Recensioni

Era il finire degli Ottanta quando apparvero sulla scena californiana gli Shiva Burlesque. Furono fondati da due ragazzi di Stockton, Grant-Lee Phillips e Jeffrey Clark, quest’ultimo alla voce in quasi tutti i pezzi, il primo invece alla chitarra e occasionalmente al canto, pure se dimostrava proprietà canore decisamente superiori alla media. Quanto a stile e attitudine, sembravano chiaramente folgorati dal Paisley Underground ed era cosa buona, dal momento che pubblicarono due dischi notevoli (l’omonimo del 1987 e Mercury Blues – il loro capolavoro – del 1990), in bilico tra blues, folk, rock, neo-psichedelia e scorie post-wave. Le canzoni funzionavano, pur sbilanciandosi un po’ troppo dalle parti di un’epica radiofonica abbastanza risaputa, riuscendo comunque a non perderci in intensità e – nei casi migliori – a balenare come un coltello puntato alla schiena della cattiva coscienza americana.
Purtroppo per loro il grunge arrivò a sparigliare tutte le carte, condannandoli senza appello alla marginalità. Fu quindi poca la gloria e ancor meno i quattrini: puntualmente, prevedibilmente, si sciolsero. Per nulla scoraggiato, Grant Lee Phillips – spirito irrequieto e discendenza Cherokee – coinvolse il batterista Joy Peters (già negli Shiva) e il bassista Paul Kimble nel progetto di un trio folk-oriented con la vena psichedelica sempre pronta a sanguinare. Se l’egomania è ingrediente portante di qualsivoglia conato artistico, fu più che giusto scegliere Grant Lee Buffalo come ragione sociale. Tanto più che Grant Lee si dannava per dieci, componeva, suonava di tutto, addirittura sceglieva gli abiti di scena. Era, per molti versi, la sua band.
L’esordio fu così potente e definito da non sembrare neanche un debutto: tenebroso, enigmatico, appassionato, urticante, Fuzzy (1993) è un album dalla cifra sonora ispida ed evocativa. Quanto alla scrittura: intensissima. Un cocktail poco raccomandabile e (perciò) suggestivo ottenuto con ingredienti quali Thin White Rope, Bob Dylan, Velvet Underground, Green On Red, Gram Parsons e Gun Club ben stemperati e quindi proiettati come apparizioni su sperduti scenari periferici, sui margini spietati del sonnecchiante pianeta America.
Tuttavia, niente da fare in un mercato che stava ancora smaltendo l’ubriacatura grunge (e si apprestava ad annegare nel post-grunge), allenato quindi a calligrafie anche più toste però, come dire, meno complesse: le implicazioni da decifrare nella musica che rimbombava dalle parti di Seattle non erano certo solari, ma tendevano a essere ben riconoscibili, codificate. I Grant Lee Buffalo, invece, amavano affacciarsi sul bordo di pozzi di cui non vedevi il fondo, prendere in prestito mitologie sconcertanti e alzare lo sguardo verso il cielo minaccioso un attimo prima di implodere nel teatrino tiepido di un front-porch, per poi casomai spalmare il cuore sulla solita vecchia strada in direzione inquietudine. Erano un incubo sospeso tra rovina e redenzione, i GLB: garanzia di fascino, anche se il successo si profilava come un’opzione piuttosto improbabile.
Infatti, non riuscirono ad aprire loro brecce significative né la sponsorizzazione di un mammasantissima come Michael Stipe (legato da salda amicizia con Grant Lee, nonché da una tenace passione per gli haiku) e neppure i numerosi attestati di stima della critica tutta, attestati che – se non portano mai pane sulla tavola – quantomeno carburano gli entusiasmi. Comprensibilmente quindi il trio decise di rilanciare, correggendo la rotta verso i sentieri di una tradizione ormai molle e snervata, schiacciata da anni di progresso convulso, divenuta sottile come nebbia, impalpabile come un malessere archetipo, stordente come un sogno che non si fa ricordare. E nella liquida apnea di un sogno sembrano infatti galleggiare i tredici pezzi del secondo album Mighty Joe Moon, sfornato nel settembre del 1994.
