Recensioni

6.6

Intro: Quando un ragazzo della contea di Cheshire arriva nella soleggiata California può sciogliersi senza soluzione di continuità o rimanere indifferente a tutta quella morbidezza, a tutta quella pelle dorata. Solitamente la prima opzione va per la maggiore.

Se solo cinque anni fa mi avessero detto che, senza storcere il naso, mi sarei goduta l’album di un ex membro degli One Direction, avrei giurato che quella dovesse essere per forza un’altra persona. Tuttavia è successo: Harry Styles, classe ’94, pop star nata da X Factor UK, voce amatissima della boyband più famosa del decennio, ha creato qualcosa di molto piacevole. Dalle boy band possono nascere i fiori pop? Dopo Robbie Williams, che musicalmente si smarcò subito dai Take That, ora pare essere la volta di Styles, from Holmes Chapel, Cheshire.

L‘album omonimo che due anni fa segnò l’esordio solista mancava di innovazione: i riferimenti espliciti a Fleetwood Mac, Rod Stewart e Beatles rendevano quel debutto un lavoro carino ma troppo costruito. Oggi, Fine Line sembra qualcosa di diverso: è un disco lontanissimo dall’essere perfetto, è disordinato, impulsivo, ma ha anche tante cose buone, un sentimento gioioso nel fare musica che sembra incarnare alla perfezione quel verso di Lights Up, «step into the light». Entra nella luce, e cerca di rimanerci Harry Styles.

L’immagine peraltro che ha liberato nell’ultimo anno è fatta di un femminismo urlato, e una fluidità ovviamente che va di pari passo con la sua percepita (o immaginata) queerness, amplificando così l’idea di un personaggio che va oltre la musica: c’è lo Styles mattatore al SNL con esilaranti sketch, Styles novello dandy per Gucci e pure lo Styles attore per Nolan. Insomma il rischio che tutto questo potesse diminuire la potenza del lavoro puramente musicale, in una carriera ancora in divenire e priva di un’ossatura forte, era estremamente forte. Quel TPWK (Treat People With Kindness), un po’ paraculo, un po’ sincero, che oltre a esser diventato un brano del nuovo disco, accompagna tutto il merchandising, sembra tradursi perfettamente nell’approccio gentile che Styles lascia ai suoi ascoltatori, a quelli nuovi soprattutto, agli haters, ai detrattori della musica ”alta”: prima di affondarmi, almeno ascoltatemi.

Fine Line, registrato tra il Regno Unito, L.A. e Nashville, riesce a offrire un lavoro in cui le influenze sono meno ovvie, seppur ancora presenti (come ha confessato in una lunga intervista a Rolling Stones, Styles ha assunto dei funghetti allucinogeni durante la lavorazione dell’album, ascoltando a ripetizione Ram di Paul McCartney): incarna il fascino fluorescente di Styles, la sua spavalderia. Si inizia con Golden, un’esplosione di soft-rock, un affresco degli anni Settanta, stratificato in chitarre nebulose e armonie tipicamente Laurel Canyon, mentre Watermelon Sugar vive di una psichedelia deliziosamente schiumosa e sensuale, con una melodia vocale che ricorda i primi Moloko. Adore You, con le sue armonie vocali a cascata, ha tutti i tratti distintivi di un classico pop, le  percussioni rotonde e una beatitudine pop-disco che odora di Mark Ronson e Daft Punk. Il groove succinto ed elegante di Lights Up fatto di chitarre e tastiere multistrato, vive di ritmi programmati che suggeriscono un estatico (e bianchissimo) soul caricato di basi hip hop e strofe r’n’b. Styles allunga la mano attraverso sintetizzatori, archi e cori ipnotici per invitare tutti nella sua bolla; un brano stravagante, sia nella sua produzione che nella sua struttura.

Cherry e Falling sono due ballate indie folk che restano troppo sul generico, senza arrivare mai a una chiusura. She, mira ad essere un’epopea rock di sei minuti con un’escursione chitarristica piacevole, il coro in falsetto e una qualità cinematografica che indugia in un’atmosfera Lennon-McCartney riportando il disco a un buon livello. Sunflower, Vol. 6, brano quasi dancehall dalle vibrazioni ubriache, brilla su frizzanti synth, e il mix di armonizzazione anni ’70 e progressioni suona come se fosse uscita direttamente dall’ultimo disco dei Vampire Weekend. In Canyon Moon c’è tutto l’amore per Joni Mitchell mentre in Treat People With Kindness, le influenze arrivano tanto dai Queen quanto dalla Motown, a cui sembra rendere omaggio con il coro gospel in sottofondo prima di trasformarsi in un inno un po’ pacchiano à la Hair che combina Harry Nilsson e gli Electric Light Orchestra con tanto di congas e Mellotron. La chiusura è affidata alla title track, che inizia come una semplice ballata folk e continua ad espandersi ed evolversi in una speranza lunatica di tamburi martellanti e fiati in visibilio. «We’lle be alright», chiosa Styles. La percezione è che possa essere vero.

I brani di Fine Line vivono di accenti, di consigli urlati e ripetuti all’infinito nella fisicità del cantato di Styles. Cosa sarebbe Lights Up senza tutti quegli shine, imperativi di fiducia? E Watermelon Sugar senza tutti gli high a dar vigore e morbidezza a un racconto prettamente basato sulla lussuria estiva? Intriso di fascino pop, Fine Line suona come un progetto più etereo, delicato e incredibilmente soul, un sound che ha una direzione, anche se il lavoro sui testi – ancora poco a fuoco – deve decisamente ingentilirsi.

Fine Line, insieme a Magdalene di FKA Twigs e Igor di Tyler The Creator, è il terzo album dell’anno che si dedica pienamente alle rotture dolorose. Ma mentre la Barnett e Okonma si divertono nell’assurdità di sogni catartici, Styles resta sospeso in un lirismo rivelatore che mette a nudo la petulanza e i pietismi che possono spezzare il cuore di una pop star nella metà dei suoi vent’anni. Un giovane che sta (re)imparando a diventare adulto, e sembra cercare l’abbraccio benedicente e consolatorio di una splendente Stevie Nicks, presenza fissa ai suoi live da quando Styles ha fatto una cover, peraltro molto buona, di Chains. L’operazione che da un po’ di anni sta compiendo il venticinquenne inglese comprende anche questo: riscoprire e far conoscere ai più giovani un pezzo di storia della musica, o meglio della sua storia, far prendere vita a quei vinili di famiglia consumati da bambino e renderli conoscibili a tutti. Se anche solo una ragazza di sedici anni avrà voglia di scoprire come suona quel disco del Macca in coppia con Linda che ha ispirato il viaggio allucinogeno del suo idolo, beh, non potremo che riconoscere che Styles ha fatto un favore a tutti.

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