Recensioni

Nessuno più di Jenny Hval incarna il lato più intellettuale della musica alternativa anni Dieci. Cartelle stampa ricolme di accademicismi sono all’ordine del giorno, ma rimangono ancora in minoranza gli artisti capaci di trasformare dibattiti teorici e verbosità in stimoli sonori, capaci di dare forma a provocazioni e riflessioni personali non solo attraverso delle prese di posizione, ma anche attraverso un processo di autoriflessione e messa in discussione del proprio operato. La carriera solista della musicista norvegese, spinta da una predisposizione di reminiscenza post-punk al porre e porsi delle domande, fa eccezione. Nell’album con cui i più l’hanno scoperta, Apocalypse, Girl (2015), Hval riusciva a sintetizzare dieci anni di riflessioni di un Mark Fisher (la pervasività di “Kapital” non ci lascia intravedere alternative al capitalismo) e una Rosalind Gill (il postfemminismo è una debilitante illusione) in un unico brano di orecchiabile avant-pop (That Battle Is Over), per poi proclamare, in Angels & Anaemia, «Self-doubt, it’s what I do», polverizzando ogni possibile appiglio a categorie come “arte” e “linguaggio”.
Nei concerti che accompagnavano Blood Bitch (2016), un progetto ispirato a film horror anni 70, vampiri e mestruazioni, includeva tragicomiche riflessioni sul ruolo giocato dalla canzone pop e da alcuni dei suoi temi portanti (romanticismo, emancipazione personale) nell’autoriprodursi dell’ideologia neoliberista. Hval distribuiva ai partecipanti degli adesivi con la scritta «NOT SAFE FOR CAPITALISM», sperando che il pubblico potesse riconoscere, nella naïveté del suo gesto, un’aporia, un segno della criticità dei nostri tempi. Persino l’EP del 2018 The Long Sleep, che alle sue tipiche, sospirate elucubrazioni univa un sound risolutamente meno aggressivo e impressionistico che in passato, Hval concludeva interpellando il suo pubblico in I Want To Tell You Something: «What am I doing here? We’re almost done now. What are you doing here? Are we communicating? Am I promoting?».
Il nuovo album The Practice of Love (titolo condiviso con un film del 1985 della regista austriaca Valie Export e con un’imminente serie di performance “totali” della stessa Hval) scoppia di punti interrogativi e ci presenta un affascinante, nuovo capitolo della sua saga all’insegna di sperimentazione sonora e “self-doubt”. Il concepimento stesso del disco è frutto di un processo di defamiliarizzazione: da un punto di vista tematico, Hval si misura con il tema cliché della canzone pop, da lei risolutamente evitato sinora, ovvero l’amore. Dal punto di vista musicale rimane la componente elettronica, ma scompaiono le increspature noise e le tirate ambient dei dischi precedenti, quasi a voler ricercare una maggiore, più azzardata vicinanza al formato pop e ai suoi significanti. Il disco è ampiamente caratterizzato da scintillanti arpeggi di synth e metallici beat ispirati alla trance anni Novanta, una scelta non solo on trend (da Lorenzo Senni a Evian Christ, la trance continua a vivere un vero e proprio momento di revival nell’underground elettronico), ma anche potenzialmente incongrua: possibile unire escapismo e criticità, euforia e “self-doubt?” Hval, che ha dichiarato di aver divorato in egual misura i romanzi della scrittrice brasiliana Clarice Lispector e la progressive house di Confide In Me di Kylie Minogue durante la gestazione del disco, è riuscita a trovare un radioso punto di sutura tra i due mondi.
Hval ha concepito un sound soft e permeabile, in cui si incastrano conversazioni, spoken word, subdole, contagiose melodie vocali e una miriade di sussurri, questi ultimi in bilico tra narrazione e ambiguità erotica. Arpeggi di synth e ipnotici beat, anziché stagliarsi sullo sfondo, alludendo a un dancefloor in diretto contrasto con il peregrinare della voce, finiscono per metterla in risalto, quasi a voler passare sotto una lente d’ingrandimento ogni singolo frammento discorsivo e dettaglio narrativo. Le acidule ondulazioni trance di The Practice Of Love non puntano tanto all’euforia quanto ad acuire i sensi dell’ascoltatore, a renderlo iper-ricettivo e partecipe delle riflessioni dell’artista e delle esperienze sensoriali dei suoi personaggi d’invenzione. Una delle protagoniste è non a caso l’Alice di Lewis Carroll, il cui trip psichedelico in High Alice viene accompagnato dallo scontro di portentosi riverberi di synth e fumose note al sax, un “trip” sensoriale che Hval paragona al club, ma configura in chiave esistenzialista come una presa di coscienza della piccolezza dell’essere umano in relazione al mondo naturale. Anche Lions, in apertura, affronta questo tema. Accompagnata da fugaci percussioni, la voce dell’artista Vivian Wang sussurra distintamente: «Look at this grass, look at these clouds, look at them now. Study this and ask yourself, where is God?», per poi unirsi a un travolgente flusso di armonie di sottofondo della stessa Hval.
