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A settantacinque anni dalla nascita, Rino Gaetano resta una di quelle figure impossibili da incasellare. Ironico, ma al contempo malinconico, poetico ma anche tagliente. E capace di raccontare l’Italia meglio di chiunque altro. Rino Gaetano. Sempre più blu è il titolo del docu-film, diretto da Giorgio Verdelli e presentato in anteprima alla ventesima edizione della Festa del Cinema di Roma, che prova a restituire la complessità e l’umanità di un artista ancora oggi senza eredi.

Verdelli, già autore di documentari dedicati alle grandi icone della musica, costruisce il racconto del cantautore crotonese come un collage: interviste, racconti, spezzoni d’epoca, apparizioni televisive e registrazioni audio diventano i tasselli di un ritratto colorato e più vivo che mai.

Il risultato è un film suggestivo, che si muove per evocazione e meno per narrazione. Le testimonianze sono numerose e spesso disorientanti, ma in una frammentazione così complessa emerge forte la chiave di lettura: restituire l’anima irregolare di un artista che da sempre sfugge a qualsiasi definizione.

Il docu-film è senza dubbio celebrativo: quest’anno Rino Gaetano (all’anagrafe Salvatore Antonio) avrebbe compiuto 75 anni, ma la sua vita si è interrotta bruscamente nel giugno del 1981, sulla via Nomentana.
Ed è da lì che parte il racconto, con la voce narrante dell’attore Peppe Lanzetta, che passeggia tra le strade di Montesacro: il quartiere romano accolse Rino appena arrivato a Roma, a soli dieci anni, ed ebbe un ruolo fondamentale nella sua formazione identitaria e poetica. Nelle sue canzoni infatti, ci sono continui riferimenti ai locali della zona, ma soprattutto è qui che ebbe modo di sviluppare la sua curiosità sociale e culturale che lo contraddistinse.

L’intento di un regista come Verdelli è offrire una visione diversa allo spettatore: non solo biografica, ma anche analitica e circostanziata del genio crotonese che risulta ancora oggi più che mai attuale. Quello è il vero cardine del film: raccontare, tramite materiali parzialmente inediti (o quasi del tutto), un artista che riusciva a coniugare musica seria e impegnata nel cuore degli anni Settanta, con una naturale inclinazione alla satira e al sorriso. Oggi questo suo lato caratteriale è considerato una virtù, soprattutto dalle nuove generazioni che non hanno conosciuto il cantautore, e che riescono però a sottolinearne la contemporaneità. L’estro, il personaggio, la capacità di mettersi in gioco, anche ironizzando su sé stesso e sul territorio circostante (sono nato a Crotone, quindi sono pronipote di Pitagora”, si sente in uno dei tanti frammenti audio) fanno una sintesi perfetta del suo modo personale di vedere il mondo.

Ed è proprio attraverso le testimonianze di chi lo ha conosciuto, amato, o che semplicemente si è ispirato a lui, e grazie ai materiali d’epoca selezionati da Verdelli, che il film prende forma. Un racconto che è spezzato continuamente, ma che nell’insieme restituisce l’essenza di Rino Gaetano. Non mancano infatti i protagonisti: Francesco Micocci (casa discografica IT), Lucio Dalla e Arturo Stalteri, tra i suoi colleghi; Lucio Corsi, Giordana Angi e Brunori Sas, tra le voci che oggi riempiono il panorama musicale italiano grazie a Rino e che lo dipingono come un menestrello dallo spirito rock, o come “un clown che faceva cose serissime”, parola di Riccardo Cocciante.

Rino Gaetano. Sempre più blu sembrerebbe a primo impatto un insieme di informazioni eterogenee che vengono fornite allo spettatore una sopra l’altra, quasi una gara a chi lo ricorda o lo conosce meglio. Gli aneddoti si susseguono come fotogrammi impossibili da fermare: il piccolo Rino che lascia Crotone per Roma a dieci anni , il seminario a Narni, l’incontro casuale con Lucio Dalla mentre faceva autostop, fino alla nascita del celebre riff di Ma il cielo è sempre più blu composto da Arturo Stalteri. Forse uno dei momenti più tecnici: è proprio Stalteri che analizza l’uso di accordi “che sembrano spaziali” in Sfiorivano le Viole, grazie all’utilizzo dell’organo Hammond nell’arrangiamento. C’è anche Sergio Cammariere, che solo alla fine degli anni ’90 scopre di essere parente dei Gaetano e rilegge al piano alcuni tra i brani più intimi, come Ad esempio a me piace il sudI tuoi occhi sono pieni di sale, offrendo una chiave di lettura più interessante sulla sua poetica.

