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7.5

Anno 1986/1987 : è per me l’inizio dell’avventura delle scuole medie, tra la sensazione di aver fatto un primo passo verso l’autodeterminazione e un palpitante desiderio di novità. In questo desiderio non poteva mancare la musica, che già all’epoca era per me al primo posto: e quello che accadeva tra i banchi di scuola – e soprattutto tra le classi – era il contrabbando e spaccio di cassette doppiate, registrate e riregistrate, con copertine fatte a mano e prodotte approfittando della distrazione dei fratelli maggiori (per chi ce li aveva), i quali acquistavano dischi all’ultimo grido e se li sparavano alle feste. Ebbene, fu proprio in questo periodo storico che, tra una cassetta pirata e l’altra e lo sfogliare della mitica rivista di riferimento HM, arrivò il momento degli Iron Maiden.

Gli Iron Maiden erano qualcosa che esulava dal facile pop plasticoso del periodo, era quella roba forte chiamata heavy metal, fatta di suoni duri e di copertine controverse piene di creature orribili, croci e altre cose poco ortodosse – agli occhi di un giovane virgulto, sicuramente era qualcosa di altamente trasgressivo – che forse stava piano piano diventando il nuovo mainstream: una parabola che culminerà con l’uscita del Black album dei Metallica. Ma già in quei giorni il metal stava salendo agli onori della cronaca grazie al crossover con l’hip hop studiato dalle sapienti teste della Def Jam.

I Maiden però erano slegati da tutto questo, perseguivano un loro immaginario e un loro mondo con a capo il mostro/ mascotte Eddie e un logo talmente micidiale da scrivertelo pure sulla fronte, oscillando – nei testi – tra filosofia, storia, leggenda e mito, tanto che ogni loro brano era effettivamente la sintesi di un volume da mettersi in libreria. Nel periodo storico di cui sopra i Nostri erano tra l’altro in piena botta fantascientifica à la Blade Runner, con l’uscita di Somewhere in time, in cui per la prima volta usavano delle chitarre synth spiazzando in parte i fan, a dimostrazione che ai Maiden non interessava tanto il facile plauso delle masse o l’attualità delle mode ma piuttosto sviluppare una propria poetica che schiacciasse la realtà da sopra e da sotto, neutralizzandola e facendosela passare attraverso. Ma la realtà, pur compressa dai fatti, esisteva comunque: ed è che, nonostante un seguito che si sentiva fieramente parte di una setta, i Maiden non erano più la band di culto degli esordi; al contrario, contendevano il podio nelle classifiche inglesi e americane proprio ai plasticosi di cui sopra. Se pensiamo che appunto Somewhere in time vendette oltre un milione di copie, evidentemente non parliamo di un fenomeno carbonaro. Probabilmente, anzi, sono stati proprio gli iron Maiden ad iniziare lo sdoganamento alle masse di un genere fino ad allora particolarmente inserito nella bolla dei brutti, sporchi e cattivi. Ma come e quando si è palesato tale passaggio? Principalmente con un disco oramai classico del metal che è sicuramente negli scaffali di tutti gli appassionati di musica rock: The Number of the Beast.

The number of the beast è un disco che è perfettamente diviso 50 e 50 tra pregi e difetti, e forse proprio in questo sta la sua peculiarità. Iniziamo con i pregi, in modo da ingraziarci i fan “duri e puri” dell’album, che sono parecchi. Li rassicuriamo subito affermando che The number… è uno stato dell’arte dell’heavy metal. Cosa innegabile: tecnicamente il disco è un salto di qualità rispetto al passato della band e del presente di molte band rivali coeve. Dal punto di vista del suono, la pulizia è estrema, senza sbavature, tutto perfettamente al suo posto, la scrittura diventa più complessa tanto che sfiora il sinfonico, o per meglio dire “la musica classica”. Un così repentino cambiamento coincide con l’ingresso del nuovo cantante, Bruce Dickinson, che sostituisce Paul Di’Anno, il carismatico frontman che degli Iron Maiden non era solo la voce, ma soprattutto lo spirito. Parlando di spirito non mi riferisco solo ad un’attitudine interiore, ma proprio agli alcolici: Di’Anno era uno che ci andava giù pesante, a volte non riusciva neanche a stare in piedi nei live, era perennemente sulla punta della rissa come un giovane e sfrenato hardcore kid.

