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Nove anni possono essere un’eternità per l’esistenza di una persona. Possono cambiare le abitudini, gli amori, le amicizie frequentate. Per alcuni, soprattutto in giovane età, un lasso di tempo tale coincide col ricordo di una vita ormai lontana e distante. Un passaggio obbligato per diventare chi siamo oggi, una maceria di passato sulla quale sono costruite le fondamenta del nostro presente.

Immaginiamo, per un attimo, quindicimila persone radunate assieme al Circo Massimo. Chissà quanti erano presenti quasi un decennio fa, quando David Gilmour, dopo la parentesi floydiana di The Endless River, tornò sulle scene con Rattle That Lock, portandolo per due lunghi anni in giro per il mondo. Molti di loro, probabilmente, avranno già assistito ad alcuni concerti del precedente tour in supporto a On an Island, o, ancora meglio, alle ultime esibizioni con Mason e Wright. Per molti, invece, le date romane saranno la prima (e forse l’ultima) preziosa occasione di ascoltare dal vivo i brani del leggendario chitarrista per motivi anagrafici. Poco importa se gli unici appuntamenti nell’Europa continentale sono in un paese lontanissimo dal proprio.

Mentre la luce comincia a calare sull’Aventino e la brezza del sabato sera spazza via l’afa della sera precedente, la moltitudine viene accolta da un soundscape contenente diversi suoni dell’immaginario floydiano. Il celebre “ping” che apre Echoes rintocca nell’aria mentre gruppi di persone accorse da tutto il mondo non rinunciano a una foto della calma prima della tempesta. L’atmosfera è palpabilmente elettrica e alle ventuno in punto appare a sorpresa Guy Pratt che si lancia in un’invettiva contro l’uso eccessivo dei cellulari e dei loro flash.

Pochi minuti dopo ecco Gilmour, solo e bagnato da una luce rossa, che esegue una struggente versione della strumentale 5AM, seguita a stretto giro da Black Cat, a sua volta apertura del nuovo album Luck and Strange. Il musicista britannico assembla una setlist di oltre due ore il cui filo conduttore pare essere un costante dialogo tra l’incertezza del presente e i fantasmi del passato, entrambi uniti dall’inesorabile scorrere del tempo.

Non è un caso che il primo brano cantato sia la title track del nuovo album, un brano nato dalle “barn jams” del 2008 con Richard Wright, a testimonianza dell’indissolubile legame con l’anima gentile del compianto sodale. Il primo tuffo nel passato, invece, viene affidato ad un trittico di canzoni di Dark Side of The Moon, le immortali Speak To Me, Breathe e Time, eseguite non senza alcuna difficoltà, ma proprio per questo così travolgenti.

Le performance dei brani mostrano già dei netti miglioramenti rispetto alle date zero di Brighton e la band si dimostra capace di reinterpretarle senza attenersi pedissequamente alla versione in studio. Accade, ad esempio, quando la nostalgica Fat Old Sun viene impreziosita da un solo di Telecaster decisamente allungato. L’immancabile Wish You Were Here, l’unico tributo a Syd Barrett di tutto il concerto, viene preceduta da Marooned, uno dei brani più iconici di Division Bell ripescato ad hoc per questo tour dopo l’esecuzione al concerto celebrativo dei cinquant’anni del modello Fender Stratocaster.

Poco dopo aver presentato i membri della sua nuova formazione, Gilmour si lascia scappare un “fuck” rendendosi conto di essersi scordato del tastierista. Introdotta sua figlia Romany, le luci si tingono di un rosso profondissimo e la scena viene rubata dai fraseggi di arpa e dalla sua struggente voce nell’esecuzione della cover dei Between Two Points dei Montgolfier Brothers. Mentre sullo schermo scorrono le immagini del video ufficiale di High Hopes, alcuni palloni gonfiabili identici a quelli mostrati su “Mr Screen” si librano sulla folla mentre il chitarrista si appresta ad eseguire l’immortale solo di chitarra slide del brano: è impossibile trattenere le lacrime.

Venticinque minuti di pausa separano gli ignari ascoltatori dai ruggiti di Sorrow, eseguita con una pulizia, una potenza ed un controllo dello strumento talmente impressionante da far gridare al miracolo. Lo stesso può dirsi anche per l’ottima versione di Coming Back To Life suonata poco più tardi, anticipata da due brani distanti più di quarant’anni tra loro, The Great Gig in the Sky e A Boat Lies Waiting, due chiari omaggi al genio creativo di Wright. Degno di nota l’arrangiamento della prima, a preferire intricate e soffuse armonie vocali piuttosto che una dirompente voce solista à la Clare Torry. Gilmour si fa nuovamente da parte per lasciare spazio alle coriste, limitandosi solamente ad arricchire il brano con eterei fraseggi di pedal steel.

Non manca neppure un’inaspettata sezione più spiccatamente politica, scegliendo sapientemente di legare concettualmente il miglior brano di Rattle That Lock In Any Tongue con l’inno alla libertà di A Great Day for Freedom lanciato a più riprese dal botta e risposta con la sei corde dell’ottimo Ben Worsley. Quel «Now frontiers shift like desert sands» suona più che mai attuale.

Prima del gran finale c’è ancora spazio per un paio di estratti dalla nuova prova sulla lingua distanza. Dark and Velvet Night con la sua energia convince più della versione in studio e l’immancabile Scattered gioca sapientemente con alcuni dei cliché floydiani più celebri come il battito cardiaco e la sopracitata nota che apre Echoes.

L’assolo a tre fasi – acustico, elettrico e ancora più muscolare – lascia spazio per quello che, in realtà, tutti stavano trepidamente aspettando. La security si sposta a protezione del palco mentre la folla scende euforicamente dalle tribune degli spalti per ascoltare Comfortably Numb a pochi metri dal leggendario chitarrista. Ignari che, da lì a poco, la sua tracolla appartenuta a Jimi Hendrix si sarebbe rotta facendo il giro del web in una manciata di ore.

A riprova del fatto che Gilmour è visibilmente a suo agio, il musicista continua a cantare, cambia chitarra e, non prima di aver scherzato nuovamente con la folla, si lancia con la maestria di sempre nell’assolo più celebre di tutti mentre fasci di laser squarciano la notte romana.

Arrivati alla fine si ha la sensazione di aver assistito a qualcosa di irripetibile, magico e unico, perché non è scontato che una rockstar settantottenne decida che, ancora almeno per una volta, qualcuno ascolterà quelle canzoni. Le poche note stonate e fuori tonalità di tutto il concerto rendono l’esperienza ancora più palpabilmente reale, mostrando la fatica che richiede a quell’età portare dal vivo alcuni brani. E tutto questo si sposa perfettamente bene col concept dell’ultimo disco, che funziona quasi come una bussola per tutta l’esibizione, orientandone le tematiche trattate e la scelta dell’ordine delle canzoni.

Forse sarà mancata Shine On You Crazy Diamond, certo, così come almeno un paio di estratti di On An Island, una delle sue migliori prove soliste. Ma dopotutto, cosa importa quando si ha, ancora una volta, l’occasione di celebrare assieme ad altre quindicimila persone provenienti da tutto il mondo la carriera di uno degli alfieri del rock, che avrebbe potuto tranquillamente chiuderla con l’epico ritorno a Pompei dopo più di quattro decenni?

Quello che probabilmente accadrà è che fra altri nove anni, quando le vite dei presenti saranno nuovamente mutate dal lento scorrere delle sabbie del tempo, questi potranno aggrapparsi al ricordo di quella sera unica, imperitura e indelebile.

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