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A sei anni dall’album The Book Of Souls, dopo attese e settimane di voci su nuova musica in arrivo, è finalmente arrivato Senjutsu, diciassettesima fatica in studio degli storici Iron Maiden. Due dischi, 10 canzoni, per 1 ora e 21 minuti di durata, e con l’immancabile Eddie in versione samurai sanguinario in copertina. Senjutsu, ovvero “Tattica e strategia”, una specie di concept sulla strenua battaglia che alcuni guerrieri affrontano per combattere i nemici che minacciano la loro terra.

Registrato presso i Guillaume Tell Studio di Parigi nel 2019, durante una pausa del Legacy Of The Beast Tour, con il produttore di lunga data Kevin Shirley dietro al mixer, e co-prodotto dal bassista Steve Harris, il disco mostra la sincera volontà di fare nuova musica senza volersi adagiare sul passato, ma guardando oltre con coraggio e anche verso nuovi territori. Un sentore che avevamo già avuto ascoltando il primo singolo, The Writing On The Wall, diffuso lo scorso 16 luglio con tanto di video 3-D realizzato in collaborazione con due ex dirigenti della Pixar, nonché grandi fan del gruppo, Mark Andrews e Andrew Gordon. Un brano che, nonostante qualche limite, mostrava una palpabile discontinuità rispetto al passato, dilagando in una cavalcata hard rock infarcita di dinamiche prettamente twang.

Un discorso coraggioso che permea l’intero disco, dove non mancano tagli heavy tipici come la fulminante Stratego, canzone basata sul gioco degli scacchi militari giapponesi, pietre piatte con un lato nero e uno bianco e una calligrafia giapponese che denota ogni guerriero con una descrizione, e che nel corso della partita possono cambiare fronte: elegante allusione non solo alla strategia e alla tattica, ma anche al tradimento e all’intrigo. A questi si aggiungono brani che si rifanno alla storia recente di Bruce Dickinson e soci – quelli da Brave New World in poi e con formazione a sei – come Lost In A Lost World oppure l’ottimo tiro veicolato dal granitico e trascinante riff di Days Of Future Past; o ancora le armonie quasi psichedeliche di The Time Machine. Intuizioni che grazie a un’interessante messa a fuoco sono un ulteriore passo in avanti rispetto a The Book Of Souls, il precedente lavoro della band.

Canzoni complesse e articolate, come da marchio della band, magari con uno slancio più orecchiabile del solito, anche quando, e con una frequenza maggiore del solito, viaggiano su minutaggi monstre con fare progressivo, incorporando influenze folk celtiche, intermezzi acustici ad effetto e magnetici intrecci melodici a tre chitarre (vedi il trittico finale Death Of The Celts, The Parchment, Hell On Earth). Una dilatazione creativa funzionale all’attuale registro del cantante, esaltata da una produzione che sa come dare luce a ogni singola parte delle composizioni. E, bisogna dirlo, al netto di prime impressioni, dell’età che avanza e di una grave malattia ormai fortunatamente superata, Dickinson tiene decisamente botta.

Con una visione determinata e cristallina, i Maiden sono ancora qui e a testa alta, con quarant’anni di carriera sulle spalle e un’onestà intellettuale invidiabile che è più di una dichiarazione di intenti di voler continuare ancora a lungo.

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