Colpisce la convivenza tra grana acustica (mandolini, marimba, organo a pompa…) ed elettricità vetrosa, tra irriducibili reperti country (Last Days Of Tecumseh) e travolgenti spurghi di watt (come nel tremendo accumulo emozionale di Demon Called Deception o negli affondi narcotizzati dell’iniziale Lone Star Song). Ma ancora più straniante è il senso di precarietà di cui queste tracce sono pervase, come trattenute in una vaporosa incompiutezza, in bilico su ciò che avrebbero potuto. Quasi volessero perseguire la dimensione del frammento, la polpa ancora guizzante dell’intuizione non plasmata, sul punto di svanire (fragile e misteriosa in questo svanire). Mi riferisco in particolare al quadretto folk di It’s The Life, al country rock mesmerizzato della title-track, allo sfarfallio a cuore aperto della stupenda Honey Don’t Think, ma lo stesso vale per le più lunghe distanze coperte da Mockingbirds (folk rock dolciastro e ombroso abitato da un falsetto teatrale, trepidanti feedback e caldi fremiti di violoncello) o dalla conclusiva Rock Of Ages (splendore melodico in naturale espansione, senza forzature né additivi).
La fibra dei pezzi è intricata però flagrante, segue rituali di tortuosa consunzione eppure mantiene una bella immediatezza, quasi da storia vera: prendete Sing Along, il valzer incendiario dei versi che – con una sorta di colpo di scena da medicine show – si fa lieve nell’inciso, si spoglia di riverberi e distorsioni per trascolorare in una mestizia sospesa, le piroette del controcanto rivolte all’austerità del cielo fino al commovente sussurro del finale. È quello che una ballata può diventare consumandosi di bocca in bocca, di rabbia in rabbia, di speranza in speranza. Stesso discorso per la meravigliosa Lady Godiva And Me, con il suo carico di leggenda toccante ed emblematica, il nudo transitare lungo strade di ottusità, lo spurgo rabbioso del bridge, il caracollante struggimento del finale mentre le slide diventano puri riflessi di luce.
Certi dischi sono grandi per una ben precisa virtù, quella cioè di rivelare se stessi fin dentro le pieghe meno appariscenti. Mi riferisco al folk-rock sornione di Drag – tanto malsano e sordido da sembrare un reduce delle sessioni di Fuzzy – e alla dimessa penombra di Happiness, con la sconcertante intimità delle corde, il soffio impalpabile dell’organo, il quieto fruscio del drumming, la dignitosa commozione del canto. Per uno strano contrappasso, può anche capitare che una specie di strisciante autolesionismo impedisca ai momenti più luminosi – facciamo pure accomodanti – di guadagnarsi l’airplay che meriterebbero: è quello che accadde al contagioso afflato pop di Side By Side, a quelle chitarre in derapage controllato su riff impellenti, alla veemenza adesiva di quel chorus. Da non crederci che neppure tentarono di farne un singolo (la scelta ricadde sulla sola, bellissima ma non abbastanza appariscente Mockingbirds). Ancora di più non stupisce, quindi se le playlist radiofoniche fecero finta di nulla.
Nel complesso tuttavia non si trattò di un fallimento. Ovvero, il mercato ignorò a bella posta, fregandosene anche del fiammeggiante opening-act per i R.E.M. nel tour del ’95 (a proposito: erano in tre su quel palco, ma il Palasport di Casalecchio rischiava di venire giù), però la stampa non lesinò complimenti, arrivando addirittura a prevedere loro un futuro da next big thing. Ci pensò Copperopolis due anni più tardi a sbaragliare speranze e prospettive, smarrendosi in una vaga dimensione fiabesca, in una scrittura che vaporizzava le buone intenzioni risolvendo giusto due, forse tre pezzi buoni. A quel punto Kimble abbandonò la baracca, lasciando a Phillips e Peters l’onere di un canto del cigno conciliante e (ma) dignitoso come Jubilee (1998).
Il talentaccio di Grant Lee si ritagliò quindi nuove dimensioni, bagnandosi prima nei minimi termini di Ladies Love Oracle (2000) e poi sfoderando la scintillante elettronica homemade di Mobilize (2001), per poi proseguire fino a oggi pubblicando con regolarità lavori onesti e accorati. La sua carriera da solista può dirsi tanto pacata quanto dignitosa, sempre un pizzico sopra al livello minimo dell’ordinario. Lo stesso si può dire dei concerti: a proposito, il suo è un tour infinito, da giramondo cronico che non perde occasione di respirare aria di casa in ogni luogo. Viene spesso in Italia. Sapete cosa? A vederlo, sembra felice.
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