Recensioni

Il 18 dicembre 1983 gli Iron Maiden suonano per la seconda sera di seguito alla Westfalenhalle di Dortmund, headliner di un festival che ha visto sfilare prima di loro gente come Ozzy Osbourne, Judas Priest e Scorpions. Durante l’esecuzione di Iron Maiden, ultima canzone in scaletta prima del bis, la band aggredisce lo zombie-mascotte Eddie, aprendogli il cranio, tirandogli fuori il cervello e prendendolo a calci fino a “ucciderlo”. Si chiude così il World Piece Tour, cominciato nel maggio di quell’anno, quando era uscito il quarto album Piece of Mind. Nonostante i quasi 150 concerti tra Europa, Canada e Stati Uniti, però, il riposo per la band dura solo un mese. Un nuovo disco e un nuovo tour mondiale da cui trarre un album live sono infatti già nei programmi: così nella seconda metà di gennaio Bruce Dickinson (voce), Steve Harris (basso), Nicko McBrain (batteria), Adrian Smith e Dave Murray (chitarre) tornano nello Chalet Hotel sull’isola di Guernsey, nel mezzo della Manica. Dopo aver passato le prime settimane giocando a biliardo e bevendo birre, mettono a punto le nuove canzoni nel giro di un mese: non sono mai stati così veloci. Il pattern produttivo dell’album precedente continua a essere seguito alla lettera, e quindi tutta la crew si sposta per le registrazioni nei Compass Studios di Nassau, alle Bahamas: nonostante il clima sia decisamente più favorevole di quello vissuto durante le sedute di scrittura, ci vogliono due o tre settimane prima di sentire una sola nota, ma poi il quintetto ingrana e porta a termine il suo compito.
Il nuovo attesissimo disco degli Iron Maiden, ancora una volta prodotto da Martin Birch, viene mixato a luglio: anticipato ai primi di agosto dal singolo 2 Minutes to Midnight, esce il 3 settembre 1984. Il quarto tour mondiale della band britannica è già cominciato da quasi un mese e sono già migliaia e migliaia i fan affascinati dalle scenografie a tema egizio che lo caratterizzano, riprese direttamente dalla copertina disegnata (ancora una volta) da Derek Riggs, una delle più affascinanti e complesse di tutto il catalogo della Vergine di Ferro. Dopo essere stato un malato di mente in catene sulla cover di Piece of Mind, lo zombie Eddie è ora immortalato con le sembianze di un faraone in un immenso tempio egizio a lui dedicato, circondato da sfingi e da statue del dio Anubi, ma è anche nel sarcofago che dei servi stanno portando lungo una scalinata dentro il monumento stesso, e che sarà poi raffigurato sul retro, in una sorta di calzante campo/controcampo. Eddie è quindi allo stesso tempo morto e vivo, mortale e immortale, costretto in un sarcofago e troneggiante sull’umanità. In questa rappresentazione epica e imponente, però, l’illustratore di Portsmouth nasconde alcune facezie in fregi e decorazioni, tra cui la faccia di Topolino e le scritte “geroglifizzate” “Bollocks”, “Wot? No Guinness?”, “Wot a load of crap” e “Indiana Jones was here 1941”.
Quest’ultima è probabilmente la più significativa ai fini della lettura del disco, perché sottolinea l’origine pop del tema di copertina, title track e scenografia del tour: infatti I predatori dell’arca perduta (1981) e Indiana Jones e il tempio maledetto, che esce nello stesso anno di Powerslave, contribuiscono ad alimentare in tutto il mondo una rinnovata passione per un antico Egitto avventuroso e un po’ da fumetto, pieno di misteri e misticismo. Lo stesso a cui si ispira Dio per la copertina e per l’allestimento del palco del tour del suo The Last in Line: una pura coincidenza, tuttavia sintomo di un sentire comune che invade musica e cinema. C’è però un altro importante fil rouge che scorre tra le tracce del disco, quello della guerra, del conflitto, già al centro di uno dei singoli più noti dei Maiden, The Trooper. Ed è proprio con una vivida e riuscita rappresentazione della prima battaglia combattuta esclusivamente nei cieli che si apre l’album. «We shall go on to the end. We shall fight in France, we shall fight on the seas and oceans, we shall fight with growing confidence and growing strength in the air, we shall defend our island, whatever the cost may be. We shall fight on the beaches, we shall fight on the landing grounds, we shall fight in the fields and in the streets, we shall fight in the hills; we shall never surrender».
