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7.2

Lontano dalle seduzioni dell’easy-listening, vive un Grant-Lee Phillips coriaceo e squisitamente roots. Trascorsi sedici anni dalla vorticosa esperienza con l’ensemble Grant Lee Buffalo, Phillips ha continuato a muoversi accollandosi il rischio anche di sbandare e andare a sbattere. Intuizioni fuorvianti che l’hanno visto spesso armeggiare con una formula ibrida di folk-rock e chamber-pop (Little Moon) non del tutto convincente, o almeno non abbastanza per i seguaci della prima ora.

La dimensione asciutta del narratore folk torna però centrale da Walking In The Green Corn (2012) in poi, dove Philips ritorna ad imbracciare chitarra e a visioni crepuscolari alla stregua del più intimista Mark Kozelek. The Narrows segue quella scia sanguigna, ma lascia trasparire spiragli più luminosi, potendo contare su uno spettro sonoro che non è semplicemente austero folk ma anche vibrante country (Loaded Gun), secco e teso come l’episodico A Sailor’s Guide to Earth di Sturgill Simpson. Merito anche di compagni di viaggio ispirati ed incredibilmente duttili – Lex Price (basso, banjo, bouzouki), Jerry Roe (batteria, vibrafono, marimba) ed il produttore Collin Dupuis (già Black Keys ed Oblivians) – traghettatori coraggiosi dei voli pindarici di Phillips, che non perde quella propensione al southern-rock in stile Black Crowes (Rolling Pin) e parallelamente la capacità di planare su zone d’ombra perfettamente in scia al recente compagno di tour Howe Gelb.

Tutti elementi che fanno di questo disco un piacevole ritorno alle origini. Indicativo, in questo senso, l’essersi trasferito in Tennessee dopo trent’anni vissuti a Los Angeles, come a voler segnare un passaggio, un nuovo inizio. Una mossa che accomuna il musicista alla sensibilità di Conor Oberst e a quella voglia di spazi familiari – culminata nell’ottimo Ruminations – utile a capire una volta ancora  a quanti “influssi” possa essere sottoposto il lavoro di un artista. Le nuvole di Nashville (Skyline) qui fanno spesso capolino, con lunghe code miste ad immagini, suoni, parole umbratili e che sembrano sbuffi venuti fuori dal taccuino di Dylan (Find My Way). Qui dentro è America, non quella della land of hope and dreams, quanto la più crepuscolare e desertica. L’America che ha in seno il Nebraska delle ballate da veranda al tramonto (No Mercy in July) e dei cowboy loser e solitari (Mocassin Creek). Un corollario di suoni ed effusioni che è in grado sempre di dialogare con quelle sfumature pop che Phillips ha mostrato più volte di ricercare (Holy Irons) e che rimandano al tentativo di domare la materia folk messo a punto da Sam Beam in Letter For Fire. Nulla di disturbante, quasi un modo d’esser a suo modo rassicurante, carezzando l’orecchio dell’ascoltatore.

Le tonalità di grigio con cui Grant-Lee Phillips si presenta in copertina sono più di un semplice indizio. C’è materia grezza e magmatica in questi componimenti, esaltata da una produzione precisa e sempre ben messa a fuoco. Phillips mette tutto il resto: uno sguardo tagliente e doti da songwriter (ritrovato) nuovamente sulla strada di casa. It’s gonna be a long walk home.

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