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6.3

Dev’essere a causa dell’età, ma pare proprio che Justin Broadrick abbia deciso di voltare pagina. Quella ricerca di spiritualità che pure già si scorgeva in Godflesh – nella forma deviata di un audace faccia a faccia con lo spazio vuoto lasciato da una divinità cercata (la carne di Dio) eppure assente – confluisce in Jesu in un suono via via più puro ed immateriale – e in forme compositive che paiono forgiate da un autore come pacificato con sé stesso. La carne di Dio (Godflesh) che nel nominarsi (Jesu) paradossalmente svanisce per lasciar posto all’incorporeo in un processo che sembra essere solo all’inizio. La voce innanzitutto: alla continua ricerca di un senso peculiare di melodia, arrancante talvolta, e non certo degna del virtuoso, ma visibilmente animata da principio di quiete e di propria armonia.

E la musica: quasi una rilettura sludgedello shoegaze di My Bloody Valentine e Ride, altrettanto eterea e sognante (Conqueror, Stanlow), sebbene ancora trattenuta in terra dalla zavorra di un passato non certo da bravo ragazzo – dai grossolani detriti metallici del pesante riffage delle chitarre (Weightless & Horizontal). Eppure Conqueror soffre del grosso difetto di fossilizzare in un reperto lungo otto brani e sessanta minuti gli spasmi di un essere vistosamente in stato di trasfigurazione (Transfigure): non più larva, – il detour mancato verso le asfissianti profondità Godflesh in Brighteyes, il tribalismo accennato di   Mother Earth – non ancora farfalla, la creatura di Justin Broadrick è una crisalide imbrigliata nel proprio bozzolo.

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