“Heart-Shaped Box” dei Nirvana vibra ancora come una ferita che si rifiuta di guarire
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Fabrizio De Palma
- 22 Settembre 2023
Heart-Shaped Box è stato il primo singolo dei Nirvana estratto dal loro terzo e ultimo album: l’attesissimo seguito di Nevermind, pubblicato il 21 settembre del ’93 col titolo di In Utero – che alla fine era riuscito a scalzare il più provocatorio (e col senno di poi anche decisamente più inquietante) I Hate Myself and Want to Die (Odio me stesso e voglio morire). In realtà, questo non era “niente di più di uno scherzo”, come aveva dichiarato lo stesso Cobain, ironizzando sull’immagine di sé veicolata dai mass-media, che lo dipingevano sempre “come uno schizofrenico incazzato, lamentoso e fuori di testa che vuole uccidersi in continuazione”.
“L’utero” – nel quale forse il cantante desiderava tornare per sfuggire alla celebrità – aveva, invece, sicuramente connessioni più profonde con i temi dell’album e con la sua iconografia fatta di feti, organi e malattie. Inoltre aveva un legame autobiografico: si trattava, infatti, del verso finale di una poesia di Courtney Love, con la quale, nel frattempo Cobain era convolato a nozze e da cui aveva avuto anche una figlia di nome Frances – come l’attrice hollywoodiana Frances Farmer, a cui è intitolata la quinta traccia del disco (Frances Farmer Will Have Her Revenge on Seattle).
Essendo il successore dell’album che aveva cambiato per sempre le sorti della musica rock alternativa, In Utero fu sovraccaricato di aspettative e di tensioni, i cui spasmi non si sono ancora esauriti del tutto. Oggi è da molti considerato come il pezzo più pregiato della discografia della band, da altri come quello più sincero e da altri ancora semplicemente come il più divisivo per via delle innumerevoli vicende che hanno contribuito a renderne la registrazioni e le successive pubblicazioni celebrative tra le più controverse della storia musicale recente. Tant’è che ancora oggi si discute su quale dobbiamo considerare la “versione originale”, quale quella “definitiva” e quale il missaggio migliore. Insomma, a 30 anni di distanza, le canzoni di In Utero – e Heart-Shaped Box in particolare – sono ancora oggi materia (più che) viva.
La gestazione travagliata è ormai storia nota. In sintesi, essendo rimasto molto deluso dal suono troppo appiccicoso e mainstream di Nevermind, Cobain era desideroso di tornare ad un sound più crudo e viscerale, simile a quello degli esordi di Bleach, ragion per cui decide di affidare la produzione del disco a uno dei guru in materia, sua maestà Steve Albini, noto per il suo approccio live “buona la prima” e per i suoi ferrei principi punk: nessuna interferenza da parte della casa discografica e “se ci vuole più di una settimana per realizzare un disco, qualcuno sta facendo qualche cazzata”, questo il suo motto.
In effetti per realizzare i primi master nei suoi studi del Minnesota, i Nirvana impiegano pochissimi giorni. Il problema è che una volta sentito il lavoro finale, decisamente più grezzo di Nevermind, la casa discografica rispedisce i nastri al mittente, bollandoli come impubblicabili perché “non all’altezza degli standard del gruppo”. Albini si rifiuta di rimettere mano ai brani e la band si ritrova schiacciata tra l’incudine e il martello: gli obblighi contrattuali nei confronti di una major da una parte e quelli morali di restare fedeli ai propri principi musicali dall’altra. Ne nasce una diatriba da cui se ne escono con un compromesso: verranno remixati solo i brani destinati a uscire come singoli, ovvero Heart-Shaped Box, All Apologies e Pennyroyal Tea. Il nuovo mixaggio sarà affidato al produttore dei R.E.M. Scott Litt che levigherà i suoni fino a renderli più radiofonici. Così facendo si salvano capra e cavoli e si comincia a realizzare la “profezia” contenuta nei diari di Cobain:
I NIRVANA
non sanno decidersi se essere PUNK o R.E.M.