L’unica e seria pecca di un docu-film di tale portata è la quasi inesistenza di una trama lineare: le testimonianze si moltiplicano, spesso a scapito della coesione narrativa. E’ proprio il flusso di voci ed immagini che si accendono per frammenti, che rischiano di far perdere l’orientamento allo spettatore, che deve cercare di tenere il filo. Ma forse questo è il punto: un banale resoconto della sua biografia finirebbe per minimizzare una figura troppo grande per essere incasellata, quindi si preferisce procedere per evocazione.

Ne emerge così il ritratto di un artista fuori dagli schemi, insofferente alle logiche del mercato e al politically correct delle industrie discografiche, tra cui la RCA, che ingaggiò Rino negli ultimi anni della sua carriera, quando il mondo musicale lo voleva spingere come prodotto commerciale e non più in autore autonomo. Le foto di Gaetano negli studi della casa discografica, che scorrono mentre Carlo Massarini ne racconta gli aneddoti, diventano uno dei momenti più ironici del film, e sono il perfetto esempio dell’irriverenza del cantautore e della capacità di portare leggerezza anche nei contesti più formali.

Rino Gaetano è raccontato all’unisono dai colleghi come un’anima, prima che un personaggio, che non amava rappresentare l’Italia degli Anni di Piombo con toni cupi, e il suo problema – ma al contempo la sua forza – era quello di rimanere impassibile e anzi, rispondere con ironia a chi cercava il pretesto giusto per metterlo in difficoltà (Tra il repertorio video, anche la celebre intervista con Costanzo, alla presenza anche di Susanna Agnelli, entrambi citati in Nuntereggaepiù). Rino Gaetano non era un cantautore schierato politicamente e apertamente, e questo non lo rendeva di certo uno che ai tempi poteva essere visto di buon occhio. La sua intelligenza e capacità sono state soprattutto quelle di dare una visione chiara e nitida dell’epoca, ma attraverso una lente diversa: quella sferzante dell’ironia. In una clip audio, è Rino stesso che afferma come “l’Italia è la patria dei vari Petrolini e Totò, invece adesso ci sono tutti questi scrittori tristi e impegnatissimi, canzoni tristi, e dei film, poi.. non ne parliamo”.
Eppure, Rino impegnato lo era eccome. Anzi, per certi aspetti era forse più politico dei suoi colleghi (Aida è totalmente impegnata, ricordano), e lo era così tanto che il suo modo di fare musica e raccontare il Paese con sarcasmo e lucidità non risulta per nulla collocabile in una precisa dimensione temporale. Lo stesso Lucio Corsi aggiunge a tal proposito:

Rino è nell’aria,  fa parte dell’Italia a livello paesaggistico. Le sue canzoni sarebbero state attuali in qualsiasi epoca. Avrebbero avuto senso anche se contestualizzate negli anni Cinquanta, e saranno ancora attuali nel 2050. Ho ritrovato in pochi artisti questa caratteristica.

Non mancano le analisi – brevi ma incisive – più personali dei famigliari. Alla sorella Anna è affidato il racconto introduttivo di Rino giovanissimo, di come la musica ce l’avesse nel sangue fin da bambino. Ma è soprattutto Alessandro Gaetano, musicista e compositore (in arte greyVision, tra l’altro, sue sono alcune delle composizioni che accompagnano il film), che ricorda lo zio affettuosamente parlando di quanto la sua sia una missione maturata dalla fine degli anni ’90, quando con la madre Anna ha iniziato a girare per l’Italia con lo scopo di tramandare l’identità e l’eredità lasciatagli dallo zio.

Rino Gaetano. Sempre più blu è dunque un documentario che in un’ora e mezza di certo non ci svela un Rino nuovo, ma che anzi ce ne conferma l’unicità: nella sua capacità di unire vari poli dentro di sé – leggerezza  e profondità, ironia e tragedia – restando sempre fedele a sé stesso, ci viene ricordato quanto il suo sguardo resti necessario per leggere l’Italia di ieri e quella di domani. Un film ben riuscito in chiave giornalistica, che arricchisce anche il fan di una serie di documenti e storie che testimoniano il genio di Rino, pur pagando il prezzo di una frammentazione narrativa che può disorientare lo spettatore meno esperto. Non aspettarsi dunque un racconto retorico e romanzato, perché il Rino che ne emerge è raccontato attraverso un’ottica più che mai politica, ma anche e soprattutto sociologica.

Un ritratto necessario, quello di Verdelli, che rinnova la memoria del cantautore crotonese ma che, proprio per la sua struttura a mosaico, non raggiunge la perfezione assoluta. Non molto chiara la visione poetica di Valeria Solarino, a inizio e fine film.

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