Recensioni

Tra i “francobolli” pop degli anni Ottanta ce n’è uno che sarebbe oggettivamente strano non mettere a reperto: il famoso logo col segnale stradale di divieto d’accesso al fantasmino che faceva mostra di sé sulla fiancata della mitica e sgangherata Ectomobile. Così come in un’ipotetica playlist del decennio sarebbe francamente impossibile giustificare l’assenza dell’irresistibile brano di Ray Parker Jr. che nel ritornello si chiedeva retoricamente: «who ya gonna call?» Già, i Ghostbusters: ecco chi chiamavamo se d’un tratto sentivamo strani rumori provenire dal frigo o se nel cuore della notte il televisore si accendeva da solo.

Il film di Ivan Reitman, uscito nelle sale americane nel giugno 1984 (e in Italia nel gennaio successivo), fu un vero fenomeno di folclore. Oggi è considerato una delle migliori commedie di tutti i tempi e la Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti lo ha scelto per la preservazione nei propri archivi. Non solo, l’esilarante e macabro fascino del suo universo ectoplasmico esondò dagli argini del grande schermo e si aprì varchi praticamente ovunque, tra TV (ne nacquero diverse serie animate), videogiochi, merchandise.

Ritmo, humor e la giusta dose di azione mescolata a thrilling fecero del capolavoro di Reitman un fenomeno culturale. Oggi è risaputo che non bisogna mai incrociare i flussi e che Mastro di Chiavi e Guardia di Porta sono fatti l’uno per il pertugio dell’altra. L’unico peccato fu che, come molti blockbuster del periodo – Gremlins, Corto circuito e La storia infinita, tanto per dire – ebbe un seguito (o più seguiti) fiacchissimo e la saga si arrestò al secondo capitolo negandoci altre avventure dell’affiatatissimo gruppetto di comici prestati al paranormale, i quali, oltre che per la bravura, padroneggiarono così bene la scena per il fatto che due di loro, Dan Aykroyd/Ray e il compianto Harold Ramis/Egon furono anche autori della sceneggiatura. Aykroyd in particolare ne fu l’ideatore, e il suo interesse per il mondo del paranormale e la parapsicologia lo portò a completare un primo abbozzo della storia già a fine 1981. Poi c’erano l’immenso Bill Murray/Peter, che ben presto sarà apprezzato anche dal cinema d’autore, e il bravissimo Ernie Hudson/Winston, messo a busta paga dalla squinternata compagnia di ricercatori quando il volume di affari diventava tale da rendere necessario l’allargamento dell’organico.

Ma inizialmente il team degli Acchiappafantasmi doveva avere altre facce. E se per Aykroyd e Ramis era sottinteso che avrebbero formato loro metà dell’ensemble, nelle intenzioni della produzione gli altri due dovevano essere John Belushi e Eddie Murphy. Come si sa Belushi morì di overdose all’inizio del 1982, e così la scelta cadde su Steve Guttenberg, il quale però, al pari di Murphy, dovette rifiutare a causa di altri impegni; per entrambi fu tuttavia una fortuna, poiché il diniego schiuse loro le porte dello stardom facendo diventare tutti e due celebri poliziotti della celluloide: il primo sarà Carey Mahoney, il protagonista della lunghissima saga di Scuola di polizia, mentre il secondo darà le fattezze all’esuberante agente Axel Foley in Beverly Hills Cop (1,2 e 3). Insomma, alla fine fu un affare per tutti. In più, nei panni di Dana Barrett, emancipata violoncellista posseduta dalle forze del male, c’era Sigourney Weaver, che smessi momentaneamente i galloni dell‘epica tenente Ripley di Alien, tirò fuori una performance “duale” di grandissimo spessore.

Anche John Candy avrebbe dovuto essere della partita, ma per il ruolo dell’imbranato Louis Tully la scelta cadde infine sul piccoletto e occhialuto Rick Moranis, fisicamente agli antipodi rispetto al “voluminoso” Candy (il quale la parte dell’ingenuo – ma dall’animo profondo – la ricoprirà nel 1987 nel divertentissimo Un biglietto in due al fianco di Steve Martin), ma forse proprio per questo più azzeccato. Moranis era una sorta di epigono di Woody Allen e il fatto che nel film abitasse in un attico di un grattacielo di New York affacciato su Central Park, unito al fatto che in Italia l’attore fu doppiato da Oreste Lionello – storica voce nostrana dell’autore di Manhattan – rafforzava il parallelo. Come dimenticare poi Annie Potts/Janine, l’indolente segretaria del team innamorata di Egon. E in un certo senso anche Belushi finì nel film, dal momento che Aykroyd confidò che l’anarchico e inzaccheratore fantasmino verde Slimer era ispirato al personaggio di Bluto in Animal House.

