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A sentire queste canzoni non si può non pensare ai primi due pazzeschi album dei Grant Lee Buffalo. Il paragone, ahinoi, è un atto di masochistica crudeltà. Laddove quelli sbuzzavano incubi e sogni lasciandoci stravolti ad osservarne il corpicino straziato e tremante, le qui presenti mollano buffetti, ammiccano, rielaborano gli amori e le ossessioni del pur bravo Grant Lee, senza mai (mai più) sguainare la lama. Ché l’ex-bufalo pare ormai uno che si accontenta.
Gioca a cambiare qualche carta in tavola, ad inventarsi il jolly del glam immischiato britpop – vedi il passo denso à la Suede di Chain Lightning e l’eclatante sculettamento Bolan di Raise The Spirit – oppure sciorina fascinosi stordimenti orchestrali come un Lennon sognato da Beck (Dream In Color), quando non torve romanticherie Nick Cave aspersi di fiddle e vibrafono (Killing A Dead Man). Roba che funziona, intendiamoci. Ma che scorre innocua, spiegazza tensioni (i Bunnymen sfrangiati cow-punk di Runaway) e abbandoni (i pastelli psych pseudo Mercury Rev di Return To Love) senza mai affondare il colpo.

Quando però rasenta l’insulsaggine piaciona – vedi il singolo Soft Asylum (No Way Out), tipo gli ultimi U2 rifatti da Seal – quasi non ci si crede. Così come ad una Johhny Guitar più colesterolo che stivali, o alle rimembranze Elton John/McCartney di Same Blue Devils, ennesimo boccone sdolcinato da mandare giù. L’ultimo, per fortuna, è So Much, una specie di Mellencamp preda di fregole Oasis. La carriera solista di quest’uomo, dopo i primi confortanti segnali, sta prendendo una brutta piega.

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