Recensioni

7.6

Jack White non manca mai di sorprendere. Piaccia o non piaccia la sua personalità eccentrica, la sua musica e in particolare il suo stile chitarristico finto-primitivo – non imprigionato nelle ragnatele del virtuosismo fine a se stesso, e per questo snobbato da molti – gli si deve dare atto di essere uno dei pochi nomi di punta della scena rock mondiale (o di quello che ne rimane) a dimostrare di avere una visione di largo respiro e, particolare non trascurabile, di possedere i mezzi materiali necessari per poterla realizzare. È grazie a questo che il suo nuovo album No Name è arrivato al pubblico in maniera insolita, attraverso il suo piccolo impero discografico con sede a Nashville e denominato Third Man Records.

Prendendo alla sprovvista perfino il proprio addetto stampa – che alla rivista Rolling Stone ha rivelato di essere “sorpreso quanto chiunque altro” – il 19 luglio scorso White ha fatto sì che alcuni selezionati clienti dei negozi Third Man di Londra, Nashville e Detroit ne ricevessero copie in vinile insieme ai loro acquisti ed allo stesso tempo alcuni membri del servizio di abbonamento alla label hanno riferito di averne ricevuto le copie per posta. Ulteriore particolarità dell’operazione, la completa mancanza di informazioni sul contenuto di questo LP, quattordici tracce incluse, tutte prive di titolo. L’etichetta discografica ha poi condiviso un’immagine del disco su una sua storia di Instagram, accompagnata dalla frase “Rip It”. Un esplicito incoraggiamento ai fan a condividerne le registrazioni online. Seguendo questo invito, la stazione radio di Detroit WDET 101.9FM, situata vicino al negozio Third Man di Detroit, ha mandato in onda l’album in tutta la sua interezza. Ed è attraverso le registrazioni di questa messa in onda che No Name è arrivato su varie piattaforme online.

Da venerdì 2 agosto No Name è finalmente disponibile in via ufficiale sui principali servizi di streaming e nei negozi specializzati, e dunque, il recensirlo non sembra essere esercizio poco produttivo ai fini della più larga divulgazione; come invece un uscita di limitata ed incerta reperibilità avrebbe potuto magari far pensare. E per fortuna viene da dire, perché sarebbe stato un vero peccato se l’album fosse stato liquidato come puro oggetto per collezionisti o poco più, e non invece considerato come una delle più importanti uscite discografiche dell’anno in corso; perché di fatto e proprio ciò di cui stiamo parlando.

Diviso in facciata A, intitolata Heaven And Hell, e facciata B, intitolata Black And Blue, nel suo complesso questa raccolta di tredici canzoni colpisce già dai primi ascolti per l’inarrestabile energia della quale è pervaso. Sia ben chiaro, non è che nel corso della propria carriera solistica White abbia mai abbandonato la falsa riga stilistica con la quale, a partire dal 1999 con l’uscita del debutto dei White Stripes, è riuscito nell’impresa di rivitalizzare il rock in generale, rimescolandone per certi versi le carte in tavola. È anche vero però che i cinque album pubblicati dalla separazione dal suo alter ego femminile Meg White ne hanno ampliato lo spettro stilistico, arrivando ad incorporare elementi estranei – fino a quel momento – alle minimali ma solide fondamenta garage-blues sulle quali aveva costruito la sua fortuna e finendo cosi per per diluirne la forza d’impatto, se non proprio l’ispirazione e la vena creativa.

Una quarantina di minuti di rock compatto ed urgente è quello che White ha confezionato per quest’occasione; perché da astuto intessitore di riff chitarristici e diligente allievo della più consolidata ed efficace tradizione del songwriting del folk, del blues, del country e del rock’n’roll, il detroitiano sa bene come confezionare una canzone dall’appeal sempreverde, efficace e coinvolgente senza cadere inevitabilmente nel prevedibile, nello scontato e nel monocorde. In particolare l’iniziale Old Scratch Blues, l’immediatamente memorizzabile That’s How I’m Feeling, Bombing Out, Tonight (Was A Long Time Ago) e Number One With A Bullet si fanno apprezzare per la dinamicità con la quale sono intelligentemente costruite. A loro volta, la zeppeliniane It’s Rough On Rats (If You’re Asking) e la conclusiva Terminal Archenemy Endling aggiustano l’equilibrio tra rock dai colori primari e le tonalità più sfumate del blues (ma lo spettro di Jimmy Page aleggia in un modo o l’altro per tutta la durata dell’album), oltre a dare la possibilità alla solida sezione ritmica – formata a quanto se ne sa ancora una volta dal batterista Patrick Keeler, già con i Raconteurs, e dal bassista Dominic Davis a cui si aggiunge episodicamente il tastierista Bobby Emmett – di mettersi in bella mostra. Ed è in questo dosaggio tra luci ed ombre, chiari e scuri, tra elettrico ed acustico, tra estroversione ed introversione, tra esaltazione e controllata riflessione che White trova ancora una volta la sua cifra stilistica ideale.

Anche i testi recuperano un po’ della sfrontatezza a muso duro che ha contraddistinto il Jack White degli inizi, lasciando alle spalle l’amarezza ed i dubbi che si erano insinuati in album profondamente introspettivi e “gotici” quali Entering Heaven Alive e Fear Of The Dawn, per non parlare dell’ermetismo obliquo del selvaggiamente sperimentale e complesso Boarding House Reach. Sfrontatezza con la quale prende di mira in un colpo solo media ed industria discografica denunciando: “When will the label dump us?/They tried to stump us/ Now what genre will they lump us?”, come succede in What’s The Rumpus?, o che in qualche caso lo porta a trasformarsi in una sorta di predicatore, quello che con foga motivatrice esorta “Are you feeling blessed?/ No? Then bless yourself!”, o piuttosto quello ipocrita e venale della sarcastica, quasi “rappata” Archibishop Harold Holmes.

No Name è un disco destinato a crescere nel tempo, ascolto dopo ascolto, proprio per il suo essere ricco di sfaccettature e cambi di marcia e colpi di scena. Se l’impatto dei primi ascolti è diretto ed urgente, e da un certo punto di vista di per sé già assolutamente soddisfacente, una più profonda immersione nel labirinto dei suoi riff, al di là della sua ruvida ed elettrica superficie, offre una visione più dettagliata ed una dimensione più stratificata. Mostrando ancora una volta come, anche nel terzo millennio, un altro (vero) rock intelligentemente senza compromessi sia ancora possibile.

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