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Un anno di scuola di Laura Samani, adattamento molto libero del romanzo di Giani Stuparich del 1929, è una delle rarissime opere capaci di raccontare con autenticità e delicatezza quella soglia fragile e ambigua che separa l’adolescenza dall’età adulta e un altro esempio, a pochi mesi di distanza da Le città di pianura, delle possibilità tutt’ora inesplorate che offrono le storie di provincia, piccole e insieme universali, dotate di un fascino unico e inimitabile.

Ambientato durante l’ultimo anno di liceo, il film osserva un gruppo di ragazzi nel momento in cui ogni equilibrio emotivo sembra ancora possibile, ma anche estremamente precario. La storia prende il via con l’arrivo della diciassettenne Fredrika, detta Fred, una ragazza svedese che si trasferisce in città a causa del lavoro del padre, fatto che agisce come un detonatore silenzioso: basta la sua presenza a incrinare relazioni consolidate, a far emergere desideri inespressi e a ridefinire ruoli e gerarchie all’interno del gruppo. Iscritta all’ultimo anno di un istituto tecnico, Fred si ritrova in una classe composta esclusivamente da ragazzi: una condizione che la espone subito a un’attenzione costante, a tratti invadente, ma che non le impedisce di legarsi a tre compagni molto diversi tra loro, amici fin dall’infanzia.

I tre sono Anter, sensibile e riflessivo; Pasini, carismatico e seduttore, segnato però da un dolore profondo; e Mitis, più schivo ma protettivo. Con loro Fred costruisce un rapporto intenso, cercando di trovare un proprio spazio all’interno del gruppo e di adattarsi a un contesto nuovo e non sempre accogliente. Tuttavia, la sua presenza finisce per incrinare gli equilibri: ciascuno dei tre ragazzi sviluppa infatti un sentimento per lei, trasformando l’amicizia in un terreno ambiguo, fatto di desideri non detti, gelosie e tensioni crescenti.

Un anno di scuola, una scena dal film di Laura Samani

Rispetto al suo esordio, il suggestivo Piccolo corpo, Samani alleggerisce il registro, rinunciando in parte alla dimensione più arcaica e folkloristica per abbracciare un realismo più quotidiano e riconoscibile. Tuttavia, resta centrale il suo interesse per la solitudine femminile, qui raccontata con uno sguardo lucido e mai consolatorio: la protagonista attraversa una traiettoria complessa, inizialmente vittima di esclusione, poi integrata e complice, fino a essere nuovamente esposta e ferita dallo sguardo maschile. È un percorso che mette in luce quanto presto, in un certo contesto sociale, il corpo femminile venga osservato, giudicato e inevitabilmente sessualizzato.

Il film restituisce con precisione quasi documentaristica la dimensione claustrofobica della provincia italiana, uno spazio che non offre vere vie di fuga ma che anzi tende a comprimere le possibilità di autodeterminazione. In questo contesto, le esperienze tipiche di quell’età – le prime relazioni sentimentali e sessuali, l’amicizia, il bisogno di appartenenza – si intrecciano a forme più sottili di disagio, come la depressione e il senso di inadeguatezza, trattate con una misura rara, senza mai indulgere nel melodramma.

Un ruolo fondamentale è giocato poi dal linguaggio: la Trieste del 2007 ricostruita da Samani (un anno prima della crisi economica mondiale che da lì a poco sconvolgerà un’intera generazione di giovani che avrebbe poi faticato anche solo semplicemente a immaginare un possibile futuro) è un crocevia vivo di dialetti e lingue, e questa pluralità diventa parte integrante del racconto. Le parole, le inflessioni, i silenzi stessi contribuiscono a definire i personaggi e le loro distanze, riflettendo un’identità ancora in via di definizione. In questo senso, Un anno di scuola non è solo uno stratificato racconto di formazione, ma un’opera che cattura con rara sensibilità il momento esatto in cui si comincia, spesso dolorosamente, a diventare adulti.

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