Recensioni

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Quando è uscito dagli One Direction nel 2016, Harry Styles desiderava dimostrare al mondo la sua ambizione e la sua conoscenza storica musicale. Il singolo di debutto Sign of the Times era una (brutta) ballad sfacciatamente ispirata al pop di Bowie e Mercury, mentre il secondo album Fine Line rappresentava l’odissea del coming of age di un artista che aveva accettato la propria fluidità. Fluidità di genere musicale e di gender, consapevolezza di essere la megastar più chiacchierata del pianeta. Il che, alla vigilia del nuovo album Harry’s House, si è tradotto in un nuovo look da gentiluomo del rock and roll, ma soprattutto in un nuovo tocco nel lavorare gli strumenti del mestiere.

Con Harry’s House, Styles mira al bottino più ambizioso: quello di rendere la sua musica elegante e raffinata ma allo stesso tempo intima e cordiale. Far viaggiare sullo stesso binario il soft rock dei Fleetwood Mac, il soul generoso di Al Green e le deviazioni contemporanee di Silk Sonic, Lizzo, Blood Orange, Tame Impala. L’album è un compendio luminoso di synth e fiati, spesso immersi in appiccicoso synth pop o arguto R&B. L’ex One Direction sembra aver tirato fuori il vestito smagliante attraverso il trucco più pretenzioso del pop – ovvero la metamorfosi da teen idol ad artista maturo. Più precisamente, da prodotto messo insieme nel laboratorio di un talent show a creatura pensante. Un’operazione paragonabile solo alla transizione Take That/Robbie Williams (che però è scaduta presto nel romantico plasticoso) e NSYNC/Justin Timberlake (che però ha fatto presto a diventare altezzosa, fredda, vanitosa).

La casa a cui Styles si riferisce nel titolo del terzo album è, naturalmente, quella in cui tutti siamo stati forzati negli anni di pandemia. Il cantante inglese de-costruisce la fisicità folk di Joni Mitchell, che cantava Harry’s House/Centerpiece già nel 1975, ed esplora il concetto di “casa” non più come edificio, ma come stato mentale. Il Laurel Canyon californiano da spazio fisico si trasforma in concetto filosofico, stile musicale in cui il folk e il pop si sintonizzano con la contemporaneità. La sensazione di “casa”, ci dice Styles, dipende dalle persone che ti circondano. E Styles, in Harry’s House, può vantare di un team di fuoriclasse che torna a dare manforte in sala di produzione. Da Kid Harpoon, produttore di vecchia data, a Tyler Johnson (già due volte nominato ai Grammy’s), da Pino Palladino (The Who, da quando Entwistle ci ha lasciati) ad Amy Allen, songwriter raffinatissima. La squadra è da cadillac, l’autista è concentrato. Ciò che manca, semmai, è la profondità dei contenuti. Ma non si può avere tutto.

Il primo singolo As It Was, osannato come un capolavoro, è un brano pop da manuale. Certo, l’idea è simile a quella di Ed Sheeran in Bad Habits, ma il risultato è completamente diverso. È più arioso, più coraggioso, al punto da potersi definire in debito con un certo alt-pop in area Two Door Cinema Club. Musicalmente, gli 80s sono sempre dietro l’angolo, mentre è l’edonismo disperato – alla maniera di Blinding Lights di The Weeknd – a farla da padrone. Music for a Sushi Restaurant sfoggia l’entusiasmo sensuale di Prince riletto in chiave Silk Sonic. Si canta di occhi verdi, riso fritto e bigbubbles intrecciate alla «tua lingua». La profondità dei contenuti, si diceva…

In brani come Keep Driving e Grapejuice viene fuori la franchezza e la vulnerabilità del proprio autore. Il sontuoso groove dei pezzi più ingombranti lascia spazio all’esplorazione interiore. Sembra di ascoltare i Beatles con l’equivalente musicale di un filtro seppia. Una sound in sordina, umile, dai toni sospesi e sommessi – come se il mondo fuori fosse solo una realtà parallela. Daylight e Daydreaming estremizzano questa concezione. La prima con un R&B smozzicato e minimale, la seconda con un funky stratificato e lussureggiante che omaggia e campiona i Brothers Johnson. Harry’s House è concepito come un sogno a occhi aperti, orgogliosamente lontano dagli estremi della vita tanto quanto della musica contemporanea.

Il tepore sentimentale del disco ricorre anche nei brani meno folkeggianti come Satellite, un viaggio sci-fi scandito da droning elettronici e un falsetto di cristallo. La sensazione di coperta e calduccio è qui sostituita da uno spensierato ondeggiare nella Via Lattea, ma il principio rimane lo stesso. Anche il singolo bebop Late Night Talking non pigia sul tasto “dancefloor”. Della pista da ballo, semmai, ha l’atmosfera vintage, i festoni luccicanti che risplendono del pop roboante di marca 80s. Disinteressato, distante o forse semplicemente maturo, Styles non si fa prendere dagli entusiasmi e calibra con cura i referenti. Come quando, in Cinema rispolvera un dance funky intelligente che sa di Blood Orange o Lizzo. O, in Boyfriends, prende in mano la chitarra acustica e intona un’elegia eterea che profuma di Simon And Garfunkel.

Lontano dagli sfarzi e dagli eccessi del pop mainstream contemporaneo, Harry’s House è un lavoro riempito da atmosfere tiepide, confortanti, easy-listening, come solo il pop sa essere. Riesce a incarnare quello che non è stato Equals di Ed Sheeran per il pop da classifica. Non scontato, ragionato, intimo e sincero, senza risultare melodrammatico. Certo, la sostanza a volte scarseggia, ma è sopperita da uno stile peculiare. E da un sound in grado di soddisfare un ascolto “passivo”, ma anche di premiare un orecchio più educato. Non certo un disco coraggioso, ma un lavoro pop solido ed equilibrato. Che è già abbastanza per l’epoca in cui viviamo.

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