Recensioni

5.5

No, Elijah Hewson non l’ha ascoltato il nostro consiglio. In vista dell’annunciata (ma poi non se n’è saputo più niente) serie TV sugli U2, avevamo suggerito, in sede di recensione del precedente album dei suoi Inhaler, che il virgulto figlio di Bono lasciasse perdere la carriera musicale e si proponesse per interpretare il padre (da giovane) nel suddetto biopic. Da rocker ad attore, insomma. Tanto, imitare per imitare. Alla fine, però, non solo non ci ha dato retta ma ha pure rilanciato con un altro album della band da lui capitanata, il terzo di una discografia che probabilmente si arricchirà di svariati altri capitoli. E sapete che c’è? Ha fatto bene (dal suo punto di vista). Mettetevi nei suoi panni: protetto dal padre, coccolato dalla casa discografica, osannato a ogni latitudine da schiere di fan che stavano ancora negli zebedei dei loro padri quando perfino il revival post-punk era diventato una macchietta. Chi non ne approfitterebbe.

I tagli si sono rimarginati, i lividi riassorbiti. A due anni e mezzo da Cuts & Bruises, la band di Bono jr. sforna il lavoro che potrebbe essere – bontà sua – quello della svolta. Il migliore, dalla prospettiva del gruppo e dei suoi sostenitori; il meno inascoltabile, per chi scrive. In ogni caso un buon modo per sapere cos’è, secondo l’ascoltatore medio di oggi, il meglio (sic) che il rock sappia ancora offrire.

Che poi, più che rock, gli Inhaler sono pop ‘n’ roll, etichetta che casca a pennello specialmente per questo album, dalle sonorità molto più aperte, appunto. Affermatisi come l’ennesimo omaggio all’epopea wave, ma un omaggio telefonato come un tiro in porta dalla propria trequarti, i dublinesi a questo giro hanno avuto se non altro il merito di librarsi dal cliché di clone pur senza rinnegare se stessi. Open Wide è infatti, complessivamente, molto più improntato alla solarità, a una maggiore apertura (aridaje), a un mood più pop, estivo/vacanziero (il terzo estratto, A Question Of You, è un manifesto in questo senso, ma non sono da meno All I Got Is You e Concrete) senza per questo recidere le radici estetiche del gruppo che affondano, risaputamente, in quell’immaginario di fine anni ’70/inizio ’80 per cui si potrebbero citare i soliti Joy DivisionEcho and the Bunnymen, Cure e via dicendo. Lo stesso humus in cui mossero i primi passi gli U2. Il paragone con la band di papà, del resto, viene spontaneo non solo per la proposta musicale del quartetto e per l’impostazione vocale di Elijah, ma anche perché è proprio quest’ultimo a solleticarlo continuamente, come avviene nel singolo di lancio, Your House. Infatti, non solo la canzone contiene un bridge che sembra far parte di materiale risalente a All That You Can’t Leave Behind (e chissà che nei relativi archivi il pargolo non abbia effettivamente curiosato, visto che i magazzini di scarti uduici paiono molto forniti) ma il relativo videoclip promozionale è interamente giocato sul tema della valigia, e La Valigia è da sempre il nome amichevolmente dato dai fan di Bono & co. al sopracitato album della band irlandese. Pochi dubbi, tuttavia, che rispetto agli U2 degli ultimi dieci anni (perlomeno) preferiamo gli Inhaler. Giocando a fare il padre, alla fine il figlio è riuscito a fare meglio della versione attuale del padre, con un disco che probabilmente gli U2 di oggi si sognano. Ed è tutto dire.

Volendo rifarsi a modelli meno arcaici, si potrebbe citare il misto Killers di Hot Fuss/Editors di Munich che emerge da Eddie In The Darkness, il po(l)p-ettone da stadio in stile Ed Sheeran in cui evolve il soul birichino di Again (a proposito della Valigia, si potrebbe citare In A Little While), il revival 80s somigliante a tanta robaccia che abbiamo ascoltato negli ultimi lustri che impregna Even Though e il possente incedere di certi Kings Of Leon che caratterizza Still Young. Ma qua e là si ritrovano anche echi di Keane, Kaiser Chiefs, Snow Patrol, Arctic Monkeys e molti altri prodotti di punta albionici in fatto di pop-rock negli ultimi vent’anni.

Open Wide, registrato con Kid Harpoon, che ha prodotto anche Harry Styles, è interamente giocato su una formula easy listening basata innanzitutto su riff e ritornelli a presa rapida. Niente per cui stracciarsi le vesti, giusto due, tre episodi appena più degni di nota come la discretamente trascinante Billie (yeah yeah yeah), il garage punk di X-Ray e l’eterea title-track, sorta di “esperimento” dance/house/EDM. Per il resto tutto abbastanza educato, pettinato, al limite gradevole, ma finisce lì. Tutta roba che farà impazzire papà Bono, che ora la concorrenza se la ritrova in casa. Probabile che il nuovo disco degli U2, se e quando arriverà, suonerà come la risposta (ari-sic) agli Inhaler, una scommessa in famiglia, qualcosa di patetico, ancorché tenero, come padre e figlio che la sera, davanti alla tv, si sfidano a indovinare la parola della ghigliottina a L’Eredita.

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