Recensioni

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La botte piena e il critico ubriaco

“La migliore musica dai tempi di The Dark Side Of The Moon”. Parole di David Gilmour che risuonano come il migliore – il più efficace e banale – degli slogan pubblicitari, replicate a caratteri cubitali, ovviamente, dall’intero mondo dell’informazione. Poi però il diretto interessato dichiara a Andy Greene (Rolling Stone USA) che quella “è un’affermazione esagerata”, scaricando la responsabilità sul solito comunicato stampa steroideo. Ma sfogliare pagine qua e là non fa altro che intorbidire le acque: su Prog UK il chitarrista fa marcia indietro – o forse avanti chissà – e dice, virgolettato: “La mia sensazione è che questo album è il miglior album che ho fatto in tutti questi anni dal 1973, da quando uscì The Dark Side Of The Moon”. Schizofrenia del mondo dell’informazione. Forse misunderstanding.

Essere o non essere (dunque)? Prendere per buone le parole del diretto interessato e passare direttamente dal negozio di dischi a casa soddisfatti dell’acquisto a scatola chiusa, eternamente grati per ciò che è stato, per le emozioni recapitate nel passato, oppure proprio per l’eccessivo amore che si nutre verso il “figlio” prediletto aspettarsi sempre il massimo sforzo e di conseguenza usare come fosse una scure pronta a calare impietosamente la più alta severità di giudizio?

David Gilmour è una istituzione, e Mojo – giusto per fare un esempio, un semplice estratto dal coro – ha raccolto in pieno il messaggio, quasi una esortazione, sentenziando a sua volta “copia e incolla” che Luck And Strange “è certamente il (disco) migliore della sua carriera solista”. Ma Mojo è un giornale allo stesso modo istituzionale: le ultime copertine le ha riservate a Bob Dylan, Nick Cave, Stevie Nicks, Paul Weller, Kate Bush, Pearl Jam, Oasis, Paul McCartney, Stevie Wonder, Beatles, Rolling Stones, Siouxie Sue, Bruce Springesteen, Joni Mitchell e Velvet Underground. Mi fermo qui. Il più giovane dei solisti ha compiuto 66 anni, la band più recente 35 anni. Voglia di novità, aria fresca, sperimentazione, sorpresa – peggio ancora di mettere in discussione, casomai, i beniamini dei lettori – saltami addosso.

Il bicchiere mezzo pieno

La frase uscita dalla bocca di Gilmour (o presunta tale come vedremo) e ripetuta da tutti i giornali musicali che lo hanno intervistato – unita alla voglia di Pink Floyd di un esercito di fan irriducibili – ha prodotto gli effetti sperati in uno schiocco di dita sparando Luck And Strange al n° 1 delle classifiche. Il secondo n° 1 dopo On An Island pubblicato nel 2006.

Ma ipotizziamo che i latori della buona novella abbiano ragione, che Luck And Strange sia il migliore disco di David Gilmour solista.

In che senso, però? Dobbiamo aspettarci dal chitarrista inglese l’ennesima scarriolata di solo fluidi e melodici? Come potrebbero mancare. Mr. Pink Floyd è uno dei più massimi luminari dello strumento che il rock ha e abbia annoverato. Non potrebbe sbagliare un solo, per gusto, tecnica, espressività, nemmeno se gli amputassero entrambe le mani. Gli basterebbe avvicinarsi alla sua iconica Stratocaster nera e questa suonerebbe meravigliosamente per telecinesi, spinta dalla sola forza del pensiero. Tutt’uno con lo strumento la sei corde sentirebbe l’energia del musicista inglese e comincerebbe a vibrare di suo sfornando solo della stessa identica bellezza coi quali Gilmour ci ha deliziato per decenni. A proposito, la voce è andata. Scattered e Yes, I Have Ghosts – l’unica canzone che non si avvale di un solo di elettrica – sono gli unici brani dove non pare affaticata.

Ma non è questo il punto. Luck And Strange contiene la migliore musica del leader dei Floyd perché Gilmour, capitano coraggioso, si spende nell’oltrepassare una linea mai varcata, mettendosi in gioco, provando uno schema nuovo, vaneggiando quel qualcosa che spinge i visionari alla ricerca del mai visto, provato, immaginato? Oppure perché tracima – come “un” The Dark Side Of The Moon, appunto – di canzoni indimenticabili?