Questa sua attitudine, che potrebbe ricordare un Derby Crash durante la sua breve militanza nei Germs, irrita non poco il bassista Steve Harris – la mente compositiva della band – che lo caccia a pedate: anzi, è Di’Anno che alla fine – infelice dell’andazzo nella band – si fa pressare dai continui ultimatum fino a dare lui stesso il benservito (ultimatum che vertevano su un semplice “o smetti di farti o sei fuori”). La band oramai vive all’interno di un trip perfezionista che mira, sostanzialmente, al “professionismo”: motivazione che farà sì che oltre a Di’Anno, anche il batterista Clive Burr verrà silurato per motivi apparentemente arbitrari subito dopo la registrazione di The number…, approfittando della morte del padre e di tre settimane di ovvio eclissarsi dagli impegni della band.

Sono aspetti che rivelano una band con degli obiettivi strategici, che però non sono esclusivamente roba di mero business: per farla breve, i Nostri tendono all’eliminazione di qualsiasi ostacolo sul loro cammino musicale, cercando di evitare che la creatività e l’efficacia del gruppo sia minata dalla triade bacco, tabacco e venere che rendono il musicista – si sa – cenere. E appunto, analizziamo le grandi novità del disco: centrale, nella svolta del gruppo, è come già detto l’ingresso alla voce di Bruce Dickinson, ex Samson, altra band emergente della NWOBHM. Intorno all’ugola del nuovo membro si concentra l’aspetto compositivo, in quanto tecnicamente più abile a interpretare il nuovo corso del bassista Steve Harris, principale autore e mente del progetto: Dickinson a differenza di Di’Anno non perde tempo in pippe nichiliste, non è devoto all’autodistruzione (tanto che abbandona i Samson proprio perché è una band eccessivamente concentrata sullo sfascio a base di droghe), ma è anzi un gran lavoratore dello spettacolo, un laureato in storia, un interprete di potenza e di volontà e un militante della musica a 360 gradi: è praticamente la versione “self made man” e positiva di Paul.

Non ci si bea del rimanere nella strada, ma ci si eleva in una sorta di riscatto verso gli stereotipi di classe (cosa che Dickinson ha spesso ribadito nelle interviste): i Maiden si fanno più funambolici e meno monolitici, non ci sono – oltre alle droghe – velleità artistoidi a distrarre dalla missione. Dickinson sa quel che fa, e non ha intenzione di sporcarsi le mani con sperimentazioni zozze e controproducenti per la diffusione della musica della band. Le sperimentazioni rimangono, ma sono all’interno di un discorso in cui la melodia vocale si fa cardine, le armonie rappresentano quello che chiameremmo musica senza tempo, appunto come potrebbe esserla quella di Bach o Mozart (che erano punti di riferimento anche dei Deep Purple, grandi miti degli Iron Maiden). In questo modo si acquista potenziale comunicativo: se il disco è ricordato per una serie di evergreen quali Run to the hills, sulla resistenza degli indiani d’America, e Halloweed by thy name (dalla potente narrativa quasi filmica nel narrare le peripezie di un condannato a morte), cavalli di battaglia della band, è chiaro che i Maiden colgono nel segno producendo da qui in poi un “trademark” sonoro che può essere urlato nei palazzetti dello sport da migliaia di giovani capelloni quanto cantato nella doccia dal manager di turno o nella macchina del padre di famiglia con l’autoradio a palla.

Questo aspetto “pop ma pericoloso” del disco è confermato dal fatto che la title track è stata nel mirino dei cattolici più conservatori, pronti a distruggere le copie dell’album e a sabotare i Maiden in tour, quasi come i Beatles quando erano “più famosi di Gesù Cristo”. In quel caso i Fab Four erano nello stesso mood dei Maiden, da teddy boy sfrenati a idoli delle ragazzine (quindi già ripuliti), eppure la loro musica era capace di evocare ancora isterismi di massa, insomma era ancora roba “che scotta” almeno in contesti disabituati a certe attitudini. Children of the damned, ad esempio, con il suo solo di chitarra frullato, i suoi cori da arena, il suo mood da opera lirica drammatica è una ballata che segnerà la storia del metal, rendendo determinati concetti inattaccabili da qualsiasi professorone che dica “questa non è musica ma rumore”: carta canta, si danno lezioni di composizione e stile. The prisoner, con la sua cavalcata selvaggia e fieramente anticarceraria (nonostante sia semplicemente ispirata da un film per la tv), sembra mantenere tracce dell’irruenza punk del periodo Di’Anno, solo che poi arriva un ritornello che è praticamente (e astutamente) adult rock oriented, piazzato per sviare le indagini. 22 Acacia Avenue è il sequel di Charlot the harlot, anche qui ci regala echi metropolitani del passato della band, con stoppati di chitarra affusolati, ma c’è un Dickinson che introduce un aspetto prima quasi assente, ovvero l’etica: il Nostro nella canzone cerca di redimere la peripatetica dal suo destino e la furia sonora è alternata a situazioni di “facile ascolto” che addolciscono la pillola.

