Recensioni

La musica di Hugo Race si potrebbe paragonare a un fiume: procede spedita e, pur sembrando a prima vista sempre uguale, di disco in disco cambia la portata, la velocità, la profondità dei fondali su cui scorre. Del resto l’australiano stesso è in perenne movimento: una vita pressoché nomade (si dice) in stile hobo contemporaneo, buona parte della quale spesa entro i patri (nostri) confini. A fissare su nastro un blues che, nonostante gli innamoramenti temporanei – il jazz dei tempi di Last Frontier o magari gli accenti più folk di questo We Never Had Control -, rimane l’architrave di tutta la sua produzione, oltre che la naturale espressione di un’esistenza affascinata dai crepuscoli. Chi continua a vederlo come una filiazione del Nick Cave a cui prestò la chitarra ai tempi di From Her To Eternity dimostra di non aver capito molto del personaggio: Race al massimo può rientrare in quella vasta tradizione che parte da Leadbelly, passa per Robert Johnson e Son House e arriva fino a Howlin’ Wolf. Con una puntatina, magari, verso l’ultimo Mark Lanegan, a cui il Nostro assomiglia sempre più nel timbro vocale ruvido e polveroso (ma chi dei due è l’uovo e chi la gallina?).
In We Never Had Control ritroviamo il nucleo dei Sacri Cuori Antonio Gramentieri e Diego Sapignoli già all’opera nel precedente Fatalists, oltre al “guastatore” Franco Naddei (Francobeat, Santo Barbaro) addetto ai synth. Una presenza importante, quest’ultima, perché se il duo citato poc’anzi lavora sulle più classiche atmosfere desertiche (Snowblind), Naddei si occupa di creare sfondi sintetici che staccano un po’ lo stile raceiano dai soliti canoni. Quelli, per dire, che nell’electro-boogie di Ghostwriter lucidano le scarpe a John Lee Hooker chiamando a supporto vaghe atmosfere à la Depeche Mode. Se Dopefiends ricorda la Ghost Riders In The Sky cantata da Johnny Cash, No Stereotype è a metà strada tra la State Trooper di Springsteen e una Peggy Sue in stile Hellraiser, Shining Light sembra fare il verso, col suo violino ancestrale, al duo Nick Cave-Warren Ellis mentre Meaning Gone è puro blues tra west e Mississipi.
We Never Had Control non stravolge l’universo di riferimento del chitarrista australiano – chi lo conosce già, ci si ritroverà ampiamente – ma riesce a costruire un immaginario credibile e maledettamente affascinante, grazie anche alla collaborazione di Francesco Giampaoli, Vicky Brown, Catherine Graindorge, Violetta DelConte Race e Hellhound Brown.
Amazon
