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7.5

Ed eccolo il disco millenarista di James Ferraro! Si potrebbe quasi cavarsela così, stringatamente, ché tanto – viste le abitudini del Nostro – alla prossima uscita (tra un mese, due?) potremmo stare ad ascoltare qualcosa di diverso, tanti sono gli scarti di traiettoria che in questi oramai vent’anni l’ex skater ha messo nella propria musica. Forse potrebbe non essere così, visto che siamo dichiaratamente di fronte alla prima di quattro uscite legate da una continuità tematica, la devastazione ambientale causata dall’uomo, che è stato preceduto dall’EP Overture e si dovrebbe legare musicalmente a Four Pieces For Mirai. Sia come sia, ogni sua uscita è sempre un piccolo/grande evento, almeno fin da quando nell’oramai lontano 2011 ridisegnava definitivamente la vaporwave/chillwave nell’oramai angolare Far Side Virtual.

Tra i talenti che gli vanno riconosciuti c’è questo: Ferraro è sempre stato bravissimo a cogliere l’umore sotterraneo di un momento, dandogli una dimensione storicizzata grazie alla sua grande capacità di manipolare suoni e rumori, objet trouvé sonori e brandelli di pop, dando forme coese e, mi si passi il termine, auto-esplicative. Non c’è quasi mai, insomma, nei sui dischi l’esigenza di essere “musicalmente colti” per ritrovarsi in un ambiente sonoro riconoscibile, intellegibile e familiare: perché è – più o meno – sommessamente quello che ci circonda: ora la turbofinanza capitalista, ora il girone infernale della megalopoli (NYC, HELL 3:00 AM) o il cotto-e-mangiato dell’all you can eat per consumatori inconsapevoli (Sushi). A queste capacità si è sempre unita anche quella di rielaborare library, spunti, schegge uditive di un passato più o meno remoto che stavano via via riemergendo. Sempre in leggero anticipo, sul piano dei cambiamenti del suono, James Ferraro è sembrato uno di quei musicisti di cui ci si è spesso accorti dopo, rendendosi conto di come lui avesse colto prima come stava pulsando il mondo intorno a noi.

E qui sia arriva al millenarismo di questo Requiem for Reclycled Earth, un disco che mantiene tutto questo bagaglio di cui si è scritto, ma aggiunge una cifra – se possibile – ancora più esplicitamente politica di critica alla nostra società attuale, e una nota profetica sul futuro di morte che ci aspetta. Fin dalle parole che hanno accompagnato l’uscita dell’album si è fatto riferimento a due concetti, ecocidio e divorzio planetario, che rimandano alle formule di consumo ecologiche che circolano – si veda Jeremy Rifkin – da un bel po’ di anni nella società occidentale (il primo) e ai movimenti ambientalisti degli anni settanta, quando personaggi come Barry Commoner invitavano a ricucire il rapporto che l’uomo aveva non ancora definitivamente reciso con la natura (il secondo). Se questi allarmi erano portatori di speranza, però, il requiem di Ferraro non ne prevede alcuna: duro e a tratti inaccessibile, come un monolite che indica la fine, il disco è una glaciale riduzione in poltiglia dei nostri sentimenti, a cominciare da quelli di simpatia per Greta. L’apocalisse è inevitabile e gli avvoltoi hanno già cominciato a cibarsi dei nostri cadaveri.

Per dire tutto questo Ferraro lascia da parte ogni suono analogico e delimita il proprio racconto sonoro nella fredda esattezza del puro digitale. Privato di ogni senso di pathos o emozione, di qualsiasi riferimento che potremmo definire melodico, Requiem for Reclyded Earth si avvicina molto per claustrofobico senso di completezza a Garden of Delete del compagno di merende Oneohtrix Point Never, ma anche – per attitudine – agli scavi autoptici degli Akkord degli ultimi EP. La vicinanza per assonanze con la contemporanea, sempre presente nelle ultime uscite di Ferraro, non esclude l’ovvio riferimento alla tradizione minimalista (seppur per un disco che per intenti è massimalista), alla musica concreta e a fascinazioni dell’ultimo Vessel e della musica orientale (gamelan, Giappone, soprattutto). Altra gamba su cui si regge il disco, di impostazione classica e “colta”, sono le soundtrack, siano esse musiche per installazioni o commissioni site-specific che, dal suo osservatorio “indie” Ferraro è sempre più chiamato a produrre per questo o quel committente, non ultimo il Moma di New York. Si infonde nella sua profezia, quindi, un recupero che va ancora tutto decifrato di una certa musicalità d’ambiente, con una componente spaziale forte (presente, anche in molti brani di Lopatin), come di una architettura geografica che entri in rapporto con quella sonora.

È un disco che richiede meditazione, che non concede quasi nulla all’ascoltatore distratto, che richiama necessariamente l’attenzione e infastidisce in più di un punto, ma che proprio per tutti questi motivi forse rappresenta l’inizio di una nuova fase nella produzione di Ferraro, quest’ultimo ancora più abile che in passato a far crashare in musica politica, critica sociale, invettive millennariste.

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