Recensioni

A quattro anni di distanza dal paradigmatico Far Side Virtual di cui ancora molto si continua a parlare in rapporto ad una serie di uscite di quest’anno e per alcuni ambiti e filoni (vedi Sophie e la ciurma Pc Music, il ritorno di Oneohtrix Point Never e gli album tra intimismo e distopia di Visionist, Rabit, fino ad arrivare ad Arca), James Ferraro sembra non aver perso la capacità di individuare e ribaltare alcune delle musiche più urgenti e rappresentative del nostro tempo.
Riascoltando Sushi oggi risultano piuttosto emblematiche le intuizioni e la lungimiranza di quel lavoro, che guardava tanto al sottobosco wonky e hip hop stellestrisce quanto al revival rave e garage britannico, tanto ai suoni glaciali e di plastica diffusi sia al di qua che al di là dell’Atlantico, quanto ad un rinnovato interesse per le produzioni hip hop mainstream grazie a Kanye West e co. Se Far Side Virtual metteva in musica la fluidità e l’imperturbabilità dei mercati digitali della nu economy, Sushi ne rappresentava – pur indirettamente – la parodistica colonna sonora per il tipico young consumer occidentale che, con molta attitude ma pochi soldi in tasca, ambisce l’All You Can Eat di beni e servizi di lusso al prezzo del fast food sotto casa. Non meno lungimirante Cold che apriva a tutta una serie di produzioni stampino a base di nu trap applicate a HH e soul, osservava il crescere del movimento electro r’n’b capitanato da Fka Twigs e The Weeknd, e monitorava da vicino il fermento grime strumentale, spacciando al tutto lo scotch del mixtape, qualche mese prima del Drake di If You’re Reading This It’s Too Late. Interessante anche l’autoprodotto Suki Girlz, che a quella base applicava un approccio minimalistico/massimalista non lontanissimo da quello applicato ai 90s di Oneohtrix Point Never nel suo G.O.D.
E così arriviamo al qui e ora: non troppo differentemente, Skid Row s’inserisce sia come ideale prosecuzione di indagini geo-referenziate sulle metropoli americane iniziate con il precedente NYC, HELL 3:00 AM, sia come celebrazione e rielaborazione del ritorno funk (vedi Kendrick Lamar con To Pimp A Buttefly in parte dedicato al compianto Tupac Shakur) e, più in generale, dei ’90 dei N.W.A e del loro immaginario pre-gansta (via stra-successo della biopic). Risultato: il nuovo lavoro si porta appresso pregi e difetti del precedente. Se due anni fa Ferraro puntava lo sguardo sullo squallore e l’anomia di una New York affetta da PTSD di massa, questa nuova prova, ambientata idealmente in uno dei quartieri più problematici di Los Angeles (da qui il nome del disco), dà uno sguardo al lato B dell’opulenza della metropoli simbolo degli eccessi e del cinema americano.
Ne esce un disco che è un nuovo collage di brandelli di canzone/narrazione e intermissioni (trasmissioni radiofoniche come televisive, conversazioni telefoniche, voci trovate), che fissa l’umore su indolente (e anche un po’ noioso) funk da sdrenamento Drake o Weeknd (vedi title track) e che, nei momenti migliori, pare fare il verso a quello di Earl Sweatshirt vestendosi però di certi arrangiamenti 80s di (ennesimo) ritorno (vedi gli assoli appiccicosi dell’ultimo Neon Indian).
Skid Row riesce soltanto in parte a trasfigurare il melting pot e l’afoso degrado della metropoli californiana, consegnando un disco per cui non c’è da esaltarsi ma che rappresenta comunque un nuovo tassello di una poetica valida e resistente.
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