Recensioni

Forse il modo migliore per inquadrare i Maiden targati 2015 è andare sul loro sito ufficiale. Entrando, uno clicca la sezione The Band, trova una bella foto di tutti e sei, con quei sorrisi bonari che raccontano benissimo il loro mondo da metallari ultra cinquantenni ma in fondo anche quello dei loro fan, cui certamente scapperà un sorriso di rimando vedendoli ancora lì, mortali e immortali, con un nuovo lavoro in rampa di lancio. Al contempo troveremo qualche detrattore che con i suoi occhi atei guarderà queste mummie del metal sfornare l’ennesimo disco, addirittura un doppio disco, come se ci fosse ancora qualcosa da scrivere nel poema epico del gruppo.
Ovviamente hanno tutti ragione, però è importante dire che nel mondo parallelo cesellato dagli Iron Maiden, The Book of Souls è il migliore dei mondi possibili. Primo perché c’è una doppia razione di Maiden. E poi perché, generalizzando tra brani da quattro minuti con piglio pop alla Tears of Clown e brani orchestrati da oltre dieci minuti, si sente una grande attrattiva del power metal dei ’70 già preannunciata dal singolo Speed of Light. D’altronde una band con tre chitarre e un bassista come Harris, che riuscirebbe a tirar fuori una cavalcata di otto ore da una sola corda e che ha rischiato di diventare Sir per questo, che altro dovrebbe fare?
In più c’è Dickinson, che si sgola per tutto il disco e pare non aver risentito del cancro alla lingua che lo ha colpito e da cui è guarito. Lui non si era nemmeno accorto di averlo già durante le registrazioni, salvo poi scoprire che tale cancro, secondo le dichiarazioni del diretto interessato, gli era venuto per “aver praticato troppo sesso orale“. Dunque occhio, ha intimato il buon Bruce ai quarantenni e cinquantenni maschi eterosessuali del mondo, che siete potenzialmente tutti a rischio. Lo dice serissimo, e non stupisce perché questa è la teatralità e la normalità dei Maiden, la stessa che permette loro di rifilarci i 18 minuti di Empire of the Clouds, ultima traccia del secondo disco: un sunto del loro universo che con orgoglio potrebbe mettere il punto finale alla loro discografia, e contemporaneamente una sfida all’orecchio dell’ascoltatore, gonfio dalla settantina di minuti precedenti. Come titola una traccia del disco, Death or Glory.
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