Ecco, i nuovi Maiden hanno trovato questa formula, in sé perfetta per passare attraverso le crepe di qualsiasi muro auricolare, usando anche lo stratagemma delle “saghe”: invaders ad esempio, è un’apertura piuttosto massiccia che evoca le violente scorribande dei vichinghi – e rappresenta da subito un cambio di rotta verso le vicende storiche rispetto a quanto gli autori ci avevano abituati. Anche Gangland (co-scritta da Clive Burr) sembra essere ispirata da una saga, quella del Padrino: si parla di malavita, omicidi, mafia con la stessa foga e irruenza di una epopea nordica e con un piglio che ritroveremo più avanti in alcuni brani dei Living Colour (quelli dai passaggi armonici più audaci) e nel solo di chitarre che si rincorrono addirittura immaginiamo gli Europe che rubano a piene mani per the final countdown…. Insomma, The number of the beast è ben descritto dalla copertina dell’album: un Eddie che da simbolo dell’allucinazione metropolitana è oramai “fumettistico”, come fosse una sorta di eroe Marvel pronto ad entrare a ragione di questo nell’immaginario collettivo, manipola coi fili Satana che a sua volta manipola coi fili un piccolo Eddie.

Il messaggio è chiaro: il diavolo è il music business, che come un burattinaio manovra i Maiden: ma i Maiden stessi, senza che lui se ne renda conto, lo fanno fesso facendogli credere di stare dalla sua parte mentre a tutti gli effetti lo stanno muovendo come una marionetta verso i loro scopi. Nei live infatti la cattiveria degli esordi rimane quasi intatta, ma è chiaro che i Maiden oramai sono un’altra band, fin troppo abbottonata. Ed è proprio osservando questa mutazione che arrivano i difetti del disco: abbiamo detto una pietra miliare, senza dubbio. Che però sia un disco rivoluzionario forse è discutibile. Anzi, potremmo definirlo un disco che trasforma una delle più grandi band della NWOBHM in un gruppo musicalmente “conservatore” , o per dirla in maniera spicciola “classic rock”. I veri Iron Maiden, infatti, per il sottoscritto finiscono proprio quando esce The number: la band fino a quel momento è una specie di rifiuto metropolitano che si riscatta nella sua pulsione creativa, figlio nello stesso tempo del punk che rigurgita pezzi di progressive mal digerito, un calcio all’hard rock come musica decodificata e nel medesimo momento una pillola ricostituente che la trasforma e la rende estrema.

Di’Anno è un antipoeta di strada, i Maiden sono i portavoce di una generazione di mezzo, nichilista come quella del punk. Ma dove il punk convive con lo schifo, quella descritta dai Maiden è al contrario capace di trasformare tanta violenza in qualcosa che è come l’opera omnia di Caravaggio: rendere bellezza eterna quello che è mera fanghiglia. Violenza, emarginazione, storie gotiche e descrizione di adolescenti figli di disfunzioni post industriali: ci sono le fiabe, quelle crude che i bambini amano sentire per spaventarsi, ma questa volta sono per adulti già spaventati. C’è tutta l’urgenza del primo Rotten, la disillusione del post punk, i suoni lucidi e chorusati della new wave e la furia ruggente delle chitarre, il cui punto di riferimento è il piglio impunito dei Black Sabbath. Miscela soave, unica, dall’estetica fatta di pelle e borchie, scenari distopici, città virulente e marce: lo schifo che viene sublimato con una musica tanto ingegnosa e precisa quanto – soprattutto – di corpo, di pancia. Di’Anno è una specie di profeta delle mutazioni proto-nucleari, uno scarto della società che come un topo crea il suo regno nei doppi fondi del sentire comune. Le vecchie generazioni non possono capire questa musica, questa botta sonora: i “matusa” vivono su un altro piano, quello di chi consuma ed è consumato; gli Iron Maiden sono invece assolutamente sciolti, come un cane in una favela sperduta del pianeta, e come tutti quelli che abitano quelle lande hanno tanto la bava alla bocca quanto aspettano una carezza che li redima. Le prime prove della band oscillano tra questi due sentimenti contrastanti, particolarità che rende i Nostri assolutamente umani, unici ma senza ombra di dubbio incredibilmente universali.

