali che girano attorno oggi, riuscendo a imprimere ai suoi dischi se non proprio una urgenza politica, almeno una pregnanza sopra la media. Se dobbiamo scegliere, al suo esordio Viscera o ai suoi acclamati Apocalypse, Girl e The Practice Of Love, continuiamo a preferire Blood Bitch per il tema (vampiri e mestruo ci sembra un’accoppiata interessante) e per l’arco semi-narrativo che il disco percorre nella sua interezza. Amiamo meno la scrittrice. Abbiamo letto il suo libro – Girls Against God del 2020 – interessante nelle premesse, ma un po’ incapace di farsi davvero romanzo. Anche in questo caso, però, non ci ha lasciato indifferenti.
Premessa necessaria per quello che andremo a scrivere della quinta prova a nome Jenny Hval, Classic Object, lavoro che s’inserisce, per volontà e ammissione della stessa autrice, nel filone degli album del lockdown. Il disco suona benissimo, ancorché sia decisamente il più accessibile finora pubblicato dall’artista norvegese. Le canzoni, inseguendo uno dei suoi miti dichiarati ovvero Paul Simon, funzionano quasi tutte bene. Sono otto brani pop molto arty, che non lesinano field recording, strutture anche complesse, rimanendo pur sempre nell’alveo popolare, come spiegato dalla stessa Hval nell’intervista concessa a Giuseppe Zevolli. Certo, sono canzoni più à la Suzanne Vega che di una qualsiasi artista dal facile airplay radiofonico, ma sicuramente basate su melodie schiettamente orecchiabili e una timbrica – generalmente – accessibile.
Ma c’è per noi un grosso problema morale. Una questione che non dovrebbe entrare nella recensione di un disco. Dovremmo attenerci a ciò che esce dalla casse o dalle cuffie, ma non ci riusciamo. Oggi più che mai i musicisti sono solo creators, una definizione che arriva dagli studi sull’arena comunicativa e mediatica contemporanea. E qui ci avviciniamo al problema di cui sopra: cercare di spacciarci un bel disco di pop raffinato come un’operazione di self-awareness mossa dal lockdown e quello che ne è seguito, parlare di un disco che si chiede che cosa voglia dire essere Jenny Hval senza i dischi e i libri, sembra fuori fuoco rispetto a tutto quello che abbiamo scritto nella premessa. Centrare tutto solamente sul sé, ci sembra nel caso di Hval, una rinuncia all’impegno, alla pregnanza di cui sopra, un dedicarsi alla comunicazione di un contenitore – Hval prima della musica e della scrittura – che esiste indipendentemente da ciò che contiene. Un’autoanalisi psicologica ed esistenziale che ha scarsa – se non nulla – presa sul mondo in cui viviamo.
Il problema morale, come lo abbiamo indicato forse erroneamente, si allinea dunque con il nostro essere cresciuti negli anni Novanta, quando l’appartenenza al lato giusto della storia era ben più importante del suono che si produceva. Perché la domanda corretta Hval se la pone: come posso essere un’artista “contro” dalla posizione privilegiata di chi ha un contratto discografico con un’importante etichetta internazionale, un contratto editoriale per i propri romanzi che prevede anche qualche traduzione al di fuori del piccolo mercato norvegese, un marito, una casa… Insomma, come posso essere un’artista (art-)punk se sono – perdonate il termine ormai anacronistico – una borghese?
Classic Object sembra un film italiano girato da un regista di sinistra, magari romano o che vive a Roma: le domande che si pone sono anche giuste, interessanti, potenzialmente anche pregnanti; viceversa, le risposte non possono che essere comode, senza ruvidezze, quasi rassicuranti, come un bonifico alla vostra ONG preferita. Sembra di trovarsi di fronte a un’artista che abbia risolto i propri problemi pratici e possa dedicarsi a citare Deleuze dal proprio salotto affacciato sui tetti della città, indossando un abito firmato dell’amico stilista, sorseggiando il vino prodotto nella tenuta in Toscana dall’amica d’infanzia e via di questo passo.
Lo ripetiamo a scanso di equivoci: il disco è praticamente perfetto. Un incrocio di pop minimale con la particolare sottile vocalità di Hval, che cura ogni minimo aspetto dell’atmosfera sonora e ci riesce a trasportare in piccoli quadri pop di squisita raffinatezza. Ma ci sembra il disco di una musicista pacificata, che indossa la maschera “contro” per costruire una potenziale coerenza con quello che è stato il suo “prima”, ma che si tratti di una maschera che – almeno al momento, nel frangente di questo disco – non le appartiene.
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