Recensioni

Nei dischi del gruppo ucraino l’energia non è mai mancata: il loro folk esteuropeo sfoggiava robuste dosi di Pogues, e somigliava più ai No Smoking di Kusturica che non ai toni generalmente più rilassati di Goran Bregovic. Ma stavolta è diverso: il Paese nel quale il cantante Eugene Hutz, interpretando la parte di un simpatico e scapestrato giovane locale, aveva fatto da guida al protagonista di Ogni cosa è illuminata (e a noi spettatori) è devastato dalla guerra. Ed è forse per questo che il suono si è fatto più aggressivo, con chitarre distorte in primo piano, sezioni massicce di fiati, un violino on fire e pezzi che aumentano i giri delle accelerazioni anche quando magari partono con quel caracollare sbronzo tipico di certo cantautorato che strizza l’occhio a Tom Waits (vedi l’iniziale Shot of Solidaritine, che dopo poco cambia marcia per diventare uno dei pezzi più veloci che i Nostri abbiano mai scritto, o The Great Hunt of Idiot Savant, o le furiose alternanze piano/forte di My Imaginary Son).
Come disco di guerra, però, evita di essere una raccolta di canti di battaglia o, peggio, di orgoglio sciovinista: l’occhio è sugli effetti generali sulla vita delle persone (Focus Coin), riflessioni generali sull’epoca (The Era of the End of Eras) o comunque più oblique (Blueprint), mentre la notevole Take Only What You Can Carry ricorda i consigli di sopravvivenza per chi scappa dalla guerra scritti dal poeta Nedzad Maksumic e cantati dai CSI in Nessuno fece nulla (su Noi non ci saremo vol. 2). È un brusco ritorno dai deserti americani e da quelle frontiere dove i Gogol Bordello si erano recati ai tempi di Pura Vida Conspiracy (2013) a confrontare quei nomadismi e quelle fughe con quelli a loro noti, raccontandoli poi in Seekers and Finders (2017) prendendo anche in prestito qualche suono.
Se l’arte vera nasce nel travaglio, la tragedia in corso ha dato al gruppo una verve che tempo fa temevamo in declino, facendogli dare vita a un disco in cui l’argomento è affrontato con mano ferma e capacità di renderlo universale (evitando cadute di tono come l’apologia sgraziata di The Man With The Iron Balls che ha preceduto il disco). Un disco ispirato, nella speranza che i suoi contenuti invecchino quanto prima.
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