Recensioni

Se avete più di 30 anni e vi siete sempre trovati bene a trafficare con reietti, depravati, drogati, drop-out e gentaglia simile, allora non avete scuse per non gioire. Gli Hammerhead sono tornati e con loro riaffiora l’epoca d’oro dell’AmRep, quella più sporca e maledetta, disturbante e fuori fase, alla quale Jeff Mooridian Jr. (batteria, aka Isolation DH-9), Paul Erickson (basso, aka Apollo Liftoff) e Paul Sanders (chitarra, aka Interloper) apportarono il giusto grado di follia – eleggere il Travis Bickle di Taxi Driver a guida spirituale è garanzia di qualità – e qualche lieve variazione del canone (vedi alla voce “infatuazione per l’immaginario sci-fi”). Tre dischi lunghi e una manciata di pezzi minori prima del classico disbanding – risolto dopo uno iato decennale con un paio di live-reunion (la prima in occasione del 25ennale dell’AmRep) e un 12” single sided pubblicato proprio per l’occasione dall’etichetta di Tom Hazelmyer – avevano toccato i cuori dei più rudi noise-rockers del tempo, facendo del terzetto di Minneapolis (originario in realtà della Coeniana, Fargo) una sorta di culto sotterraneo.
Ora con questo Global Depression i Nostri riprendono il discorso proprio dove lo avevano interrotto quasi 20 anni fa: giri circolari di basso distorto tanto groovey quanto disperati (Like A Wizard), solito drumming secco e in perenne midtempo pure nel suo essere eclettico, chitarre taglienti come accette e corrosive come nella miglior tradizioni noisey e un cantato spesso distorto e disumanizzato (Another Room) che è a dir poco destabilizzante. Tutto sparato in faccia senza fronzoli né troppi giri di parole – qualche appena accennata concessione alla melodia e qualche sperimentazione weird-sci-fi (Descended From Apes) – in un mini da poco più di 15 minuti in cui depravazione e ossessioni annullano lo iato pluriennale e ci offrono gli Hammerhead al loro massimo splendore.
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