Luck And Strange è un buon blues, The Piper’s Call – nulla a che vedere col disco di esordio dei Floyd: “È una canzone sul carpe diem e i vizi della fama, sulle tentazioni e i divertimenti tipici dello stile di vita rock’n’roll che abbiamo vissuto, cose in cui non bisogna farsi coinvolgere troppo. Credo che alla fine parli di me”, ha dichiarato Gilmour a Rolling Stone USA – contiene il solo più bruciante del disco, al contrario di A Little Sparks che addolcita dagli archi mette in vetrina il lato sentimentale del suo solismo.

Vita Brevis ha la durata del prologo di pochi secondi buono per introdurre l’arpa della figlia Romany che al giro seguente si prende la scena cantando Between Two Points, emozionante ballata acustica (finalmente qualcosa di profondo, non solo bello) presa in prestito da Seventeen Stars (1999), disco di esordio dei Montgolfier Brothers, un duo dream pop formato da Mark Tranmer (che per un secondo progetto usava lo pseudonimo “gnac” mutuato da un racconto di Italo Calvino) e Roger Quigley deceduto nel 2020. “È una canzone deliziosa che io e Polly conosciamo e amiamo da molti molti anni”, ha spiegato Gilmour. (…) “All’inizio l’ho fatta in una sola tonalità perché pensavo che avrei potuto cantarla, ma poi ci siamo resi conto che il testo non mi si addiceva. Così abbiamo cambiato la tonalità e abbiamo chiesto a Romany. Lei ha esattamente il giusto equilibrio tra forza e vulnerabilità. L’ha eseguita in una ripresa”.

Scattered scritta a sei mani, oltre Polly scende in campo il figlio Charlie, è il colpo basso per tutti i fan da gerontocomio dei Floyd. Fa leva sul “ping” – l’ha chiamato così proprio Gilmour, in vecchie interviste – indimenticabile marchio di fabbrica inventato da Rick Wright per Echoes (Meddle, 1972), appesantita però da una orchestra – boccone pesante à la Procol Harum fuori sede – digerito e spazzato via da un altro solo incandescente: la bacchetta magica che viene in soccorso ogni qualvolta le cose prendono una brutta piega.

Sings rolla bene sulla pista di decollo per merito di una bella melodia, ma irrisolta non riesce prendere il volo. Dark And Velvet Nights guadagna per distacco la palma della canzone di cui si poteva fare a meno. Nonostante lo spessore dell’argomento – l’età avanzata e la mortalità: cosa farò quando tu morirai e io resterò da solo? – pare uscita dal baule delle cianfrusaglie dei Rolling Stones caciaroni anni ‘80,

Appendice folk delicatamente tratteggiata da chitarra acustica e violino, emanazione di A Theatre For Dreamers, il libro della moglie Polly pubblicato nel 2020 diventato manco a dirlo best seller, Yes, I Have Ghosts è la vera seconda piacevole sorpresa di un disco dai contorni del viaggio organizzato dal tour operator: tanti “oh”, pochi “wow”, nessun fuori programma.

Il bicchiere mezzo vuoto

Cosa aspettarsi da David Gilmour fuori dai Pink Floyd, a una buona manciata di anni dall’ultimo disco? Il topolino partorito da Peter Gabriel risultato di una gestazione lunga due decenni, oppure qualcosa di più “temerario”? Una persona che ha provato le droghe, che ha percorso in motocicletta le sale dei ristoranti americani esclusivi giusto per non farsi mancare niente, che ha provato il brivido di avere raggiunto la cima del rock e averci piantato la bandiera dei Pink Floyd rimasta lì a garrire per anni, è irragionevole pensare che possa dare di più in termini di “coraggio”?

La prima regola per sconfiggere la stasi, così come la paura, e la maggior parte dei blocchi di qualunque genere, è uscire dalla comfort zone. Lo sa il Cipputi. Gliel’ha detto lo strizzacervelli aziendale. Lo scrivono migliaia di libri di self-help e le riviste di benessere. Il segreto di Pulcinella, ci si aspetta che lo facciano anche gli artisti. Soprattutto quelli che non hanno nulla da perdere o neppure da dimostrare. Il rock è un amore fiammeggiante che non può spegnersi come una misurata relazione affettiva, seppure sostenuta da reciproco rispetto e mutuo consenso. L’arte, e il rock ne è un sottoinsieme, deve essere un uragano, o una pioggia di fuoco. Roger Waters si è sposato cinque volte. Ogni qualvolta la passione si spegneva ha sentito la necessità di riattizzarla. Con la musica non ci è riuscito. Un disco dopo l’altro il sacro fuoco diventava un temperato soffio da un stufetta elettrica. Scaldano una stanza. C’è invece chi innalza pire che sono fari che salvano le navi disperse nella tempesta. O viceversa bruciano città – e azzerano l’arte senza parte. Non importa quello che dice la carta d’identità.