L’indecisione può spesso a volte uccidere un gruppo e
I NIRVANA hanno tendenze suicide
Anni più tardi, in occasione del 20° anniversario del disco, vengono pubblicati anche i mix originali di Steve Albini e persino una nuova versione dei nastri rimasterizzata dallo stesso Albini (mix 2013). Per questo oggi possiamo ascoltare ben tre versioni diverse di Heart-Shaped Box, in realtà tutte molto simili fra loro e tutte e tre non meno che fantastiche. Le differenze sono fisime da nerd: per esempio nella prima versione di Albini il suono della batteria di Dave Grohl è più potente poiché catturato attraverso trenta microfoni distribuiti intorno allo strumento, mentre nel mix del 2013 si è cercato di controbilanciare meglio il suono di basso e voce.
Un altro compromesso a cui è si è dovuta piegare la band si è verificato pochi mesi dopo la pubblicazione del disco, per via dell’immagine di copertina. Non tanto quella frontale, il famoso manichino con le ali d’angelo e gli organi esposti, quanto la fotografia posta sul retro: un’altra “opera d’arte” composta da Cobain direttamente sul pavimento di casa sua, dove aveva disposto un collage di fiori (principalmente gigli, garofani e orchidee), mischiati insieme a feti di plastica, ossa e intestini. Un perfetto mix di bellezza e inquietudine, come era nella tradizione poetica della band. Soprattutto l’utilizzo dei feti, però, non fu particolarmente gradito da alcuni grandi distributori americani. Nello specifico due delle più grandi catene di grandi magazzini – Wal-Mart e K-Mart – si rifiutarono di vendere l’album con quella foto. Siccome Cobain sapeva benissimo che in alcune zone degli Stati Uniti quelli sono gli unici posti in cui i ragazzini possono acquistare musica, acconsentì a far uscire una nuova versione del disco che lasciasse fuori i feti e tenesse soltanto i fiori.
La nuova versione uscì a fine marzo, pochi giorni prima del suo suicidio. Coincidenze? Stavolta credo proprio di sì. Le stesse vie tortuose delle registrazioni del disco e delle sue pubblicazioni toccarono in sorte anche alla realizzazione del video ufficiale di Heart-Shaped Box. Inizialmente le riprese erano state affidate a Kevin Kerslake, lo stesso regista che aveva diretto i video precedenti di Come as You Are, Lithium, In Bloom e Sliver. Dopo alcuni mesi, però, la lavorazione del video passò ad un altro regista in modi e circostanze mai del tutto chiarite, tanto che Kerslake fece poi causa ai Nirvana, rivendicando come sue alcune idee visive sviluppate nel video, raggiungendo infine un accordo economico extragiudiziale.
Stando invece alle dichiarazioni del nuovo regista e fotografo olandese Anton Corbijn – all’epoca già famoso per gli scatti e i video immaginifici di Joy Division, Depeche Mode, Echo & The Bunnymen e U2 – il video di Heart-Shaped Box era tutto frutto della mente visionaria di Cobain, che per ingaggiarlo gli fece avere una mappa ultra-dettagliata di cosa doveva apparire nel video e di come doveva essere allestito il set. In effetti c’è una forte corrispondenza tra il video finale e la sua descrizione contenuta nei diari del cantante. A questo proposito, Corbijn ha dichiarato di non aver mai ricevuto così tante indicazioni per un video, tanto che all’inizio rimase titubante poiché non aveva abbastanza spazio per dare sfogo alla sua creatività. Ma poi si rese conto che quelle visioni erano talmente buone che valeva la pena tentare di metterle assieme.
È molto difficile dare un’interpretazione di quanto assemblato su schermo in quanto il video è pieno di simbolismi oscuri e ambivalenti, forse non così chiari e definiti nemmeno al suo stesso autore. Dentro ci sono distese di papaveri rossi, un vecchio morente che sale sulla croce con il cappello di babbo Natale, una foresta infernale e una bambina vestita da Ku Klux Klan che cerca di raccogliere dei feti da uno dei suoi alberi. Lo stesso Corbijn che l’ha girato non ha un’idea precisa di cosa significhi: in generale pensa che il video parli di una sorta di cancro della società, ma che abbia anche e soprattutto a che fare con cose molto personali vissute da Cobain, dalla sua relazione intima con Courtney Love a quella ancora più intima con la droga.