Del resto c’era tutto il sapore dei film di John Landis, in Ghostbusters: per quel senso nichilista e dissacrante; per quello sbertucciare autorità e istituzioni come il mondo accademico, la politica e i vertici ecclesiastici; per l’esilarante scena nel carcere che richiamava Una poltrona per due; per le sequenze dei tamponamenti a catena che ricordavano The Blues Brothers; per i terribili cagnacci adoratori del semidio sumero che rievocavano Un lupo mannaro americano a Londra. Ma c’erano anche le parti orchestrali della colonna sonora dirette da Elmer Bernstein a fare da tramite con i lavori del cineasta di Chicago. E poi la comicità da Saturday Night Live: Murray e Aykroyd (come del resto Belushi) erano star del programma, lo stesso Moranis ne fu ospite più volte e Ramis ricevette un’offerta per diventarne autore ma rifiutò. Moranis e Ramis, peraltro, provenivano da un altro show televisivo a base di sketch comici di grande successo in quegli anni, il Second City Television. E comunque, tutti si conoscevano da tempo.

Furono l’intesa tra i componenti della combriccola e le performance, tra le migliori delle rispettive carriere, a fare la fortuna di un’opera dove anche i congegni del mestiere contavano: l‘armamento della squad era uno spassoso inventario di diavolerie tecnologico/marziali, tra zaini protonici, trappole anti-fantasma e griglie di contenimento. Il vestiario, poi: nell’idea originaria i Ghostbusters dovevano indossare una divisa simil militare ma poi il kit finì per somigliare a quello di una squadra di pronto intervento a metà tra disinfestatori e vigili del fuoco (non a caso il quartier generale era una ex caserma dei pompieri). E la bravura nel cacciare gli ectoplasmi trasformava i ragazzi da sfigati e squattrinati scienziatucoli a eroi per la popolazione della Grande Mela, sinistra premonizione di quanto quelli veri, di vigili del fuoco, sarebbero diventati paladini della città dopo l’11 settembre. Ghostbusters fu anche un’ode alla newyorchesità, elegia della megalopoli ombelico del mondo che sa farsi paese, della città forse meno “americana” degli Stati Uniti, dove non incontri mai la stessa faccia ma ti sembra di conoscere tutti, dove il calore umano si effonde dalle strade, dove le persone si stringono le une alle altre e sorridono ai poliziotti per strada.

Ma da cosa veniva la passione per il paranormale? C’erano stati libri o studi recenti che avevano riacceso (qualora si fosse mai sopita) la curiosità del pubblico sul tema? Ghostbusters intercettò un particolare momento di interesse aggregato per la questione? Probabilmente no, il film era totalmente scollegato dalla realtà, non era inserito in un contesto specifico ed era tutto giocato sulla vena comica e sui dialoghi, oltre che sugli effetti speciali (che al confronto con oggi fanno quasi tenerezza, nonostante l’uso massiccio di computer-grafica). Il pantheon mitico a cui si faceva riferimento era sempre quello classico, ottocentesco, della letteratura gotica. Tant’è vero che neanche nel cinema si rintracciavano precedenti recenti in fatto di spiritelli impertinenti, a dispetto del vorticoso e continuo aggiornamento dei codici della science-fiction frullata in commedia di cui Ghostbusters diventò un must.

Eppure un’opera così assurda e paradossale aveva straordinariamente tutti i crismi della verosimiglianza. Finzione e realtà si confondevano. Il giubilo della folla al passaggio dei quattro a cui anche il sindaco dava carta bianca, le finte copertine e prime pagine dei periodici e le comparsate nei talk show sull’onda delle prodezze dell’equipe erano in un certo senso anticipatori della fama che gli stessi protagonisti avrebbero raggiunto di lì a poco. L’amore dei newyorchesi nel film diventò lo stesso dei milioni di fan della pellicola nel mondo e, sull’onda del successo al botteghino prima e in televisione poi, finì che per la gente i quattro non avevano interpretato i Ghostbusters: erano i Ghostbusters.

Come detto, il secondo capitolo, uscito nel 1989, affossò gli eventuali aneliti di prosecuzione della saga. Probabilmente un certo tipo di comicità, così come l’afflato naïf di molto cinema per ragazzi targato 80s, non faceva più presa alla fine del decennio; in ogni caso Reitman non riuscì minimamente a ricreare la chimica del primo film e la penna di Aykroyd e Ramis risultò esangue. Nel sequel la minaccia era rappresentata dal ritorno in vita di un despota est-europeo del XVI secolo animato dalle vibrazioni maligne di una pervadente melma psicoreattiva proveniente dal sottosuolo e pronta a riversarsi sulla città (quindi almeno su una cosa i due autori ci videro giusto: la merda ci sommergerà).

Ghostbusters tornerà al cinema nel pallidissimo reboot al femminile del 2016, cui seguirà, per la gioia dei fan, il vero terzo capitolo intitolato Ghostbusters: Legacy (ma sarebbe stato più giusto intitolarlo Pandemic, visti i ritardi nell’uscita dovuti all‘emergenza sanitaria; e comunque il titolo originale è Afterlife), in arrivo tra pochi giorni, prodotto da Reitman e diretto da suo figlio Jason (già regista apprezzato di Juno e The Front Runner, che in Ghostbusters 2 aveva un cameo nella scena iniziale). Il cast principale sarà giovane ma i vecchi attori torneranno (purtroppo a eccezione di Ramis, morto nel 2014) nei panni che li resero celebri. Riecco quindi Murray, Aykroyd, Hudson e la Weaver insieme a (due) Reitman. C’è da fare un film sui fantasmi: who ya gonna call?

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette