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Nella recente autobiografia di Bono, Surrender: 40 songs, one story, c’è un passaggio risalente al 2001 in cui il leader degli U2 accenna al figlio Elijah, allora duenne. Era agosto, il vocalist aveva da poco imboccato la via dell’attivismo politico invitando a casa sua Bob Geldof e un paio di esponenti di punta di Jubilee 2000, l’organizzazione benefica che lottava per la cancellazione del debito dei paesi poveri, al fine di decidere se fosse il caso di proseguire l’impegno della non-profit oltre l’anno giubilare. Così recita il passaggio: «La mattina dopo il concerto degli U2 a Slane Castle, eravamo tutti riuniti nella mia cucina. C’era Ali (la moglie di Bono, ndSA), che dondolava di qua e di là con il neonato John attaccato al collo ed Eli aggrappato alla gamba».

Ventidue anni dopo, l’immagine di “Eli” è ancora quella: aggrappato metaforicamente a una gamba, ma del papà, al quale sta in qualche modo ancora pagando il suo, di debito: quello in termini musicali. Già, perché la band capitanata dal terzogenito di casa Hewson non tiene fede alla promessa contenuta nel titolo del suo album d’esordio, It Won’t Always Be Like This, e rende ancora tutto sempre uguale, anche il fatto che dall’eredità paterna non si scappa.

Cuts & Bruises è somigliante agli U2 (e al contesto musicale che li vide iniziare la scalata al successo) né più né meno di qualsiasi altra cosa sia somigliata agli U2 (e al contorno) negli ultimi due decenni. Niente di speciale, neanche nel copiare primeggia, cosa che Keane o Killers facevano infinitamente meglio, nonostante il disco d’esordio dell’imberbe quartetto sia effettivamente stato il primo di debutto a raggiungere la vetta delle chart inglesi dopo 13 anni.

I singoli di lancio di questa nuova fatica, Love Will Get You (un tutt’al più gradevole uptempo in odore anche di Smiths) e These Are The Days (pop rock radiofonico con qualche rimando al mainstream indie/post punk revival degli anni Zero e un pizzico di emo), lo lasciavano presagire ma ora c’è la conferma: daddy counts. Ma anche daddy helps, considerate certe entrature di pregio senza le quali sarebbe stato difficile per una band esordiente non solo essere così pompata dalla stampa specializzata e pubblicare per la stessa etichetta degli U2 (guarda caso) ma anche, per esempio, avvalersi della collaborazione di Antony Genn, ex bassista per i Pulp, tastierista delle Elastica e soprattutto co-fondatore dei Mescaleros di Joe Strummer (che Bono naturalmente conosceva bene: poco prima che l’ex leader dei Clash morisse, nel 2002, ci scrisse insieme un brano pro-Mandela). Ciononostante il sophomore del combo dublinese è il solito accrocco di cliché perlopiù albionici dal sapore prevalentemente Eighties.

L’opening Just To Keep You Satisfied, ad esempio, è figlia non riconosciuta della tradizione inglese a base di melodie pop unite alla britishness espressa a volte da quegli insopportabili (si fa per dire) la-la-la hooliganistici, quella tradizione che parte dagli anni Sessanta e arriva fino a Stone Roses e Jesus and Mary Chain, per capirci. E poco importa che i Nostri sono irlandesi, ché Londra e Manchester sono lì a un tiro di schioppo. Ma neppure Londra, la Mecca musicale per loro al pari di quanto lo fu per gli U2, basta a rendere il senso di un progetto globalista e industriale come gli Inhaler, un prodotto seriale, plasticoso, ispirato magari da sana passione per la musica ma sviluppato per assecondare il mercato mondiale e i gusti di un pubblico sempre più appiattito sul prediligere musica prossima a quella composta da un’intelligenza artificiale. Ecco quindi il ricorso ai numi tutelari che compiacerà l’ascoltatore medio di oggi.

Il “combat pop” del quartetto fissa coordinate affollate puntando sul sicuro, vale a dire principalmente sull’epopea wave, ma a volte troppo sul sicuro: in So Far So Good, per esempio, a cantare sembra Bono in persona e a metà brano c’è pure un bridge in pieno stile “uduico” con tanto di riverberi chitarristici fotocopie di quelli che hanno reso famoso The Edge (e già gli U2 non erano originalissimi all’epoca, spettando la palma di pionieri post-punk ad altri gruppi). E molto del restante lotto di Cuts & Bruises non è da meno, pura esposizione da talent show. Qualche pallida variante, per così dire, la concede If You’re Gonna Break My Heart, ballata blueseggiante; ma bisogna aspettare la seconda metà di scaletta per rintracciare qualcosa di appena meno noioso.

Inaspettatamente, l’impressionistica Perfect Storm regala momenti sognanti in stile War On Drugs e Dublin in Ecstacy si muove elegante tra i pur scontatissimi rimandi a Cure e New Order. Nel complesso resta però che Elijah e soci ci riservano la solita pappetta, un concentrato melodico accessibile, cheesy. Di veramente alternativo, in questo sedicente ensemble alternative, c’è poco e alla fine il progetto si conferma più come una cover band, per quanto brava. Del resto oggi il rock somiglia più a Carnevale, tra piume di struzzo e abitini di pizzo di cloni più o meno mascherati. Se un lavoro serio glielo si volesse trovare a Elijah, vista la somiglianza e l’inclinazione musicale, perché non fargli fare la parte del padre nella serie televisiva sugli U2 attualmente in fase di realizzazione. Non stiamo scherzando.

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