Recensioni

6.9

Con una media di un disco all’anno pubblicato dalle sue varie incarnazioni – nel 2015 usciva il False Idols EP con i True Spirit, nel 2016 il 24 Hours To Nowhere a nome Hugo Race Fatalists, nel 2017 il disco di cover di John Lee Hooker John Lee Hooker’s World Today in coppia con Michelangelo Russo e nel 2018 il Bu Bir Ruya a nome Dirtmusic – Hugo Race continua con buon mestiere e sufficiente ispirazione a indagare le varie declinazioni di quel blues a cui volente o nolente viene quasi sempre associato. Con i Fatalists il discorso ci pare più legato a un’idea di americana-folk piuttosto oscura, splendidamente esemplificata in Taken By The Dream da brani (ehm…) nickcaveiani come This Is Desire (anche se, a pensarci bene, verrebbe da citare più il nostro Giancarlo Onorato in qualche passaggio). Per non tacere il fatto che in studio di registrazione, oltre ai sodali Sacri Cuori, Diego Sapignoli e Francesco Giampaoli, questa volta si sono ritrovati Chris Brokaw (Lemonheads, Come, Codeine), Bryan Colechin (The True Spirit), Vicki Brown (Calexico), Lisa Crawley, Giovanni Ferrario (Scisma, Micevice) e Michelangelo Russo. Come a sottoscrivere un pot-pourri di slowcore, folk, psichedelia, chitarre da frontiera che trova il modo far quadrare il mood inquieto di un disco onirico – come del resto sottolinea anche il titolo – ed elegante.

Qualcosa di molto diverso dalla produzione precedente di Hugo Race? In effetti no, anche se in Bow & Arrow spunta fuori una batteria vagamente à la Joy Division che tira per la giacchetta la wave “ibrida” frequentata da un altro convertito alla musica del diavolo come Mark Lanegan (il parallelo non è casuale, visto il timbro vocale di Race ed episodi come Smoking Gun, ma sono esperienze musicali che giungono allo stesso punto percorrendo strade diverse) e che qui, tra incroci di voci femminili e maschili, e certe chitarre tremolanti, fa godere e non poco. E che dire di un bluesaccio come Gonna Get High? Roba che ormai Race maneggia con la perizia di un artigiano e che è il frutto della lezione impartita dal boogieman per eccellenza Johnny Lee citato in apertura – per la serie what if: chissà cosa penserebbero del brano i Primal Scream di Screamadelica. O magari di quella Simphony piazzata quasi a sorpresa sul lato B del disco, che si rivela una migrazione stilistica tra blues e dub di indubbio gusto?

Insomma, anche questa volta pare che la lezione da mandare a memoria sia che non servono rivoluzioni, quando sai dove mettere le mani. E il buon Hugo è uno di quei meccanici col pallino dell’ingegnere che sanno far girare a pieno regime anche il motore più vetusto, rievocando ogni volta spunti di riflessione per lo meno intriganti, se non proprio necessari.

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