Nel ricordo comune, l’estratto del famoso discorso di Winston Churchill del giugno del 1940 fa da intro a Aces High, ma in realtà le parole del primo ministro compaiono solo nel videoclip della canzone e nelle sue versioni live. Su disco la traccia scritta dal bassista Steve Harris comincia con un tipico riff armonizzato per terze, a cui seguono un’altrettanto classica accelerazione di tempo e l’entrata della voce di Dickinson, che si immedesima in un pilota della Royal Air Force impegnato nei cieli della Manica durante la Battaglia d’Inghilterra. Le parole delle strofe accostano rapidamente azioni e termini tecnici rendendo bene l’idea di un combattimento aereo, nel bridge il testo si riduce solamente a voci verbali, mentre il ritornello si distende su note lunghe portando agli assoli firmati nell’ordine da Murray e Smith, che paiono, ognuno a modo loro, mimare i rumori di rombi ed esplosioni. A questo punto la canzone (che esce come singolo nell’ottobre 1984) ripercorre le stesse sezioni in senso inverso, completando una struttura a specchio quasi perfetta e imponendosi come una delle opener più azzeccate di sempre.
Il pezzo seguente non è da meno, ma con qualche importante differenza: 2 Minutes to Midnight si apre con un altro riff memorabile, che è una sorta di fusione tra quelli di Flash Rockin’ Man degli Accept e Curse of the Pharaohs (!) dei Mercyful Fate, usciti qualche anno prima. Adrian Smith, autore insieme a Dickinson, dà al pezzo un appeal quasi rock‘n’roll, la cui relativa leggerezza e orecchiabilità è bilanciata dalle immagini esplicite evocate dai testi. I due minuti alla mezzanotte di cui parla il pezzo si riferiscono all’Orologio dell’Apocalisse, una metafora utilizzata a partire dal secondo dopoguerra per valutare la vicinanza a una possibile guerra atomica e, successivamente, a qualsiasi evento dannoso e irrevocabile per l’umanità. A metà anni ’80 i minuti che mancavano a questa apocalittica mezzanotte erano tre, oggi sono due, ma non importa: la canzone parla del fascino perverso della guerra e si avvale ancora una volta di notevoli artifici narrativi che coinvolgono musica e parole. La presenza di dimezzamenti del tempo da un lato e l’incredibile lavoro melodico che Harris compie sulle sue quattro corde contribuiscono ad arricchire uno dei singoli di maggior successo dei Maiden, nonostante si parli di corpi in fiamme, bambini lacerati e giovani vite date in pasto alla macchina bellica.
Dopo una doppietta del genere, tenere così alta la barra non è un’impresa semplice, ed è forse per questo che è facile vedere Losfer Words (Big ‘Orra) come un riempitivo, o quanto meno uno sfoggio di tecnica un po’ fine a se stesso. In realtà, per quanto il pezzo sia talvolta statico e ripetitivo, presenta particolari interessanti sia nel lavoro realizzato con le chitarre (l’assolo di Smith è più melodico del solito), sia negli intrecci della sezione ritmica, dove Harris e McBrain si intendono alla perfezione. È importante ricordare che Powerslave è il primo album in cui la formazione degli Iron Maiden è identica al disco precedente: l’interplay, l’intesa e l’affiatamento tra i musicisti sono anche per questo davvero notevoli ed emergono chiaramente in questo strumentale, il cui titolo richiama le espressioni cockney “lost for words”, cioè privo di parole, e “big horror”. L’approccio più elaborato di Piece of Mind e Killers passa il testimone alla sfrontatezza di Iron Maiden e The Number of the Beast nella successiva Flash of the Blade, uno dei pezzi più sottovalutati e riusciti del disco, che Dario Argento usa per sottolineare uno dei momenti più tesi di Phenomena (1985). Dickinson torna protagonista e utilizza un’inconsueta seconda persona per raccontare la storia di uno spadaccino che vive e muore per il lampo di una lama, affilata come il riff che dà il via al pezzo.
Strofe contratte e ritornelli lirici si alternano con efficacia, fino a un break strumentale che ha qualcosa di medievale e folk: la band supera l’attrazione per l’hard rock degli esordi ampliando egregiamente i suoi riferimenti e coltivando uno dei suoi punti fermi tematici, il combattimento all’arma bianca, già affrontato in Sun and Steel e al centro anche del pezzo successivo. Dickinson, schermitore di buon livello, è completamente a suo agio in The Duellists, farina del sacco di Harris e ispirato all’omonimo film diretto da Ridley Scott nel 1978, a sua volta ripreso dal racconto di Joseph Conrad Il duello. Il ritmo del cantato nella strofa è particolarmente impegnativo e si oppone (come è già accaduto) a un ritornello più disteso e melodico: il bassista e fondatore della band usa anch’egli la seconda persona e qualche termine tecnico per raccontare quanto sia futile morire per l’onore e la gloria, passando dall’incitazione «fight» al passato «fought» per segnare il passaggio tra la vita e la morte del “tu” protagonista. Il corpus centrale del disco è concluso da Back in the Village, una sorta di “sequel” di The Prisoner, anch’essa ispirata all’omonima serie TV britannica e nuovamente vergata dalla coppia Smith/Dickinson. Il chitarrista elabora un riff particolarmente complicato per una canzone rutilante ma non memorabile che ancora una volta mette a dura prova le abilità del frontman, spesso impegnato nel registro alto.
