Recensioni

6.4

Suona irrimediabilmente datato il nuovo album della noise-legend Helmet, ma almeno non tocca i livelli imbarazzanti dei dischi post-reunion Size Matters (2004) e Monocrome (2006).

Scordatevi la disturbante abrasività chitarristica di Strap It On (1991) e lo squadrato e chirurgico procedere noise di Meantime (1992). Quegli Helmet sono morti praticamente allora, al momento di trasformarsi in un ingranaggio mainstream con le devianze accessibilmente pop di Betty (1994) e, peggio ancora, con l’inconcludenza di Aftertaste (1997), definitiva pietra sulla carriera del combo newyorchese. Il ritorno non è che sia stato dei migliori, con cambi di formazione che catalizzano ancor di più il peso della formazione sull’ego del chitarrista e unico superstite Page Hamilton, ma tant’è. Di reunion inutili ne abbiamo viste e ne vedremo moltissime.

Tornando a Seeing Eye Dog, di frecce al proprio arco ne ha, soprattutto nel dittico iniziale So Long e la title track: due songs compatte, furiose e condite di chitarre al vetriolo che fanno sperare in un ritorno ai tempi d’oro. Poi però il disco comincia a fossilizzarsi su una sorta di noise-pop in the vein of Foo Fighters e affini virato metal (Welcome To Algiers o la sinceramente orribile And Your Bird Can Sing): si lascia da parte la carica sovversiva e/o disturbante in favore di un rifferama potente ma prevedibile e scontato, spesso banale. La scrittura poi è visibilmente catchy, tanto che verrebbe da definirla pop se non si trattasse degli Helmet.

Tecnicamente ottimo e perfettamente prodotto, Seeing Eye Dog è un passo avanti rispetto agli album dei 2000s ma è pur sempre un rammarico per chi ha apprezzato l’impatto violento e visionario dei primi Helmet.

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