Recensioni
Jack White
Jack White Acoustic Recordings 1998-2016
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Tommaso Iannini
- 9 Settembre 2016

Di Jack White ho un ricordo vivido anche se lontano. Autunno 2001: il duo con estetica supervintage che si ispira al vecchio blues e sta facendo rifiorire le speranze nel rock alternativo americano (per chi ancora nutre speranze nel rock alternativo americano), ovvero i White Stripes, arriva sul palco del Tunnel a Milano. Meg sarà anche una batterista naïf (molto naïf), però Jack è un tornado. Regge il concerto da solo e con una forza d’urto che ti fa davvero sperare – non riesco ancora a staccarmelo dalla mente mentre canta Jolene.
Ci siamo ritrovati e persi di vista in questi anni – e anche un po’ disillusi. Di anni appunto ne sono passati una quindicina, prima di arrivare a questa antologia unplugged dove l’anima di rocker ruspante si fa da parte per celebrare il cantautore. I brani sono più di venti, con date bene in vista e una scaletta in ordine cronologico che copre tutta la carriera fin qui del Nostro, tra White Stripes, uscite solitarie e progetti vari (compreso uno spot per la Coca-Cola). È un bel sentire, perché di tutto si tratta tranne che di provini o di versioni poco pensate. Sono canzoni fatte ad hoc per essere riarrangiate in chiave acustica, intima, dove però acustico e intimo non significano spartano o buona la prima; gli innesti azzeccati di archi, pianoforte e strumenti “esotici” sono lì a ricordarcelo.
Si pesca dal materiale edito, con una delle prime (Sugar Never Tasted So Good) e l’ultima b-side dei White Stripes (Honey, We Can’t Afford to Look This Cheap), oltre che da varie alternate versions acustiche. Qualcosa è uscito pure dai cassetti: è la graziosa City Lights (semplice nel disegno della melodia, però con un gran contrappunto di arpeggi e spazzole). Dicevamo, molte buone e anche ottime canzoni, soprattutto nella prima parte, con esecuzioni che non sono versioni povere dei pezzi degli album – Hotel Yorba unplugged ha lo stesso brio della versione “classica” – e spesso brillano di luce propria; in qualche caso si fanno addirittura preferire agli originali.
I più contenti saranno sicuramente gli affezionati, ma questa raccolta è pure una chiave di lettura alternativa per uno dei (pochi) geniacci del rock degli anni Zero. Nel folk-blues acustico la scrittura di questo classicista spigliato un po’ ribelle e un po’ flaneur ritrova tutta la sua essenzialità e dimostra una volta di più la sua brillantezza. Per uno che in passato ha fatto della sottrazione e dell’essenzialità un punto fermo della sua estetica, potrebbe essere addirittura – per quanto a dirlo suoni paradossale – un elemento da cui ripartire dopo qualche prova un po’ più sfilacciata.
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