Recensioni

‘Hello, is there anybody in there?’. Nel 2004 una a dir poco inusuale e divisiva rilettura di Comfortably Numb, con tanto di benedizione dei signori Waters e Gilmour, portò un po’ di luci stroboscopiche nello storico brano dei Pink Floyd da The Wall e da lì la carriera di Jake Shears, impavido maestro di cerimonie dagli occhi spiritati e dalla sconfinata cultura pop, ha preso il volo con ben pochi momenti di stanca.
Gli Scissor Sisters, di cui è stato forza motrice insieme all’amico storico Scott Hoffman, hanno portato alle masse una musica pop-dance tanto nostalgica nelle sonorità quanto fresca nei contenuti e intelligente nelle provocazioni camp (stiamo pur parlando di un artista che è stato go-go dancer per sua stessa ammissione e, in drag, per un periodo un’esilarante “Whip-Me Houston” – aneddoti raccontati nella godibilissima autobiografia Boys Keep Swinging), riportando alla memoria in un primo momento i Bee Gees e poi i Frankie Goes to Hollywood, i Supertramp più disimpegnati, il David Bowie che flirtava volentieri con il dancefloor e gli Electric Light Orchestra di Discovery, guadagnandosi la stima degli U2 e dei Duran Duran, che li hanno portati in tour con sé, ma anche di Kylie Minogue, per cui Shears compose I Believe in You con Hoffman e Too Much (da Aphrodite) con Calvin Harris, di Andy Bell degli Erasure (con cui duettò in I Thought It Was You), di Bryan Ferry, dei Pet Shop Boys, di Bright Light Bright Light, di sir Elton John (con cui ha scritto un musical, basato sulla vita dell’icona gay Tammy Faye Messner, che ha debuttato nel 2022 all’Almeida Theatre londinese) e, non per ultima, la sempre splendida Jane Fonda. Conosciuta dal giovane Jake grazie alle videocassette di aerobica, l’iconica attrice è nei tempi più recenti diventata un’amica e lui un affezionato ospite delle sue grandi feste mensili; non è stato difficile, dunque, convincerla a dare l’ok per poter usare un suo frammento parlato in Radio Eyes, uno dei pezzi più forti di una collezione di canzoni uptempo che è un autentico viaggio nella dance di ieri e di oggi, dalla disco alla house music passando per l’hi-nrg, sulle orme di Moroder e di Frankie Knuckles.
Dopo una serie di uscite degli ultimi anni che hanno omaggiato in ogni forma l’epopea del dancefloor – Jessie Ware, Roisin Murphy, la già citata Kylie Minogue con Disco, Alison Goldfrapp – arriva la versione di Jake Shears, che qui si diverte in veste di cantante, autore e dj con una provata abilità a creare mood, rievocare luoghi lontani ed ere altrettanto distanti, giocare con l’ironia e il paradosso con la maestria che l’ha sempre contraddistinto dai colleghi, mescolando sacro e profano, indie e mainstream, cultura queer e fondamenta rock (anche al limite del progressive).
Come ogni festa che si rispetti, il parterre è da mozzare il fiato: se Too Much Music, con la chitarra dell’ex collaboratore di David Bowie Carlos Alomar, fa subito pensare a Nile Rodgers e i suoi Chic – ma ancor di più alla storica Lost in Music delle Sister Sledge – Do the Television riporta immediatamente al terzo lavoro degli Scissor Sisters, Night Work (e non è un caso, visto che il brano porta anche la firma di Scott Hoffman, ossia Babydaddy, e Ana Matronic). Dopo un primo disco solista all’insegna del glam anni ’70 e a forti influenze honky-tonk di derivazione Elton John, c’era bisogno di dare una casa degna a una canzone incisa ormai un po’ di tempo fa insieme a Mrs. Minogue, Voices, e a una che era stata composta con l’idea di affidarla a lei per l’album del 2020 (I Used to Be in Love): la prima, curiosamente, ha più di un punto in comune con Up in Flames degli Years and Years dell’altrettanto glitterato Olly Alexander, la seconda è invece una maionese impazzita, un frullato assassino tra la Cher di Strong Enough, il George Michael più funky-gigione (influenza che torna prepotente in Really Big Deal, giusto un attimo sporcata con una spennellata di Heart of Glass) e l’opulenza dei fratelli Gibb ai cori.
Appena il tempo di concedersi un momento di pura auto-indulgenza con la title-track, che è quanto di più vicino Shears abbia registrato ad I Don’t Feel Like Dancing (il singolo di lancio di Ta-Dah, secondo album della sua precedente band), ed è tempo di abbassare le luci e partire con un megamix in cui spesso Shears si fa in disparte e lascia il microfono a ospiti d’onore come Amber Martin – collaborazione nata quasi per caso, quando lei gli chiese di scriverle una canzone e lui ne aveva una pronta che non sentiva di poter cantare da solo – e la drag artist Big Freedia di New Orleans, personaggio larger-than-life perfetto per il ruolo (Doses è un eccitante condensato del suono della acid house di Chicago dei tardi anni Ottanta). Tornando all’epopea della disco, non poteva mancare un affettuoso omaggio a un’altra icona, il compianto Sylvester, in Mess of Me – non solo perché è interpretata in falsetto, ma perché alcuni inserti tastieristici sono proprio presi di peso da You Make Me Feel (Mighty Real). Dopo la voce fuori campo di Jane Fonda è il momento di quella di Iggy Pop in Diamonds Don’t Burn, tanto per non farci mancare proprio nulla.
Non c’è un minuto di noia, nonostante l’omogeneità del progetto (senza ballad o momenti più intimisti). Se c’è qualche frecciata sull’ageism – Shears è un uomo di quarantacinque anni – è sufficientemente ben nascosta (c’è stata tuttavia l’occasione per parlarne durante le interviste rilasciate dall’artista, che sta proseguendo un tour estivo che ha toccato molto recentemente anche Firenze e che si concluderà il 27 agosto al Pride di Manchester), ed è stata una mossa scaltra appropriarsi di suoni del passato rendendoli di nuovo fruibili con fare enciclopedico.
Del resto, se in un primo momento ci eravamo illusi che saremmo tornati in discoteca una volta messa la parola “fine” all’incubo pandemico, subito dopo abbiamo realizzato che ai piccoli locali sono subentrati grandi happening con tanto di biglietto (quando non qualche catena di supermarket). Last Man Dancing è un disco consapevole, con più punti di forza e pochissimi passaggi a vuoto, confezionato da mani esperte. Non pretende di cambiare il mondo ma è fatto per suonare un “classico”. Perfetto per le afose sere d’estate alle porte.
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