Recensioni

7.3

Dopo il buon The Spirit dello scorso giugno, album che riproponeva un Hugo Race in grande forma, anzi forse mai tanto lirico e intenso, arriva questa propaggine di cinque tracce che però rappresenta uno scarto abbastanza netto verso forme più brusche e cupe. L’ex seme cattivo australiano accompagnato dai sodali True Spirit mette subito le cose in chiaro con una title track nervosa e scabra, rock’n’roll dalle venature bluesy scartavetrate e radenti, come un John Mellencamp intrappolato in un incubo – va da sé – Nick Cave. Pezzone che ti fa precipitare subito nella dimensione cupa di questi circa venti minuti ad alta densità, che Poor Boy (frutto del lavoro di Race nelle Jeffrey Lee Pierce Sessions) ribadisce coi suoi fantasmi desertici e le insidiose folate orchestrali (il Lanegan di Scraps At Midnight dietro l’angolo).

Se Hematite è ancora sabbia blues e trombe che vibrano come crotali abbacinati (come un Tom Waits che ruzza tra allucinazioni Howe Gelb), Lip Service incalza sincopata di particelle jazzy febbrili quasi Beefheart, mentre Magnetic Girl chiude nel segno di un’amarezza meditabonda, riverberi chitarristici liquidi e folate d’armonica su spiazzante sfondo orchestrale. Uno di quei piccoli tumulti in forma di disco che ti si piantano dentro e ti ritrovi a far girare per mesi.

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