Gli ultimi venti minuti del disco sono occupati da due colpi da maestro, al livello della coppia iniziale, benché di natura assai differente. Introdotta da rumori e voci affannose che presto si trasformano in una cavernosa risata, la title track è un saggio di bravura di tutti e cinque i musicisti. Dickinson, oltre a scrivere testi e musiche, è incisivo nel passare dalla cattiveria della strofa, ritmata dal “galoppo” di basso e batteria marchio di fabbrica della band, all’approccio melodico e lirico del ritornello. Sono però i tre minuti scarsi di apertura strumentale che lasciano a bocca aperta, segnati dai tempi rallentati su cui si innesta il primo melodico assolo di Murray. Le griglie ritmiche si contraggono nuovamente nell’exploit di Smith, che quindi (dopo un break dove è il basso di Harris a essere nuovamente sotto i riflettori) passa nuovamente la palla a Murray, autore di un intervento ispirato e deciso che fa da collegamento con il riff iniziale. Powerslave è una delle canzoni più sperimentali, complesse e profonde degli Iron Maiden: Dickinson, ispirato dalla sua Revelations, racconta la storia di un faraone che si rende conto della sua mortalità proprio quando sta per lasciare il mondo terreno. Gli schiavi che hanno costruito la sua tomba saranno uccisi come prescrive la legge, ma anche lui, divinità in terra, è uno schiavo: «Tell me why I had to be a Powerslave / I don’t wanna die, I’m a God / Why can’t I live on? / When the Life Giver dies / All around is laid waste / And in my last hour / I’m a Slave to the Power of Death»
E in fondo non sono schiavi del loro stesso potere anche i Maiden? L’alternanza disco/tour mondiale non accenna a fermarsi da quattro anni, anzi, l’impegno aumenta sempre di più: si riduce davvero a questo essere una delle band di punta nel panorama metal internazionale? Le domande si perdono nelle esotiche linee di chitarra che compongono la cadenza finale, e sono spazzate via dai baldanzosi riff dell’ultima canzone del disco. Ispirata alla versione del 1817 dell’omonimo poema di Samuel Taylor Coleridge, The Rime of the Ancient Mariner è una delle tracce più famose e ambiziose (nonché più lunghe) dell’ormai quarantennale catalogo degli Iron Maiden. Harris la scrive in un tempo relativamente breve unendo magistralmente spunti musicali diversi in una struttura articolata e avvincente, sebbene priva di una vera e propria scansione strofa/ritornello.
I versi del poeta romantico sono talvolta riassunti e altre volte ripresi letteralmente, mettendo in risalto la loro musicalità, mentre la canzone usa tutti gli espedienti ritmici, armonici, melodici e timbrici sfruttati finora. Riprende i raddoppi e i dimezzamenti di tempo di 2 Minutes to Midnight, la complessa metrica della strofa di The Duellists e anche la sospensione strumentale di Powerslave, qui introdotta da un riuscito e spettrale riff di basso immerso tra gli scricchiolii del legno e arricchita dalla recita letterale di un altro passaggio del componimento. È uno dei momenti più emozionanti e prog di una canzone che dimostra l’incredibile livello di scrittura ed esecuzione raggiunto dalla band: Dickinson è eccellente nel variare timbro e approccio al cantato ed è supportato dai suoi compagni in modo superlativo. La traccia continua a svilupparsi tra riprese e nuove parti, che comprendono l’assolo di Smith, deciso e incisivo, giocato anche su toni medio-bassi, e quello di Murray, che vola sulle parti alte della tastiera, marcando il passaggio da legato a staccato e mettendo spesso mano alla leva del tremolo. Affascinati dal susseguirsi delle varie sezioni e dell’efficace narrazione di Coleridge e Harris quasi non ci rendiamo conto che, quando «the wedding guest’s a sad and wiser man», sono passati quasi 14 minuti. La canzone, nonostante la sua complessità, diventa un punto fisso della scaletta live dei Maiden, nonché uno dei pezzi più amati e acclamati da fan, critici e addetti ai lavori, che spesso collocheranno Powerslave in cima alle loro preferenze. Non ci sarà alcun dubbio, invece, quando si tratterà di determinare quale sia il miglior album live della formazione inglese.
Nell’ottobre del 1985, tre mesi dopo la fine del massacrante World Slavery Tour (190 concerti in cinque continenti in 11 mesi), esce il doppio Live After Death, probabilmente uno dei dischi dal vivo più iconici di tutta la storia del metal, che inizia con lo stesso letale “uno-due” del lavoro dell’anno precedente. Sulla copertina di Derek Riggs campeggia come di consueto la mascotte della band: dopo essere stato internato (Piece of Mind) e imbalsamato (Powerslave), Eddie irrompe da una tomba incazzato più che mai, tra fulmini e catene, pronto a essere nuovamente sacrificato e glorificato per nutrire un amore infinito che scorre di generazione in generazione nei cuori dei metalhead di tutto il mondo.
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