Recensioni

Con i primi sei brani in scaletta incentrati sull’amore – o su qualcosa di strettamente correlato ad esso, visto l’imperversare della parola “love” nei testi dei suddetti – e figli, immaginiamo, di tutta l’emotività sfociata nel surreale e mediaticamente dirompente matrimonio tra Jack White e Olivia Jean, Entering Heaven Alive si presenta come la controparte “acustica” del Fear Of The Dawn pubblicato dal musicista di Detroit sempre nel 2022.
Il titolo del disco, stando a quanto dichiarato dal Nostro, arriverebbe da un episodio della Bibbia, e i collegamenti con il “fratellino elettrico” sarebbero sanciti anche dalla versione “gently” della Taking Me Back là posta in apertura di scaletta e qui in chiusura – a onor di cronaca: con il nuovo arrangiamento il brano pare una sorta di ballad dylaniana inguainata negli svolazzi di violino e pianoforte che lo punteggiano. Un modo un po’ artificioso per creare continuità tra due album in realtà a sé stanti, se è vero che lo stesso White ha ammesso in qualche intervista che il ricorso alla doppia pubblicazione si è reso necessario perché i brani dei due lavori, registrati nello stesso periodo (vedi alla voce “lockdown”), erano stilisticamente troppo vari per stare tutti sotto lo stesso tetto.
Entering Heaven Alive è un fantasioso trattato “in stile White” sul concetto di folk, con una sua complessità e una personalità comunque riconoscibile e abbastanza lontana – a parte qualche eccezione che vedremo – da quella messa in mostra nelle ballad che il musicista strimpellava ai tempi dei White Stripes. Perché sì, White sarà pure quell’entomologo dell’analogico che tutti conosciamo, ma alla fine riesce sempre a cavarsela d’istinto, seguendo nella scrittura un fil rouge tutto suo che lo tiene lontano dai luoghi comuni. E così, anche quando ti aspetteresti dalle “dichiarazioni pre-partita” del musicista una certa linearità nella scrittura, finisce che invece ti sorprende.
Succede ad esempio in una Queen Of The Bees che sembra citare nella parte ritmica la Mellow Yellow di Donovan per poi divertirsi con una tastierina vintage che non sarebbe dispiaciuta a un certo garage Sixties; in una I’ve Got You Surrounded (With My Love) che trova la sua naturale collocazione tra certi futurismi alla sei corde in stile St. Vincent e il funk di Prince; in una A Tip From You To Me che riesce a infilare un crescendo vocale zeppeliniano in un brano 100% Jack White – sfidiamo chiunque a non leggere nella melodia del verso «Oh, will I be alone tonight?» un parallelo con l’«Ooh, it makes me wonder» inciso nella memoria di tutti grazie a Stairway To Heaven. E per una Love is Selfish che ci informa che i White Stripes non sono poi sepolti del tutto, c’è un All Along The Way che parte ballad acustica alla chitarra arpeggiata e si trasforma poi in una sorta di reggae sui generis davvero intrigante.
La verità è che Entering Heaven Alive non cambierà forse le sorti della discografia contemporanea – e forse, giunti a questo punto, nessun disco di White lo farà mai – ma ha abbastanza frecce nel suo arco per incuriosire chi gli si avvicina e creare sufficienti variazioni sul tema, mantenendo nel contempo quella “integrità ideologica” tipica delle migliori opere di artigianato.
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