Recensioni

7.2

Fear of The Dawn ora, e un Entering Heaven Alive a luglio 2022. Il lockdown da pandemia ha portato in dono a Jack White due dischi agli antipodi tra loro, ma pubblicati lo stesso anno: uno elettrico, registrato in digitale e spinto fino all’estremo delle possibilità del multitraccia; l’altro (pare) registrato in analogico e con pochissima sovrastruttura, oltre a qualche microfono. L’ennesima dimostrazione di quanto possa offrire non solo il musicista Jack White, ma anche il “parco divertimenti Jack White”, che potremmo più prosaicamente identificare con quel paradiso per feticisti del vinile che sono gli studi di registrazione e gli impianti di produzione di dischi Third Man Records, con tutte le loro mirabolanti attrezzature incastonate in un passato senza data di scadenza – se non credete a me, forse crederete a Zane Lowe, che li ha visitati con il diretto interessato.

La metafora del parco divertimenti la potremmo in realtà applicare anche a Fear Of The Dawn, un po’ perché White nel disco dà piena libertà alla sua vena creativa un po’ folle non facendosi mancare nulla, un po’ per l’approccio decisamente energetico di queste 12 tracce. Una sanguigna e tiratissima versione live di Taking Me Back che potete recuperare su YouTube, primo singolo estratto dal disco – e più o meno il corrispettivo di una Over And Over And Over già sul precedente album Boarding House Reach – fa da buona introduzione a tutto l’album: da un lato quell’acidume in forma di riff nervosi e assolo di chitarra spinti a forza sul beat che abbiamo imparato a conoscere ascoltando la produzione solistica dell’ex White Stripes; dall’altro tastiere chiamate a doppiare agilmente la sei corde elettrica evitando di deragliare su tappeti sonori troppo ingombranti; in mezzo un breakbeat funk e perfettamente tagliato sui versi arrembanti del padrone di casa. 

Potremmo fermarci qui con la recensione, perché in fondo Fear of the Dawn, a parte il bellissimo hip hop dai vaghi aromi orientali di HI-DE-HO, col feat di Q-Tip, è un applicazione in serie e decisamente riuscita di questo canovaccio, seppur declinata in modi e tempi diversi lungo tutta la scaletta: la title track è un muro di power chords distorti presi in prestito dallo stoner, The White Raven è una riffologia che aspira all’industrial e ti manda in trance in un battibaleno per poi regalarti un refrain con un pizzico di Morphine (il gruppo…), Esophobia sembra inizialmente dub e poi rispolvera una melodia psichedelica sixties, in What’s The Trick? ti viene il dubbio che alle chitarre ci sia Tom Morello dei Rage Against The Machine e non White, Into the Twilight è la fiera dello stop&go in versione funky, e così via…

Il filo conduttore potrebbe essere il futuro: c’è una certa modernità in questo puzzle un po’ folle di stimoli tra i più disparati, trick sonori da manuale e innegabile coolness. E invece tutto alla fine si rivela una distopia bella e buona firmata Jack White, che rielabora il passato dell’hard-rock e del blues generando un funk fantasioso e anfetaminico suonato da un Josh Homme cibernetico e con i capelli blu. Dischi come il già citato Boarding House Reach erano forse più “incasinati” a livello di “gestione del genere musicale”, ma a nostro modo di vedere forse anche più coraggiosi; qui, tra un sincopato e l’altro chiamato a tenere alto il battito cardiaco, ci si diverte (…e tanto!) senza star troppo a pensarci su. Se questo sia un pregio o un difetto, lo lasciamo decidere a voi.

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