Recensioni
Crystal Fairy
Gone is Gone
Crystal Fairy
Echolocation
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Tommaso Iannini
- 12 Marzo 2017


I gruppi che mescolano le carte tra musicisti di diverse band (che sia mainstream e si parli di supergruppo, o underground e lo si chiami side projects, insomma, abbiamo capito che parliamo di quella roba lì) possono essere ottimi, grandiosi, interessanti, pessimi, insulsi, esattamente come una band qualsiasi. Che si tratti di divertissement o di approfondimento a latere di sonorità distanti o meno dal fuoco gruppo che a ragione o a torto consideriamo il principale, talvolta nasce qualcosa di notevole, spesso è materiale trascurabile, in qualche caso si rimane nel limbo. I due progetti di cui stiamo per parlare appartengono a questa terza categoria.
Abbiamo già espresso di recente perplessità riguardo ai Gone is Gone, in cui sono all’opera Troy Sanders dei Mastodon, Troy Van Leeuwen (Queens of the Stone Age) e il batterista degli At The Drive-In Tony Hajjar, in occasione dell’uscita del mini album dello scorso anno. Perplessità che non vengono meno, nonostante gli auspici, ascoltando l’album completo. Sappiamo che l’arrembaggio tecnico e i ritmi intricati dei Mastodon recenti, se ci sono, sono molto diluiti (non parliamo del metalcore evoluto degli esordi), e quello che rimane è una routine heavy rock post-neurosisiana, per giunta un po’ autoindulgente: va bene, quando c’è il riff potente c’è la strofa melodica, con la frase più strana arriva il coro epico, ma l’accostamento sulla carta interessante non è mai avvincente all’ascolto e si traduce in brani più fiacchi e scolastici (Resurge, Dublin) di quanto ci si aspetterebbe. Rispetto alle cantilene “atmosferiche” (Sentient) si fanno preferire gli spunti alla Queens of the Stone Age: lo sludge-grunge-power pop (come lo chiamiamo se no?) di Gift. Un po’ pochino, anche perché i monodrammi progressivi (la title-track) e i brani più melodici (Colourfade) servono soprattutto a farci rendere conto di quanto ci manchino – da morire – i Tool, piuttosto che preparare il terreno per la nuova uscita dei Mastodon imminente, e a questo punto ci si chiede anche perché le due operazione siano così ravvicinate (aggiungiamoci anche i Giraffe Tongue Orchestra, che coinvolgono un altro Mastodon insieme a William Duvall degli Alice in Chains: della serie, quando cominci a somigliarci, perché non unirti a loro?). (5.0)
Veniamo ai Crystal Fairy, formati dai due membri storici dei Melvins, King Buzzo e Dale Crover, da Omar Rodriguez-Lopez, chitarrista dei Mars Volta, nonché dei neo riformati At The Drive-In, e da Teri Gender-Bender, leader della punk band messicana Le Butcherettes. Non sarebbe nemmeno male il risultato, ma si tratta di un grunge non piatto ma curiosamente medio; la sensazione è che gli ospiti illustri vadano a implementare la scrittura e il sound di Le Butcherettes. Il sound è duro ma orientato, se non alla melodia, alla canzone; a tratti vira verso un hard blues elegante (Moth Tongue, Crystal Fairy), che è tra le cose che ci piacciono di più. Le due dita di sporcizia pesante che gravano su alcuni riff (Secret Agent Rat) sembrano farina del sacco dei Melvins. Nei brani che scorrono via perlopiù tonici e compatti c’è però un’intesa di band alla base, di cui non si può non tenere conto. Arrivati a questo punto Crover e Buzzo – prendendo le cose esclusivamente dalla loro prospettiva – non hanno davvero altro da dimostrare; se divertissement o “diversivo” deve essere, che sia almeno ben curato, e così è. (6.5)
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