Recensioni

Grant Lee Phillips ha sempre avuto una certa familiarità col pulviscolo, o meglio col frantumarsi e sedimentare di ricordi e suoni, un processo perpetuo che trasforma il tempo in vita e storie. Ma se tutto ciò lo avvertivi in filigrana tra le esplosioni piroclastiche della caldera Grant Lee Buffalo, da quando Phillips è diventato solista hai l’impressione che quella polvere sia diventata scenografia e sostanza. Anzi: piuttosto che polvere, meglio sarebbe definirla cenere, che del magma conserva la memoria ma non, ahinoi, la capacità di aprire varchi e ridisporre paesaggi.
Il titolo di questo nuovo album, comunque, è bellissimo: In the Hour Of Dust si ispira a un dipinto dell’Ottocento custodito al Norton Simon Museum di Pasadena, nel quale è rappresentato il rientro serale di una mandria di vacche, seguite da una nube di polvere come segno del loro passaggio al tramonto di una giornata di lavoro. C’è in questa immagine qualcosa di ciclico e definitivo, il senso di un’opera lenta e inevitabile, punto di convergenza tra umano, artificiale e naturale. Una dimensione – che ve lo dico a fare – vaporizzata nel consumarsi febbrile delle dinamiche contemporanee.
Detto questo, ed estrapolata un po’ arbitrariamente la linea poetica dell’album, le undici canzoni in scaletta delineano i contorni di un rituale fin troppo prevedibile e, peggio ancora, pacato. Che non si tratti di un lavoro intenzionato a scuotere, a sorprendere, a ridisegnare i confini del (proprio) mondo, è chiaro dopo pochi istanti dell’iniziale Little Men, con quelle pennate di chitarra acustica che tracciano il perimetro di un folk-rock classicissimo, a cui gli archi e la chitarra elettrica forniscono più avanti un’ambrata corposità Seventies. Stabilite le coordinate, non ci sarà motivo di spostarsi granché. Phillips ha autoprodotto nel suo studio casalingo di Nashville, con la collaborazione di Patrick Warren (tastiere), Jennifer Condos (basso) e Jay Bellerose (batteria). Basso profilo, toni misurati, una quadratura sonora con la missione evidente di fornire alla voce spazi e tempi per respirare e sedimentarsi nell’anima dell’ascoltatore. Una voce che indubbiamente merita, ma che da tempo ormai ha smesso di provare a rompere lo specchio in cui di volta in volta sceglie di riflettersi, come invece faceva – formidabilmente – all’epoca degli indimenticabili GLB.
Finisci così a fare i conti con una Closer Tonight che tenta con garbo di azzeccare un ritornello dal buon gradiente radiofonico, col romanticismo che sa scivolare in obliquo e sollevare quel po’ di polvere – appunto – sufficiente a intorbidare la limpidezza dello sguardo. Ecco, spiace dirlo, ma questo è più o meno il meglio che propone il menu. Altrove non si va oltre un dignitoso esercizio di mestiere e calligrafia, con forse l’eccezione di Someone, dove il passo da ballad narcolettica sfiora pastosità jazz e la voce si spampana in un semi falsetto – in effetti – da brividi.
La sensazione è che laddove i Willy Vlautin, i Jeff Tweedy o i Josh Ritter (tanto per citare tre nomi variamente e diversamente in bilico tra folk alternativo e rock) hanno saputo col tempo riorientare la calligrafia incorporando l’eco vuota delle radici nel presente, la sfasatura tra il simulacro di una tradizione e l’oggetto del suo rappresentare (tra significante e significato insomma), Phillips abbia invece preferito rinculare e adagiarsi in una comfort zone senz’altro dignitosa ma sempre meno capace di slancio anomalo, di far traboccare la coppa delle aspettative. È musica che sembra compiersi – e persino compiacersi – nel suo accadere quieto e marginale, come se di per sé ciò costituisse un valore rispetto al furoreggiare scriteriato del mondo. Ma ciò che ottiene è suonare più snervata che tenera, di un’intensità pigra e monotona.
La strada è segnata, come quella delle vacche al pascolo (appunto). I tempi dei bufali con le loro scorribande selvatiche sono, ahinoi, assai lontani.
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