Il video si apre e si chiude con un vecchio che muore su un letto d’ospedale. Dentro la sua flebo c’è un feto (sì, avete capito bene, c’è un feto nella flebo), che in quel periodo era una delle ossessioni di Cobain. Simbolo di un’innocenza perduta o desiderio di un ritorno alle origini, di una placenta protettiva o di un liquido amniotico in cui galleggiare come quando si è fatti di eroina? La verità è che non lo sappiamo. Forse si trattava addirittura di un desiderio di “pater-mater-nità?”
Non è una battuta, ma un interesse dichiarato riscontrabile nei diari di Cobain, che si era detto sinceramente affascinato dall’esperienza della maternità preclusa all’uomo, al punto da aver pensato di inserire nel video un altro simbolo più esplicito di questo suo “innamoramento”, rappresentato dai cavallucci marini, altra sua ossessione da quando aveva scoperto che nella loro specie è il maschio a “partorire”. Alla fine, però, nel video non ci saranno cavallucci marini, ma solo altri feti appesi agli alberi della foresta, in quella che è l’ambientazione esterna principale, esplicitamente ispirata al Mago di Oz in versione allucinata.
I campi di papaveri che dominano quasi tutte le scene esterne del video sono un elemento chiave del film, dove i protagonisti vi passano attraverso, correndo felici, senza sapere che la strega dell’ovest vi aveva gettato sopra un sortilegio per farli addormentare. In una scena dal video, poi tagliata, ma presente nella Director’s Cut di Corbijn, vediamo lo stesso Cobain sdraiato fra i papaveri – se caduto, addormentato, fatto o morto non è dato sapere.

Che i papaveri siano un riferimento alla droga è abbastanza intuibile considerato che l’eroina si ricava dalla stessa famiglia di fiori. Il senso allucinatorio del brano è dato anche dai colori esagerati e sgargianti del video per il quale è stata utilizzata una tecnica particolare. L’idea originale era quella di girarlo in “technicolor”, ma quando Corbijn si rese conto che ciò non era possibile, trovò una soluzione alternativa un po’ più complessa, ma dai risultati ancora più strabilianti. In pratica il video è stato girato a colori, trasportato in bianco e nero, e poi ricolorato manualmente fotogramma per fotogramma.
Un’operazione lunga ed estenuante che ha assicurato al video una colorazione iper-reale e deformante, allo stesso tempo incubo e sogno. L’effetto straniante non è molto dissimile da quello di Black Hole Sun dei Soundgarden (1994), ma senza dover ricorrere alla deformazione dei volti. Del resto il volto di Cobain non aveva bisogno di essere deformato in alcun modo perché era già allucinato di suo, come si può notare dai primissimi piani che gli vengono fatti al momento del ritornello. In una classica alternanza “strofa lenta/ritornello veloce”, che ha fatto la fortuna di molti brani dei Nirvana, il momento in cui esplode il chorus trasporta visivamente la band in un’ambientazione interna, che è la famosa scatola a forma di cuore del titolo.
Su cosa simboleggi questa scatola si sono spese molte parole. In un tweet del 2012 Courtney Love aveva apostrofato Lana Del Rey, colpevole di aver fatto una cover del brano durante un suo concerto, chiedendole ironicamente – “Sai che quella canzone parla della mia vagina, vero?” – salvo poi cancellare tutto. Che la relazione con Courtney Love costituisca una parte centrale del brano è cosa assodata, anche al netto di queste dichiarazioni. Innanzitutto c’è una ragione autobiografica: all’inizio della loro relazione Love aveva davvero regalato a Cobain una scatola a forma di cuore per corteggiarlo, inserendo al suo interno una bambola, delle rose secche e altri doni, chiudendo il tutto con una spruzzata del suo profumo.
Alcuni dicono che in quella scatola ci tenevano l’occorrente per farsi di eroina, altri che Love ci avesse nascosto dentro le lettere di Billy Corgan con cui aveva avuto una relazione prima di stare con Cobain, ma nulla di tutto questo è confermato. L’unica cosa che si può dedurre con un certo grado di sicurezza fin dalle prime battute del brano è che Cobain volesse in qualche modo paragonare la sua relazione intima con Courtney Love alla sua dipendenza da eroina.
