Recensioni

Forse aveva ragione Ernie Hudson: «Non avrebbe senso un reboot de Il corvo». Del resto lui, che nel film uscito nel 1994 vestiva i panni del poliziotto buono Darryl Albrecht, di ritorni dall’Aldilà se ne intende visto che negli 80s prestava il volto a Winston Zeddemore nella celeberrima saga Ghostbusters. Anche il regista Alex Proyas si è espresso negli stessi termini: «Il reboot non andava fatto». Sì perché alla fine l’hanno fatto. C’è una nuova versione della pellicola, con Bill Skarsgård nei panni del protagonista a suo tempo interpretato dal compianto Brandon Lee.
E sì che negli ultimi tre decenni Il corvo, uscito al cinema il 13 maggio 1994 (in Italia a settembre dello stesso anno), quanto a sequel e rimasticamenti aveva già ampiamente dato: nel 1996 uscì Il corvo 2 – La città degli angeli, con Vincent Perez; poi nel 2000 Il Corvo 3: Salvation, con Eric Mabius; e nel 2005 Il corvo – Preghiera maledetta, con Edward Furlong. Finita? Macché. The crow: Stairway to Heaven era una miniserie degli anni Novanta realizzata con l’idea di riallacciare gli episodi a un sequel già nei piani ai tempi del primo film, The Crow 2037 – A new age of gods and monsters, lavorazione che, come altre prove di reboot, di fatto non è mai iniziata. Anche Rob Zombie aveva iniziato a scriverne una sceneggiatura che qualche anno più tardi è finita in rete, ma poi niente.
Ad accomunare tutti questi tentativi, come si è visto, il fatto che il protagonista ovviamente non poteva più essere Lee il quale morì accidentalmente sul set della pellicola originale tanto che diverse scene dovettero essere filmate con una controfigura e in certi casi si utilizzò parzialmente il girato rielaborandolo con il computer. Causa della morte, avvenuta a Wilmington (Carolina del Nord) il 31 marzo 1993, a tre giorni dalla fine delle riprese, un proiettile di una pistola di scena che per mancanza di tempo non era stata caricata a salve ma con munizioni vere, svuotate però della polvere da sparo. Tuttavia, dopo vari utilizzi dell’arma, lo staff non si accorse che un colpo era rimasto bloccato in canna, e quando la rivoltella fu ricaricata con proiettili a salve lo sparo risultò sufficientemente forte da far schizzare fuori il proiettile incastrato che colpì Lee all’addome (un caso recente dalla dinamica simile è stato quello che ha visto coinvolto, viceversa nei panni dello “sparatore”, l’attore Alec Baldwin). Brandon fu portato di corsa all’ospedale e operato d’urgenza ma purtroppo l’intervento dei medici risultò inutile.
Basato sull’omonima striscia di fumetti di James O’ Barr pubblicata per la prima volta tra il 1988 e il 1989, Il corvo narra la storia di Eric Draven, musicista rock che viene trucidato nel suo appartamento, insieme alla fidanzata Shelly Webster con la quale il giorno dopo deve convolare a nozze, da una banda di balordi agli ordini di uno speculatore. La mattanza avviene il 30 ottobre in quella che nell’area metropolitana di Detroit è chiamata Notte del Diavolo, la notte prima di Halloween durante la quale, specialmente tra gli anni ’60 e i ’90 dello scorso secolo, bande di criminali fanno a gara di atti di vandalismo, spesso accendendo roghi. Un anno dopo, però, l’anima inquieta di Draven torna per vendicarsi e, con la medesima efferatezza con cui è stato ucciso lui, fa fuori uno a uno tutti i responsabili del duplice omicidio, che hanno appunto nomi da fumetti: Tin Tin, Funboy, T-Bird, Skank e così via fino al capo dei capi, il cattivissimo Top Dollar. Il tutto con l’aiuto del corvo, figura mistica e simbolo leggendario di morte e di rivalsa, sorta di Caronte tra regno dei morti e regno dei vivi che “richiama” il protagonista dalla sua tomba e lo scorta nel suo percorso a ritroso, scovando gli assassini e annunciandogli l’arrivo del vendicatore, al quale l’animale presta anche i propri sguardo e facoltà. Ma soprattutto, adesso Draven non può più essere ucciso, essendo già morto, e le ferite che riporta negli scontri con i killer gli si rimarginano subito come per magia.
Nell’arco di otto giorni escono dunque due opere cinematografiche che riscrivono i codici stilistici della violenza sul grande schermo, The Crow – appunto – e Pulp fiction (presentato a Cannes il 21 maggio), anche se Quentin Tarantino il suo linguaggio lo ha già testato con Le iene (1992), sua opera prima da regista. Ormai l’exploitation è stata sdoganata e anche a livello di grande pubblico ci si può permettere di tutto (più o meno), anche se poi sul gore in senso stretto Il corvo insiste il giusto, senza esagerare.