John Cage nel 1952 incideva (?) 4’33”. Tutti sapete di cosa si tratta. Aveva 40 anni. All’uscita di Luck And Strange – il 6 settembre: il giorno del compleanno di Roger Waters – David Gilmour ne ha 78. Età nella quale, nella sua posizione di privilegio, uscire dalla comfort zone dovrebbe essere quasi un piacevole diversivo. Invece di farsi affiancare da Charlie Andrew – ha lavorato con Madness, Alt-J, Marika Hackman – nominato UK Producer of the Year per il 2015, avrebbe dovuto cercare una stampella più radicale. Brain Eno, Daniel Lanois, Trent Reznor, persino Todd Rundgren, della sua generazione ma talmente eclettico ed eccentrico da fare impazzire gli XTC per spremerne il miglior disco della carriera. Rick Rubin che spergiura di non sapere niente di musica, dello studio di registrazione conoscere al massimo dove si trova il bagno, almeno quello: poi mette insieme dischi disparati che hanno fatto la storia del rock o venduto più copie di quanti sono stati gli orologi taroccati del fant-asmatico Baffo (all’anagrafe Roberto Da Crema) smerciati via TV private negli anni ‘80.

E avrebbe potuto scegliere musicisti altrettanto avulsi dal suo contesto, Gilmour. Elementi che portassero qualcosa di veramente fresco e in grado di sparigliare il suo approccio creativo. Che imbastardissero e piagassero di pustole e ferite il suo output immacolato. Invece, no. Niente salto nel vuoto, come ha fatto col paracadute una coraggiosa nonnina ultracentenaria pochi mesi fa, news riportata da molti giornali. Non da Mojo. In fin dei conti l’unico vero brano che esula dal risaputo – per quanto piacevole sia il ben oliato scorrere dell’intero disco – è Luck And Strange nella versione jam piazzata in fondo, 13 minuti di blues in fieri che sono un tributo al caro amico Rick Wright, la sua ultima apparizione registrata. Perché non fare un intero disco blues? O con l’orchestra? Jazz? Fusion? Folk. World. Elettronico. Chamber Music? Reggae? Perché non stupirci e stupirsi per davvero? Qualcosa che stridesse, perfino, che strappasse l’anima e piegasse le orecchie dell’ascoltatore. Che irritasse addirittura: 1h 01 m 44s à la John Cage. Perché non dare modo alla critica di affermare “beh, forse non è il migliore disco di David Gilmour fino a oggi, ma sicuramente il più spericolato”. Il più sorprendente. Non ci abbiamo capito niente, non ci piace nemmeno. (La critica non lo scriverebbe mai). Ma lo rispettiamo e capiamo l’esigenza. I grandi artisti spesso non si comprendono. Sprintano in avanti. Il gruppone dei giornalisti, dei blogger, degli sparacazzate, indietro ad ansimare e arrancare.

A proposito di John Cage. Nel 1958, al cospetto di un esterrefatto Mike Buongiorno che presentava lo show televisivo più popolare del periodo, l’americano si esibì a Lascia o raddoppia? “suonando” una vasca da bagno, cinque radio, un pianoforte, un vaso di fiori, una pentola a pressione, dei cubetti di ghiaccio. Cage era lì non in quanto musicista ma come concorrente. La musica d’avanguardia non pagava molto, allora. Ma questo è un problema che non riguarda David Gilmour. Nel caso il prossimo disco che ha dichiarato di volere realizzare più in fretta fosse lontano dai suoi soliti standard, indirizzato verso l’imprevedibile e perfino un fiasco commerciale, credo che non lo vedremo mai partecipare ad Affari tuoi per racimolare qualche soldino a saldo delle bollette rimaste insolute.

Luck And Strange è la migliore raccolta di musica di David Gilmour dai tempi di The Dark Side Of The Moon? Di certo c’è più fortuna, tra i suoi solchi/bit – le mille versioni colorate da bric-à-brac, lo smercio da suppellettile da collezione più che fonte di musica – che autentica stranezza.

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