Per questo all’inizio prende il verso di una vecchia canzone abbandonata – I’ve been drawn into your magnet tar pit trap / sono stato attirato nella tua trappola di catrame magnetico – e lo abbina a quello che plasma la forma della scatola e la sostanza canzone – I’ve been locked inside your heart-shaped box for weeks / Sono rimasto chiuso dentro la tua scatola a forma di cuore per settimane: entrambi sono versi metaforici per descrivere un amore tossico.
Non solo, i due versi sono inseriti all’interno di una strofa in cui questa unione Amore/Eroina – Love/Cobain si concretizza con un macabro gioco di parole sui reciproci segni zodiacali (Cobain era dei Pesci e Courntey Love del Cancro). La strofa si apre infatti con She eyes me like a Pisces when I am weak / Lei mi tratta come uno dei Pesci quando sono debole – giocando sulla nota sensibilità abbinata al segno – ma soprattutto si chiude con I wish I could eat your cancer when you turn black / Vorrei poter divorare il tuo Cancro quando diventi nera, un verso che il biografo Charles R. Cross ha definito come “il percorso più contorto che qualsiasi autore di canzoni abbia intrapreso nella storia del pop per dire ‘ti amo’.
Tutto il brano dipinge immagini ambivalenti di amore-vita / odio-morte (vedi il “cappio ombelicale” o “l’orchidea carnivora”) e non è un segreto che il titolo originale del brano fosse Heart-Shaped Coffin, ovvero, non una scatola, ma una bara a forma di cuore. Nella visione di Cobain, quindi, l’amore è qualcosa che ti fa sentire protetto ma anche una trappola che t’imprigiona. Esattamente come l’eroina che ti fa sentire in paradiso, ma ti fa anche precipitare nella spirale della dipendenza.
Questa “trappola di catrame” viene rappresenta anche nel video quando il cappello della bambina del Ku Klux Klan vola via e finisce in una pozza di sangue, che lo impregna e lo fa diventare tutto nero. Cosa rappresenti la bambina in sé è difficile dirlo, potrebbe essere sempre la Dorothy del Mago di Oz plasmata dalla violenza della società americana razzista, così come il vecchio che esce dalla sala d’ospedale e sale sulla croce potrebbe essere lo Spaventapasseri tossicodipendente, ma qui entriamo già in un territorio in cui quasi ogni interpretazione è valida.
Altro personaggio simbolico è rappresentato dalla figura della donna-angelo col vestito ricoperto di organi: uno dei pochi elementi voluto da Corbijn, che però in realtà non fa altro che riprendere la copertina ideata da Cobain. Alla fine gli unici veri elementi visuali scelti da Corbijn pare siano i corvi meccanici che beccano il vecchio in croce e che potrebbero essere una rappresentazione dei mass media che si cibano del cadavere dell’artista.
Nell’idea iniziale di Cobain, il ruolo del vecchio morente avrebbe dovuto essere interpretato da uno dei suoi miti, William S. Burroughs, col quale aveva già collaborato a distanza per la realizzazione di un disco di spoken-word – The “Priest” They Called Him – in cui il padrino della beat generation recitava il suo racconto The Junky’s Christmas (e forse proprio per questo il vecchio sulla croce indossa un cappello di babbo natale). Alla fine Burroughs declinerà l’invito, ma Cobain troverà comunque il modo di incontrarlo di persona, finendo immortalato dentro la sua macchina per l’eliminazione dei traumi. Il video e la canzone, in fin dei conti, non sono che un altro tentativo di estirparli.

In conclusione, parafrasando quanto ha scritto Stuart Berman su Pitchfork, tutte queste mutazioni contorte – tra parti, aborti, titoli modificati, mixaggi, remixaggi, cut up di versi abbandonati e immagini censurate, tagliuzzate e modificate – non fanno altro che riflettere la natura irrequieta e incontenibile del brano, che ancora oggi pulsa e vibra come una ferita che si rifiuta di guarire.
