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Fra i cineasti contemporanei più legati alla propria terra, Hlynur Pálmason continua a costruire un percorso coerente eppure sempre mutevole, capace di trasformare l’Islanda in uno spazio emotivo prima ancora che geografico. Dai paesaggi rarefatti e spirituali di Winter Brothers alla dimensione pittorica e febbrile di A White, White Day – Segreti nella nebbia, fino all’epica contemplativa e coloniale di Godland – Nella terra di Dio, il regista ha progressivamente affinato uno sguardo fortemente materico, in cui natura, tempo e corpo umano convivono in un equilibrio fragile e potentissimo. Con L’amore che rimane, Pálmason prosegue questo itinerario artistico scegliendo però una dimensione più intima e domestica, senza mai rinunciare a quell’ispirazione visiva solidissima che rende il suo cinema immediatamente riconoscibile.

Il film è un concentrato di tenerezza, un racconto fatto di piccoli frammenti quotidiani che osservano con delicatezza la vita di una famiglia all’indomani di un divorzio. Anna e Magnus, insieme fin dai tempi del liceo, si trovano improvvisamente costretti a reinventarsi: ridefinire il proprio rapporto, comprendere quale forma possa assumere il futuro e, soprattutto, proteggere i tre figli — l’adolescente Ida e i gemelli Porgils e Grimur — dalle inevitabili confusioni emotive che la separazione comporta. Anna tenta disperatamente di preservare una coesione familiare che sente ancora necessaria, mentre Magnus continua a orbitare attorno alla casa, presente e assente al tempo stesso, specie nei momenti in cui non è lontano per lavoro in mare aperto. È proprio questa prossimità impossibile da sciogliere a impedire ai personaggi di andare avanti davvero.

Pálmason costruisce il racconto come una successione di quadretti variopinti e tenerissimi (incorniciati dal delicato piano jazz di Harry Hunt), in cui il quotidiano assume costantemente un valore simbolico (a metà strada tra il cinema di Roy Andersson e quello di Jia Zhang-ke, con una predilezione per i colori pastello che fa molto Wes Anderson). Le immagini fondono uno sguardo quasi documentaristico con un lirismo naturalistico di rara sensibilità: i ritratti artistici di Anna, il suo lavoro agricolo alla fattoria, le sessioni di pesca di Magnus diventano gesti concreti che custodiscono emozioni mai esplicitate fino in fondo. È un cinema che osserva più che spiegare, che lascia sedimentare i sentimenti nei silenzi, nei dettagli, nei tempi morti.

L’amore che rimane, scena dal film di Hlynur Pálmason

Eppure, sotto questa apparente pacatezza, L’amore che rimane è attraversato da continue metafore visive che riflettono il turbinio interiore dei personaggi. Una spada medievale che cade dal cielo, una mina inesplosa ritrovata in un campo desolato, pronta a detonare da un momento all’altro, o ancora il lavoro artistico stesso di Anna — lastre di ferro adagiate su teli, la cui immagine emerge lentamente dalla ruggine lasciata dallo scorrere del tempo — diventano simboli evidenti ma mai didascalici di relazioni consumate dall’erosione emotiva. Nulla esplode davvero, ma tutto sembra costantemente sul punto di farlo.

La struttura narrativa, distesa lungo quasi un anno, segue il mutare delle stagioni islandesi, ma soprattutto mette in scena l’imperturbabilità di un paesaggio che si fa riflesso diretto dell’anima di chi lo abita. La natura islandese di Pálmason non è mai semplice sfondo: è presenza viva, eterna, indifferente eppure profondamente empatica. I personaggi si muovono con una compostezza quasi rassegnata, trattenendo emozioni enormi dietro gesti minimi, come se il paesaggio stesso imponesse loro una forma di silenziosa resistenza.

Con L’amore che rimane, Pálmason realizza una riflessione lucida e profondamente sentita sullo scorrere del tempo, sulla fine delle relazioni e su ciò che rimane quando un amore non esiste più ma non si è ancora trasformato in qualcos’altro. Il suo sguardo, rivolto a esaltare la figura femminile come perno emotivo della famiglia e a sgretolare le fragili illusioni della mascolinità, resta sempre sincero, mai manipolatorio o compiaciuto. Ne emerge un’opera forse più divertita che realmente divertente, attraversata da una dolce ironia malinconica che finisce inevitabilmente per scaldare il cuore dello spettatore.

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