Recensioni

Scorrendo qua e là le pagine web che lo riguardano, l’impressione che si ha considerando un personaggio come Eugene Hutz dei Gogol Bordello è quella di trovarsi davanti una sorta di Jovanotti dell’etno-punk. In altre parole, un ragazzo fortunato. Azzardato? Forse, ma chiariamo subito il motivo di un tale accostamento: dopo aver girato l’Europa in lungo in largo in seguito al disastro di Chernobyl, l’arrivo in America – la terra promessa, anche e soprattutto per i musicisti – e la successiva nascita dei Gogol Bordello ne hanno fatto una figura quasi mitica, una sorta di Strummer ucraino con l’aria finto stralunata e i baffi che nascondono un ghigno sornione.
Come il Lorenzo nazionale, però, Hutz è sicuramente uno che sa vendersi bene, e che, ancora meglio, conosce esattamente cosa ci si aspetta da lui. Insomma, se il primo ha definitivamente assunto la posa del rassicurante pater familias che scala le classifiche a suon di ninne nanne, allo stesso modo il secondo ha capito già da tempo che giocare allo straniero mattacchione rende, e non poco. E così, la vera fatica per il recensore è avvicinarsi all’ultimo lavoro dei Gogol Bordello scrollandosi di dosso l’immagine del frontman nei panni del gipsy che piace a Madonna, cercando di ascoltare questo Pura Vida Conspiracy per quello che semplicemente è: dodici brani di etno folk-rock sporcati quel tanto che basta per apporre l’etichetta – seppur un po’ stiracchiata – di punk.
Chiariamo: non che Pura Vida Conspiracy sia un brutto disco. I brani scorrono via che è un piacere, a partire dall’opening We Rise Again, con l’intro a mo’ di haka e l’ormai consueto potpourri linguistico che già dai tempi di Santa Marinella contraddistingue il repertorio della band; stesso discorso per la successiva Dig Deep Enough, con l’acustica tex-mex a far da contraltare all’urlo negro di Hutz. Gli stessi echi latini che si ritrovano in Malandrino, un pezzo che, programmaticamente, sintetizza tutta la direzione dell’album, nonché la stessa ragione sociale del gruppo: un rock ultradiretto e furbetto in cui le suggestioni balkan e mariachi del violino e delle percussioni aggiungono ad ogni brano di una patina (pseudo) folk.
La stessa formula delle prove precedenti – con l’occhio ancora strizzato a Clash e Pogues – ma che non basta a convincere che la bandiera gitana, dopo l’effetto novità degli esordi, non sia soltanto l’emblema di un esotismo forzato, per di più già visto e rivisto; perfino l’inglese meticcio e un po’ sbruffone del frontman, infatti, finisce per essere l’ennesimo espediente teso a ribadire che i Gogol Bordello sono l’ideale carovana della tracotanza scalmanata del global punk (Lost Innocent World) come del romanticismo sghembo a metà strada tra blues e ballo di San Vito (The Other Side of Rainbow).
Brani senz’altro godibili che non mancheranno di animare feste e caciare estive, diretti – ahinoi – più ai cultori del rock da falò in spiaggia che agli amanti della musica balcanica, perché, diciamocelo, la musica balcanica sta proprio da un’altra parte.
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