Il film diviene fin da subito un cult, non tanto per merito della sceneggiatura, asciutta e didascalica come può esserlo un comic. Forse nemmeno per merito dei dialoghi, a tratti perfino infantili (vedi ancora l’origine fumettistica dell’impalcato). E forse neppure per il messaggio sotteso alla storia, per il quale alla fine trionfa sempre l’amore. A decretarne il favore presso il grande pubblico (più che presso la critica, che almeno inizialmente lo snobba) sono soprattutto le ambientazioni tetre e uggiose, il mood dark, decadente, nel quadro di un’estetica orgogliosamente gotica che, in quanto a fumetti, trova il contraltare ideale in Dylan Dog e, in quanto a cinema, nelle ambientazioni di Tim Burton (vedasi la Gotham City di Batman).
Ma tutto sarebbe puro esercizio di stile se il film non fosse pervaso da una poetica romantica che contorce il cuore. Amore, fantasia e passione sono frullati in un mix dal forte impatto emotivo. E poi lo spiccato simbolismo, l’epica catturata da una regia illuminata. E conta anche il tema, seducente, un topos da sempre battuto in ambito artistico a tutti i livelli. Qui il concetto di vendetta è intimamente connesso a quello di giustizia, una giustizia privata, inesorabile, come in Robocop: anche nel film sul robo-sbirro lo scenario, distopico, era una città desolata, preda del crimine, e il protagonista-guerriero “tornava” dall’Ade per vendicarsi dei suoi aguzzini; anche nella pellicola di Paul Verhoeven lo scenario urbano era Detroit; e anche lì si era immersi nei bassifondi di una metropoli sdrucita, lezzosa, senza speranza, con l’unica differenza ne Il corvo le scene sono perlopiù notturne, piovose di una pioggia incessante, acida e malaugurante, tipo Blade runner.
Ma c’è di più. Il principio dell’eterno ritorno dell’uguale pare sostanziarsi. Con Il corvo si riaffaccia la crudezza di certo cinema poliziesco americano dei primi anni ’70. Ma se lì la violenza era soprattutto politica o comunque scaturente da un contesto sociale imputridito per effetto anche dell’intervento americano in Vietnam, qui di società non c’è nemmeno l’ombra, ognuno (soprav)vive per sé e la comunità regredisce alla condizione di homo homini lupus di hobbes-iana memoria. Non c’è speranza nella dimensione collettiva, la storia è finita, secondo il celebre assunto del politologo Francis Fukuyama proferito appena dopo il crollo del Muro di Berlino. La fine delle ideologie e l’epilogo dell’evoluzione sociale hanno prosciugato l’essere umano di spinta passionale, l’hanno isolato dai suoi simili e posto in balia degli eventi, senza risposte. Draven è un eroe triste, solitario, fatalista, perfetto paradigma culturale per l’uomo nuovo post-Guerra fredda. Eravamo partiti dal corvo marxista di Pasolini in Uccellacci e uccellini per giungere a quello relativista di Proyas. Ma c’è ancora un barlume di speranza per le persone, seppur nella loro dimensione individuale o al limite familistica. Draven è prodigo di consigli per Sarah, la ragazza adolescente amica sua e di Shelly, e anche per sua madre, Darla, una tossicodipendente alla quale, da morto, indica la via per redimersi, riuscendo infine a riavvicinarla alla ragazza.
Così Draven diventa un’icona degli anni Novanta, un’icona buona ma maledetta, un reietto che si innesta nella galleria degli eroi sotterranei, alternativi, in un decennio in cui le industrie cinematografica e soprattutto musicale cavalcano la contrapposizione tra underground e mainstream. Kurt Cobain è morto da poco più di un mese quando esce Il corvo e in qualche modo lui e Draven si somigliano, sono quasi dei predestinati agli inferi, vittime del loro destino. Anche Brandon, in fondo, è «bruciato in fretta anziché spegnersi lentamente».
Del resto la musica ha il suo bel peso, ne Il corvo. È difficile dire dove funzioni di più il mix tra note e immagini perché lo stile filmico dell’intera pellicola è debitore del linguaggio dei videoclip. Non per insistere sui Nirvana ma i corvi erano inquietanti e inapologetiche presenze pure nel video di Heart Shaped Box, primo singolo tratto da In Utero pubblicato ad agosto 1993. Per non parlare della colonna sonora, uno dei maggiori punti di forza del film col suo “beccare” nel piatto di un pantheon principalmente anni ’80/ primi ’90, tra new-wave, metal, grunge e derivazioni, comunque sempre tenendo fede alle tenebrose atmosfere del film. Le immagini scorrono su brani che in alcuni casi sono originali e in altri reinterpretazioni, e tra gli artisti scelti figurano Cure (proprio loro sono stati tra le band che più hanno ispirato a O’ Barr il fumetto, per ammissione dello stesso disegnatore), Nine Inch Nails, Rage Against The Machine, Stone Temple Pilots, Violent Femmes, Pantera, Jesus and Mary Chain. L’album , pubblicato un mese e mezzo prima dell’uscita del film, raggiunge la prima posizione della classifica Billboard e vende circa 3 milioni di copie nei soli Stati Uniti. Del resto nel 1994 il rock è ancora vivo, sa ancora produrre miti e un film può ancora permettersi una soundtrack con brani più o meno contemporanei, a differenza di oggi che è tutto annacquato. Anche se poi «non può piovere per sempre».
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