Recensioni

Il suono di una caduta di Mascha Schilinski è un’opera che sfugge alle classificazioni immediate e che trova forse la sua chiave più fertile proprio nella sua forma ibrida: sotto la superficie di un racconto storico e familiare stratificato, si muove infatti una vera e propria ghost story. Non nel senso più canonico del termine, non c’è alcun fantasma che si manifesta apertamente, ma perché tutto il film è costruito come una sinfonia di presenze, di ritorni, di tracce che non smettono di abitare gli spazi e le coscienze.
In questo suo secondo lungometraggio, Schilinski lavora con gli strumenti tipici del racconto gotico. Crea, infatti, un’atmosfera densa, sospesa, attraversata da un’inquietudine sottile che non esplode mai in modo esplicito (se non in pochi e circoscritti attimi) ma serpeggia costantemente. Le luci sono spesso naturali, filtrate, opache; la fotografia gioca su penombre e controluce che trasformano i volti in superfici da decifrare più che da contemplare. La scenografia naturale – campi, boschi, interni domestici che vediamo attraversati dal tempo – diventa un organismo vivo, carico di memoria. E soprattutto c’è la casa che fa sfondo alle vicende, fulcro simbolico e narrativo, impregnata di vite vissute, di traumi, di silenzi che continuano a risuonare (persino la macchina da presa si muove sinuosa quasi a imitare le movenze di un poltergeist invisibile).

È qui che il film si rivela pienamente: i fantasmi sono le generazioni che si sono succedute, le donne che hanno abitato quegli spazi e che, pur non incontrandosi mai direttamente, si riflettono l’una nell’altra. Il tempo non è lineare ma stratificato e le epoche si sovrappongono come veli sottili. Ogni protagonista del gruppo, che alla lontana ricorda quello de Il giardino delle vergini suicide di Sofia Coppola, altra opera fantasmatica, sembra guardare il mondo con occhi in cui si depositano le ombre di chi è venuta prima. Il passato non è mai davvero passato: è una presenza che grava, suggerisce, talvolta deforma. Ma questo flusso, sembra suggerire Schilinski, non procede solo a senso unico, anche il futuro sembra estendere il suo invisibile e mistico riverbero al passato, creando un dialogo impossibile, un’eco circolare che abbraccia tutta la storia (come sottolinea la ripetizione di Stranger, brano di Anna Von Hausswolff in soundtrack).
Al contempo, però, Il suono di una caduta è un lucido affresco storico. Le diverse epoche sono descritte senza indulgere in didascalismi o spiegazioni esplicite: la Storia filtra attraverso dettagli minimi, gesti quotidiani, mutamenti impercettibili nei ruoli sociali e nelle aspettative che gravano sulle donne (spesso escluse o marginali nel racconto storico). La dimensione collettiva si incarna in quella privata. Non assistiamo a grandi eventi, ma a piccole fratture, a scarti sottili che segnano le vite delle protagoniste e definiscono il loro margine di libertà.
Il tratto più affascinante del film, che forse coincide con il suo difetto maggiore, è proprio la sua scelta di non definire mai completamente ciò che mette in scena, dato che Schilinski evita di esporre un elenco di significati univoci, preferendo evocarli solamente attraverso le immagini (che peccano, quindi, di un eccessivo manierismo qua e là); tuttavia, è proprio grazie a questo modus operandi che le emozioni vengono lasciate sedimentare. Come in una vera ghost story, ancora, ciò che conta non è l’apparizione, ma la risonanza di ciò che percepiamo. I fantasmi di Il suono di una caduta non cercano vendetta né redenzione: chiedono solo di essere osservati, riconosciuti e compresi. E in questo si compie il gesto più politico e più poetico del film: restituire voce e corpo a presenze che la Storia tende a dissolvere, trasformando la memoria in un atto visivo e sensitivo.
Amazon
