Recensioni
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Matteo Tonolli
- 10 Luglio 2024
L’introduzione di Da Hallelujah a The Last Goodbye si apre con l’incontro – ma sarebbe più opportuno definire scontro – tra il manager Dave Lory, principale autore del volume, e l’emergente Jeff Buckley. 10 ottobre 1993, l’artista è stato messo sotto contratto da meno di un anno dalla Columbia ed è in procinto di pubblicare qualche settimana più tardi l’EP Live at Sin-é. L’etichetta desidera promuovere l’esordio discografico con alcune date in cui il musicista si sarebbe esibito in solitaria, in luoghi modesti ma strategici, con l’obiettivo più a lungo termine di incidere un intero album in studio.
È qui che viene richiesto l’apporto di Lory (ex batterista, esperto tour manager e discografico): prendere per mano la nuova promessa musicale degli anni ‘90 e accompagnarla nel suo cammino. Buckley è però un purosangue ancora da domare, si presenta con un ritardo di 45 minuti e l’aria trasandata del ribelle alternativo. Lory quasi lo manda a quel paese. Eppure l’ingenuità di quel ragazzo di bell’aspetto fa breccia nel cuore del discografico navigato. Dopo un primo capitolo introduttivo nel quale il co-autore Jim Irvin riporta le testimonianze di addetti, amici e collaboratori per contestualizzare meglio, parte un’appassionante narrazione in prima persona di Lory, che si accolla l’onere e l’onore di canalizzare le doti di Jeff, gli insegna ad usare la giusta grinta sul palco, l’attitudine da tenere con giornalisti e fan, all’occorrenza rimproverandolo anche duramente ma mantenendo comunque un atteggiamento cameratesco e informale, di fatto proteggendolo dalle insidie dell’ambiente discografico, evitando che gli ingranaggi del marketing e della stessa label lo fagocitino. Fondamentale in questo senso anche l’anelito del cantante a conservare immacolata la propria musa, rimanendo puro e integro verso se stesso e la Musica, intenzionato a non accettare alcun compromesso. La figura del manager diventa essenziale per la futura carriera di questo ventenne assolutamente talentuoso ma completamente privo di bussola emotiva e ancora discograficamente impreparato non solo alle registrazioni in studio di quello che sarebbe diventato Grace, ma anche all’attività live insieme ai componenti di una band. Le lunghe traversate in auto tra le città degli States, le notti nei motel, le innumerevoli colazioni post-sbronza e i contatti con i professionisti del settore renderanno Lory la prima (e forse unica) figura maschile stabile (quasi paterna) nell’esistenza di Buckley, qualcosa di fondamentale per l’orfano di Tim, lacerato nell’animo e instabile nella mente, a causa di un’infanzia e adolescenza incostanti, eppure votato negli anni ad affinare e implementare i propri gusti e abilità musicali in modo unico e originale.
Il resoconto di Lory è genuino e sincero, ricco di aneddoti e curiosità (deliziose ad esempio le circostanze che portarono l’artista ad esibirsi magistralmente con Dido’s Lament di Henry Purcell al Meltdown Festival del 1995), incontri (Paul McCartney, Jimmy Page, Robert Plant) e collaborazioni (Elvis Costello, Gary Lucas), preciso nel ripercorrere quello che di fatto fu un mirabile calvario nel quale non smetteva di meravigliarsi delle doti vocali e strumentali del suo nuovo protégée, fissando i successi e le tappe della sua crescita creativa, altrettanto onesto e inflessibile nel rendere conto dei passi falsi, delle serate storte, degli errori e degli sbalzi d’umore di un giovane umanamente incostante e indeciso. Interessante dal punto di vista degli aspetti tecnici e discografici. Leggendo queste 300 pagine edite da Castello (marchio Chinaski, a ben 6 anni dall’edizione originale e a 30 dalla pubblicazione di Grace) ci si rende conto di come probabilmente non avremmo avuto alcun album seminale nel 1994 senza l’apporto di Lory, che ha tracciato il sentiero professionale di Jeff Buckley, (soprav)vivendo assieme altrettante esperienze umane e sentimentali. Questa biografia, consapevole della propria unicità, per quanto parziale e leggermente meno puntuale nella seconda parte (dopo le iniziali date in solitaria, le registrazioni di Grace e il tour mondiale con la band, Lory sarà una figura ancora fondamentale ma fisicamente non sempre presente), spazza via a mani basse tutti i precedenti tentativi giornalistici, più o meno ufficiali, di ripercorrere il vissuto di questo incredibile musicista, oltre a gettare (senza secondi fini) una leggera e sinistra luce su chi, e come, ha raccolto l’eredità del catalogo Buckley.
Tra queste righe traspare il vero DNA dell’artista, siamo accompagnati ad assistere alla sua crescita, viviamo i suoi amori, gli screzi e le debolezze, gli sbalzi di umore e le contraddizioni, gli entusiasmi e i successi. L’inevitabile parzialità prospettica di Lory viene arricchita dai resoconti degli altri discografici e addetti della Columbia, la fotografa e amica Merri Cyr, i collaboratori come il chitarrista Gary Lucas (co-autore di Mojo Pin e Grace), il batterista Matt Johnson, i produttori Andy Wallace e Tom Verlaine…
È negli ultimi capitoli del libro, quando Buckley comincia ad accusare la stanchezza per le date serrate del tour e prova a raccogliere le idee e le forze per il nuovo disco, che il resoconto di quello che stava succedendo risulta essere purtroppo meno preciso e puntuale. Si crea un margine vuoto nel quale si ipotizza l’instabilità mentale, l’eccessiva indulgenza alle droghe, oppure la depressione. È forse per espiare alla sua parziale assenza in quei giorni, che lo stesso Lory riesce a scrivere questo volume solo dopo vent’anni dalla scomparsa dell’amico, forse per interrogare il destino, tentare di trovare una spiegazione – se mai vi fosse – a quanto accaduto negli ultimi mesi a Memphis, dove Jeff si era ritirato, in procinto di incidere i nuovi nastri per My Sweetheart the Drunk (uscito solo postumo nel 1998 sotto forma di Sketches), troppo vicino a Wolf River.
Per chi ha imparato ad amare l’arte di Buckley, leggere le ultime pagine è una vera sofferenza. Ci tocca condividere il dolore di Lory nel momento della scomparsa dell’amico, lacerante nelle prime ore, trattenuto e soffocato nei giorni successivi per gestire al meglio i canali stampa e arginare lo sciacallaggio mediatico, definitivamente devastante dopo il rinvenimento del corpo. Eppure dopo il lutto e la risoluzione delle faccende legali, dopo la rabbia e lo sconforto per quell’assurdo e inspiegabile annegamento, in qualche modo prevale il nostalgico ricordo dei momenti percorsi assieme, la dolcezza dell’ultimo incontro, la triste ma preziosa conservazione dentro la propria memoria degli eventi legati non solo ad un ineffabile artista, ma anche ad un sublime essere umano.
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