The number of the beast ha il pregio di allargare e consolidare questa universalità, ma lo fa – ahimè – forse a scapito del realismo. In questo disco lo squallore viene infatti ben lavato col sapone della perizia tecnica; il che non è un male, anzi è un’arma potentissima per affrontare le critiche di quel mondo “adulto” che crede che i metallari siano tutti una massa di incapaci drogati. Ma quello che una volta era l’affronto definitivo a un sistema di poteri, ora diventa invece dimostrazione che “sappiamo fare bene e sappiamo affiancarci al sistema sconfiggendolo con i suoi stessi criteri”. Se per far arrivare la musica a tutti è importante suonare bene, allora noi suoneremo meglio: se nella musica per essere competitivi e quindi rispettati bisogna essere sobri, saremo sobri. Non che sia necessario disintegrarsi negli eccessi per fare buona musica, ovvio: ma probabilmente non è sano neanche levarsi da torno i colleghi musicisti a causa dei loro habits poco ortodossi. E tornando alla musica, se è vero che la tecnica dei ragazzi raggiunge l’eccellenza delle ore di studio passate sullo strumento, è vero anche che quel prog che i primi Maiden avevano elaborato e vomitato ora invece viene mangiato con passione ed espulso fin troppo a dovere, tanto che in alcuni passaggi c’è puzza di “dinosauro”. Abbiamo detto che il bagaglio melodico aumenta, e da questo nasce un maggior potenziale comunicativo: ma è forse utile ricordare che – per fare un esempio concreto – le interpretazioni delle canzoni di questo album da parte del compianto Anton Maiden, giovane nerd paladino del weird 8 bit, rendono giustizia al tutto, smascherandone l’artificio formale. Lì dove Dickinson abbandona l’invettiva di strada – tutto istinto e urgenza – per l’ epica, il ragazzo svedese tira fuori le budella esistenziali dei brani dimostrando che i pezzi di The number of the beast stanno con un piede in due scarpe: da una parte confermano le potenzialità ancora inserite nel veleno degradato e folgorato di Di’Anno, dall’altra è prontamente iniettato l’antidoto che già gli dà le spalle. L’eccezione che conferma la regola? Può essere.

In questo album c’è infatti la summa della scrittura dei Maiden, ma siamo lontani da un discorso estremo, di getto: l’underground è lontano e di estremo semmai c’è il pompare pathos rischiando di cadere da un momento all’altro, stando in equilibrio sull’orlo della caricatura. A volte neanche la band è pienamente soddisfatta del risultato: Invaders viene bollata da Harris come un brano messo lì perché non avevano niente di meglio. Anche Gangland suscita qualche perplessità in seno al progetto, ripescata dall’oblio dei lati B dei singoli: alla fine il suo inserimento è fonte di rimpianto da parte della band, che col senno di poi avrebbe preferito Total eclipse, considerata migliore ma tuttavia relegata al dimenticatoio (nonostante l’inizio sembri scippato dai Nirvana per In Bloom). The number of the beast ha due facce di una stessa medaglia, che potremmo sintetizzare con le seguenti dichiarazioni di protagonisti e co-protagonisti:

Quando ero negli Iron Maiden ero solo un ragazzino, non avevo idea di come si cantasse, non avevo voce. Ho sviluppato la mia voce grazie al fumo delle sigarette, al Jack Daniel’s e alla cocaina. Non vi prendo in giro. Odio le fighette che dicono ‘Oh, devi prendere lezioni di canto’. Mi spiace, Bruce, ma lo sai che son tutte stronzate. Se non sai cantare, non cantare. Forse solo se canti all’Opera, devi esercitarti. Ma per il Metal ed il Rock And Roll, devi andare da un insegnante? Ma vaffanculo.
Paul Di’Anno

Non volevamo davvero che se ne andasse via, perché la band stava funzionando bene, pensavo che la line-up fosse veramente stabile; lui però era veramente instabile, non credo volesse dare tutto sé stesso e questo creava problemi sul palco perché qualche serata ci dava dentro, altre no. È stato un periodo molto difficile per noi, ma alla fine sapevamo che se non ci fossimo divisi la band avrebbe iniziato a precipitare. Non c’è una colpa vera e propria, ma penso solamente che Paul sia stato stupido nei confronti di se stesso, perché ritengo che abbia un mucchio di talento e all’epoca lo stava buttando via.
Steve Harris

Scegliete da quali delle due parti stare, ma non potete dividerle: ed è questa la grande forza del “numero della bestia”. Come lo giri lo giri, è sempre palindromo.

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