La voce si materializza al plurale: oltre a Vivian Wang, al disco partecipano in qualità di vocalist/interlocutrici le artiste Félicia Atkinson e Laura Jean Englert, collaborazioni che sembrano esplorare, per la prima volta nel lavoro di Hval, «il punto di tensione fra l’unicità della voce e il sistema del linguaggio», per dirla con Adriana Cavarero. Nella title-track, per esempio, l’orecchio sinistro dell’ascoltatore è esposto a un monologo di Vivian Wang, intenta a decostruire il termine “amore” e i punti di contatto tra le sue connotazioni positive e la religione («I hate love, in my own language. It contains the entire word honesty inside it»); le sue parole finiscono per accavallarsi con gli stimoli sonori provenienti dal canale destro, un disarmante dialogo tra Hval e Englert, intente a problematizzare il proprio ruolo di non-madri over 30 in relazione alle proprie aspirazioni, alle aspettative della società e le necessità di sopravvivenza dell’ “ecosistema umano”. «I have to accept that I’m part of this uman ecosystem, but I’m not the princess and I’m not the main character», dice Englert. «Because I feel like maybe the main characters are the people that have kids». Le due scoppiano a ridere, quasi a voler riconoscere l’egocentrismo alla base delle loro ansie di “antagonismo”, mentre l’ascoltatore viene travolto dal crescendo di note di synth di sottofondo e l’accavallarsi di voci proveniente in contemporanea dai due canali. Si tratta di un vero e proprio esperimento pop-filosofico, i cui precedenti nel canone artistico femminista arrivano indietro nel tempo fino agli anni 70 e alle tecniche “a più voci” di Laura Mulvey in Riddles Of The Sphinx.
Pur presentandosi come un disco sull’amore, non compare alcun destinatario o referente di tipo romantico: l’obiettivo di Hval è quello di riconsiderare il valore del termine/concetto in relazione ai grandi quesiti dell’esistenza. In questo, la sua scrittura in The Practice of Love ricorda il modo in cui i capolavori dimenticati di Annette Peacock I Have No Feelings (1986) e Abstract-Contact (1988) tentavano di riscrivere piacere sensuale e interessamento romantico a partire da una messa in discussione di religione, dettami sociali e una radicale affermazione della microscopicità degli esseri umani («If love could save the world / a Christ would die again / To love and understand is not enough», cantava Peacock in Not Enough). E così nella sognante Thumbsucker, in bilico tra la memoria di un rave e l’eco di un etereo brano 4AD anni Ottanta, l’amore viene messo sullo stesso piano della paura di non significare nulla, mentre in Ashes To Ashes Hval costruisce uno scintillante meta-brano synth-pop ispirato alla commensurabilità di ceneri funerarie e ceneri di sigaretta. È qui che risiede il fascino e il genio di The Practice of Love: i brani vantano hook di facile presa, ritmiche propulsive e riferimenti incrociati all’abbandono del corpo sul dancefloor, ma non rinunciano mai alle loro ambizioni filosofiche, trasformando dettagli apparentemente insignificanti in riflessioni della massima importanza. Nella splendida Accident, per esempio, una donna si ritrova sola nel bagno di un AirBnB, davanti a un vecchio barattolo di crema per smagliature. «Che sarà mai, è solo una crema», pensa spalmandosela sulla pancia: «She felt nothing», commenta Hval. Prima che possiate rendervene conto, verrete travolti dal folgorante beat del brano e potreste ritrovarvi a danzare su versi come: «I wonder how I have managed to avoid conceiving, you know, by accident». Nell’universo sonoro senza compromessi di Jenny Hval ballare a ritmo di trance e riflettere sulla maternità e sulla vita stessa come “casi fortuiti” diventano imprese compatibili, finanche complementari, trascinate da una serie di punti interrogativi che accompagneranno anche dopo l’ascolto.
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